Imprenditoria femminile: la gestione sostenibile della pesca è in mano alle donne

Sono iniziate le lezioni della prima scuola di pesca in Italia e in Europa organizzata da Coldiretti Veneto. Tra gli aspiranti pescatori si contano circa 40 donne e 12 uomini. L’imprenditoria femminile gioca un ruolo importante nel settore ittico: a raccontarlo sono le voci delle docenti e delle aspiranti pescatrici

«Mi piace il mio lavoro e vado avanti così finchè riesco: è dura, però non lo cambio»: afferma con sicurezza Katiuscia Bellan che da decenni lavora nel settore della pesca. Poi continua descrivendo la sua routine: «vado via intorno alle 16:30 e rientro alle 9 del mattino dopo. Arrivata a casa mi aspetta tutto il resto del lavoro: devi fare la lavatrice, stendere il bucato, sistemare un po’ in casa. Poi si riparte subito in mare».

Quando si parla di donne e di pesca spesso si sente la frase «è una donna che ha sposato il mestiere». A primo impatto, per una persona che non conosce i meccanismi che stanno dietro la filiera ittica, “sposare un mestiere” può essere inteso come la grande dedizione che viene riposta in un lavoro.

In parte è così, ma per chi da anni gravita nel mondo della pesca sa che questa espressione ha un’altra accezione: significa che una donna trovandosi nella condizione di madre, moglie, figlia o sorella di un pescatore diventa lei stessa pescatore. Ecco chi sono le donne della pesca.

La scuola di pesca

Il progetto della scuola prevede la collaborazione dei docenti dell’Università di Padova, ricercatori e biologi in grado di dare nuovi strumenti per sviluppare occupazione e studiare modalità innovative per affrontare in chiave ecosostenibile le  prospettive dell’acquacoltura veneta.

A finanziare questo progetto è il fondo europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (FEAMP) che nel 2020 ha supportato circa 150 programmi rivolti all’inclusione e all’occupazione femminile nei settori della pesca e dell’acquacoltura.

Un altro punto chiave dei corsi tenuti durante la scuola è stato un «modulo di formazione specifico per le donne dove abbiamo trattato le materie legate al loro riconoscimento come figura professionale».

Katiusca Bellan

Katiusca Bellan

A spiegare l’obiettivo della scuola di pesca è Sandra Chiarato, addetta stampa di Coldiretti Veneto, che sottolinea la necessità di creare «una rete di donne della pesca». Chiarato, mentre parla del progetto aggiunge: «Il percorso formativo mira a recuperare un mestiere antico, ma che ha bisogno di aggiornarsi». Così, oltre a capire le origini, si dà uno sguardo ai cambiamenti che questo tipo di lavoro deve subire per adattarsi ai tempi. Si parla, infatti, della conservazione dell’habitat, di sostenibilità e dell’impatto del turismo.

La mancanza di tutele

Adriana Celestini nei suoi corsi si focalizza proprio sui passi avanti che vanno fatti. In primo luogo le donne della pesca da operatrici della pesca devono essere considerate vere e proprie imprenditrici della pesca. Come spiega Celestini: «non è soltanto un cambio di parole, è un mondo immenso, perché quelle silenti figure delle donne della pesca sono una parte importantissima».

Oltre il folklore, un mestiere che cambia

C’è un’immagine convenzionale della pesca, supportata dall’arte e dalla letteratura, come ambito frequentato e sostenuto solo dagli uomini e in cui le donne, quando rappresentate, hanno solo la funzione di attendere i mariti a riva e distribuire il pesce nei panieri. «L’attenzione verso le donne della pesca è nata prima di tutto come folklore da osservare», racconta Celestini.

Katiuscia Bellan alla domanda “Cos’è cambiato in questo mestiere?” risponde con un secco «Tutto». Poi aggiunge: «È cambiato tutto sia nel modo di pescare, sia nella burocrazia che nel clima».

Con malinconia Bellan precisa che una cosa è rimasta invariata: l’assenza di tutele

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