Una città femminista è possibile? Rivendicare lo spazio in un mondo disegnato da uomini



Un luogo appartiene a chi lo reclama, lo forma e lo plasma fino a farne la sua stessa immagine: così scriveva la giornalista americana Joan Didon, voce di tante donne. Le stesse che, in diverse parti del mondo, stanno tentando di ribattezzare la toponomastica della città. Una battaglia importante che stimola ulteriori riflessioni: in che modo il genere determina il modo di vivere la città?

Sebbene monumenti e toponomastica siano importanti nell’ottica di ridurre la disparità di genere, è in quello che facilita o meno la vita quotidiana delle donne che si riflette il progresso di una città in questo senso. 

Una città femminista è possibile?

Come si arriva alla città femminista? Rendendo i luoghi di vita comune spazi capaci di accogliere tutte le esistenze. La lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini, sostiene Kern, deve assumere una prospettiva intersezionale:

I primi esperimenti di micro-città femministe in Occidente risalgono all’800, con la Hull House di Jane Addams e Elle Gates Starr a Chicago: un social settlement che accoglieva gli immigrati europei secondo principi di mutuo appoggio, inclusione e cooperazione con particolare attenzione alle donne che godevano di minori diritti e opportunità rispetto agli uomini. 

Città a misura di ragazze: come sarebbe?

Troppo spesso le donne sperimentano varie forme di violenza e abusi negli spazi pubblici urbani. Come raccontano i dati resi noti da Save the Children, nell’ambito di un’indagine condotta per proprio conto da Ipsos su un campione di adolescenti tra i 14 e i 18 anni in Italia, il 70% delle ragazze dichiara di aver subito molestie e apprezzamenti sessuali in luoghi pubblici.

A rendere vulnerabili le donne in città sono diversi fattori, in primis l’inadeguatezza delle strutture urbane propria di molti agglomerati cittadini: strade poco illuminate, segnaletica inefficiente, cattiva manutenzione degli ambienti pubblici, carenza di servizi igienici. A ciò si aggiungono le criticità diffuse relative alla mobilità: la pervasività del fenomeno delle molestie sui trasporti pubblici rappresenta un forte ostacolo allo sviluppo economico e alla parità di genere perché le donne sono spesso portate a rifiutare offerte di lavoro per l’inquietudine causata dal salire su autobus e metropolitane. Come sarebbe una città a misura di ragazze?

Hanno provato a immaginarla Jazmín Acuña, Lorena Barrios e Jazmín Troche nel reportage a fumetti Una ciudad feminista es posible uscito in Paraguay su “El Surtidor” e poi a dicembre su “Internazionale Kids”: per realizzarlo, le autrici hanno preso spunto dal lavoro di architette, giornaliste e mediatrici culturali, e dal libro di Leslie Kern.⁠

Il fumetto è ambientato nel 2030: alcune città hanno messo in atto un piano per adattare gli spazi urbani ai bisogni delle donne, capendo che è possibile cambiare la situazione con politiche pubbliche attente. Incontri pubblici con bambine, studenti, madri, donne incinte, anziane e disabili sono stati organizzati per comprendere le loro priorità e individuare i luoghi in cui si sono sentite più insicure:

Manifesto a colleghe, designer, artiste, curatrici e direttrici di museo ma anche alle loro controparti maschili:

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