Perché “le donne possono fare tutto” non è uno slogan femminista: il carico mentale nel 2022

Le donne sono multitasking” e “volere è potere sono soltanto alcune delle frasi ricorrenti che poco hanno a che a fare con l’empowerment femminile. Perché per le donne il confine tra “fare quello che si desidera” e “fare quello che si deve” è molto labile e ha un nome preciso: carico mentale.

Il carico mentale non corrisponde al fare tutto, cioè all’esecuzione pratica, ma al pensare a tutto. Nel concreto, fa riferimento a quella precisa sensazione di avere costantemente in testa pensieri ben definiti, come la preoccupazione e il pensiero delle mansioni domestiche ed educative, anche nel momento in cui non le si sta eseguendo nel concreto. Un lavoro “invisibile” che “invisibile” non è, poiché invade tutte le sfere della vita delle donne con una costante e pervasiva attività di gestione, pianificazione e anticipazione che, quasi sempre, viene portata avanti in modo autonomo.

Non basta chiedere

Monique Haicault è la sociologa che per prima ha dato il nome alla cosa, utilizzando il termine “carico mentale” nel saggio La gestione ordinaria della vita a due del 1984. Qualche decennio dopo, è la fumettista francese Emma Clit a riportare il tema alla ribalta, con il bestseller Bastava chiedere! 10 storie di femminismo quotidiano (Editori Laterza): 41 anni, laureata in ingegneria, Clit si definisce una “femminista inclusiva e rivoluzionaria” e afferma impavida che i suoi disegni hanno un contenuto politico: non a caso, raccontano con vivida nitidezza situazioni che l’autrice ha vissuto di persona – come la violenza ostetrica e il sessismo sul posto di lavoro – illustrando storie comuni in cui ad essere protagoniste sono soprattutto le donne. Una scelta di campo precisa e necessaria perché, come ha dichiarato in diverse interviste:

La divisione stereotipata dei ruoli ha conseguenze negative sia sulle donne che sugli uomini: tra i vari problemi, Emma cita anche il congedo parentale dei padri, molto più breve rispetto a quello delle madri, che contribuisce una specie di inadeguatezza deresponsabilizzante anche quando i figli sono cresciuti.

Fare tutto: non esattamente un “buon proposito” per il nuovo anno

Non è il peso delle cose che si fanno, ma di tutto il contorno: fare necessariamente tutto, e stringerne forte le redini, danneggia la salute mentale delle donne. In pandemia, infatti, il carico mentale assume i contorni del burnout, un vero e proprio stato di esaurimento sul piano emotivo, fisico e mentale che conferisce la sensazione di non farcela più a sopportare gli eventi avversi. In questi ultimi due anni, l’evoluzione del carico mentale sulle donne ha avuto un impatto decisivo non solo sul piano individuale, ma anche su quello sociale, economico e globale: in un contesto mondiale in cui anche uscire di casa e condividere esperienze diverse risulta problematico, il peso del mondo si traduce in una sensazione di oppressione e perdita di stimoli.

A ciò si aggiunge il lavoro familiare, relegato esclusivamente alle donne: i dati dicono che, tra i 25 e i 64 anni, rappresenta il 21,7 % della giornata media delle donne (5 ore e 13 minuti), contro il 7,6% di quella degli uomini (1 ora e 50 minuti).

Evidenze numeriche che parlano chiaro e lasciano presagire uno scenario poco promettente: se la situazione resta invariata, il numero di donne inattive professionalmente è destinato a crescere e a rimanere incastrato nell’iniqua divisione dei compiti.

Abbattere i sensi di colpa

Secondo Sandra Frey, sociologa e politologa specialista nelle questioni di genere, il carico mentale è difficile da quantificare e ripartire all’interno di una coppia e rappresenta l’infrastruttura del sessismo nella nostra società: è, allo stesso tempo, causa e conseguenza dell’attribuzione di determinati ruoli sociali in base al genere.

Per abbatterlo e scardinare il sistema, non esiste una ricetta magica. O forse sì. L’ha messa nero su bianco la giornalista Daria Bignardi, in un suo recente articolo. Ecco il prezioso consiglio che rivolge alle donne:

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