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“Parliamo con chi non la pensa come noi”: Intervista esclusiva a Francesca Vecchioni

In occasione dell'uscita su RaiPlay della serie documentario D-Side, il lato diverso delle cose, abbiamo parlato con Francesca Vecchioni, presidente di DiversityLab e protagonista della prima puntata dedicata all'identità di genere. La serie è stato il punto di partenza per una riflessione su tematiche che andrebbero bisogno di essere approfondite prima di essere trattata. Ma, soprattutto, che necessitano di essere affrontate da chi le vive.

Francesca Vecchioni, presidente di DiversityLab, è la protagonista insieme a Leonardo santuari di D-Side, l’altro lato delle cose, docuserie che RaiPlay propone dal 9 marzo.

Prodotta da StandByMe, D-Side tratta temi che TheWom.it ha fatto propri sin dal momento della sua ideazione: diversità, unicità e inclusione. Voluta da Rai per il Sociale, D-Side accende i riflettori su alcuni aspetti della cosiddetta “diversità”: dall’identità di genere al razzismo, dalla disabilità al think different, dagli stereotipi di genere alla body positivity. Temi che creano dibattito tra generazioni diverse vengono affrontati attraverso domande provocatorie che suscitano risposte sorprendenti.

La conduttrice di D-Side è Giulia Lamarca, psicologa, travel blogger e neomamma che dal 2011 convive con la sua disabilità. In ogni puntata della docuserie RaiPlay, Giulia intervista uno o più ospiti provenienti dai vari ambiti della disabilità con interviste serie ma non seriose che “non hanno pretesa di rivelare la verità assoluta o di offrire facili soluzioni”. A stimolare il dibattito e animare il confronto una serie di coppie molto diverse tra di loro, che rappresentano quello che consideriamo il sentire comune sulle tematiche affrontate in ogni puntata. E saranno proprio loro a fornire temi, spunti di riflessione e nuovi punti di vista per accendere il dibattito e abbattere stereotipi.

Le sei puntate di D-Side, ricordiamo disponibili dal 9 marzo su RaiPlay e dirette da Federico Marchi, spingono al confronto sulla diversità, una risorsa che aggiunge valore alla vita della comunità che le abbraccia. I temi trattati sono l’identità di genere, la body positivity, la disabilità, il razzismo, l’immigrazione e la religione, gli stereotipi di genere e il think different.

  • Francesca Vecchioni, presidente di DiversityLab, nella prima puntata di D-Side

La prima puntata di D-Side è incentrata sull’identità di genere. Francesca Vecchioni, presidente di DiversityLab, e Leonardo Santuari, influencer transgender, con le loro esperienze personali ci aiutano a riconoscere tutte le lettere dell’anagramma LGBTQIAP, tutte le persone, tutte le identità.

Abbiamo colto l’occasione per parlare del progetto con Francesca Vecchioni.  

Laureata in Scienze Politiche, Francesca Vecchioni è giornalista, attivista dei diritti umani e consulente sulle tematiche Diversity & Inclusion. Ha fondato e presiede Diversity, organizzazione no-profit impegnata a promuovere l’inclusione. Ha ideato i Diversity Media Awards e il Diversity Brand Summit.

Nessuno meglio di Francesca Vecchioni sa cosa rappresentino tutte le lettere dell’anagramma LGBTQIAP e cosa si cela dietro a ognuna di loro, a partire dalle tante conquiste e altrettanti pregiudizi da abbattere ancora.

Ma Francesca Vecchioni è anche mamma di due figlie gemelle, che cresce con l’ex compagna. Il suo sguardo da genitore offre nel corso dell’intervista che segue una prospettiva unica e preziosa su cosa significhi educare i bambini alle diversità.

D-Side: Le foto della docuserie RaiPlay


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INTERVISTA A FRANCESCA VECCHIONI

In D-Side, Il lato diverso delle cose, la docuserie disponibile su RaiPlay dal 9 marzo, si fa il punto su temi come diversità, unicità e inclusione, puntando il faro su alcuni aspetti della cosiddetta diversità che creano dibattito tra generazioni diverse. Le interviste sono serie ma non seriose: non rivelano la verità assoluta e non offrono facili soluzioni. La prima puntata è dedicata all’Identità di genere. Com’è stato l’incontro con Giulia Lamarca e Leonardo Santuari?

È stato molto bello. Intanto, è bello il fatto che si parli di queste tematiche che le rappresentino, che hanno voce e a cui ci da voce, che possono parlare per loro stesse. Cosa che non sempre accade. Il tema chiave, oggi, è dare la possibilità di non parlare su di loro ma lasciar parlare loro. È un confronto tra persone che, proprio perché fanno parte di categorie che possono essere considerate marginalizzate, hanno un punto di vista molto interessante. Io stessa ho avuto piacere che ci fosse una persona transgender a parlare delle tematiche che riguardavano l’identità di genere. Naturalmente, abbiamo parlato non solo di identità di genere ma, a vario titolo, di orientamento.

Giulia è l’interlocutrice perfetta, secondo me, per affrontare una serie di tematiche perché ha un punto di vista che nasce dall’esperienza personale. Durante la conversazione, si ascolta fondamentalmente quella che è la vox populi fondamentalmente, i luoghi comuni e gli stereotipi che pervadono molti ragionamenti sulle tematiche. La vox populi ci fa rendere conto, indipendentemente dai temi che trattiamo, quanto ci sia o no un approfondimento, una conscience su quelle aree in persone come Giulia, più consapevole di alcuni stereotipi avendo parallelamente un’esperienza propria che permette di comprendere quella altrui.

Quanto pensi sia cambiato l’atteggiamento su certe tematiche tra la tua generazione e quella di oggi? Pensi che sia di totale apertura oppure riscontri invece qualcosa che va in direzione opposta?

Non è totale apertura. Ci sono aspetti positivi e aspetti negativi.

La visibilità, un elemento fondamentale che porta alla conoscenza dei temi, è ormai maggiore. La discriminazione e tutte le fobie derivanti sono portate dalla paura: la paura di ciò che non si conosce, di ciò che è diverso, di non saper rispondere alle domande dei propri figli. Tutto ciò può essere contrastato solo grazie alla conoscenza. E, naturalmente, per conoscere qualcuno o qualcosa o dei temi in particolare grande ruolo giocano i media, come nel caso della docuserie D-Side.

Veniamo da una generazione in cui i media affrontavano o parlavano pochissimo di questi temi. Il fatto di parlarne è già importante anche se poi, aspetto ulteriore, bisogna vedere come se ne parla: la visibilità è una cosa, affrontare i temi è un’altra ancora. La visibilità vuol dire dare voce, far parlare le persone. E, quindi, fare in modo che si vedano, che vengano conosciute, che si capisca che non siano degli alieni: sono delle persone vere, reali, con i sentimenti, i bisogni, le paure, le insicurezze, come chiunque altro.

Questo è un tema che concerne la rappresentazione, cioè “io vedo e riconosco quelle persone”. Quando le persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender, venivano rappresentate come delle macchiette in televisione, il mondo aveva idea i gay che fossero solo una macchietta, che le lesbiche non esistessero e le persone transgender fossero qualcosa venuto fuori male o rotto. Nel momento in cui si riesce a dare visibilità, cambia la prospettiva. Ecco perché, quando si parla di determinati temi, bisogna far parlare le persone direttamente coinvolte: nothing about us without us.

La visibilità ha però dei risvolti che possono essere considerati, in un mondo come quello odierno, quasi reazionari. Basti pensare alla parola “ostentazione” e al modo in cui viene utilizzata per riferirsi al mondo LGBTQIAP, come se avesse un’accezione negativa quando non è ostentazione ma essere se stessi. Sarebbe, allora, un’ostentazione anche essere eterosessuali.

È, in conclusione, migliorata la situazione. Malgrado non sia sufficiente, ci sono alcune risoluzioni che hanno favorito il cambiamento. Le unioni civili hanno portato una certa istituzionalizzazione almeno delle coppie, di un legame affettivo che va oltre il solito concetto sessuato. Ciò ha un po’ sdoganato il racconto dei media. Nello stesso tempo, però, se c’è bisogno di prendersela con qualcuno nei momenti peggiori, i primi a cui rivolgersi sono le persone che in qualche modo fanno parte di gruppi che possono essere più facilmente “bullizzati”.

Nei media occorrerebbe lavorare moltissimo sul linguaggio. A me sembra che la strada sia ancora lunga e tortuosa. Fino a quando vedremo, come domenica scorsa, una presentatrice, seppur gay friendly, chiedere a un uomo “per amore di una donna, immagino”? Quell’immagino sottolinea come in realtà non siano stati poi fatti tanti passi avanti.

Lo avrà fatto per provocarlo ma è caduta in pieno nella negazione, nello stereotipo negativo. Questa è una tipologia di comunicazione in frame, è un framework negativo. È come se avesse guardato con degli occhiali o inserito in una cornice negativa quell’accezione.

Ho la stessa percezione quando i media stessi esaltano la notizia dell’adozione di un bambino da parte di una coppia omosessuale. La trattano come eccezionale. Non fanno altro che sottolineare, invece, quella che per loro è non normalità.

C’è un problema di fondo. I media usano, per loro natura, un linguaggio che sfrutta l’immaginario collettivo. E l’immaginario collettivo funziona spesso come una mente sociale molto semplice, basta che pensiamo a Homer Simpson. Ricorrono a quel tipo di comunicazione che è comprensibile, facile, perché guidata in qualche modo dai luoghi comuni. È il massimo del rischio sulla stereotipizzazione. Cioè, è la stereotipizzazione, è il modo di parlare per stereotipi in maniera che tutte le persone in fondo “capiscano”. Si pensa di farsi capire da tutti così perché usi un linguaggio che è scontato, comprensibile a tutti. Nella realtà, si sta condizionando con dei framework che finiscono per inscatolare le persone.

Parlando dei mass media, importante credo che siano progetti, come ad esempio, Il filo invisibile, un film Netflix che sottolinea quanto sia “normale” una famiglia arcobaleno, quanto viva gli stessi problemi in cui tutti possono riconoscersi. O come la serie di Rai 1, Un professore, un timido esempio per “sdoganare” una storia omosessuale in prima serata. Possono aiutare queste rappresentazioni?

Assolutamente. Con DiversityLab realizziamo i Diversity Media Awards e lavoriamo proprio su questo. Diversity ha fatto da consulenza e supporto a Il filo invisibile. Per parlare di alcune tematiche, occorre farlo nella maniera più consapevole per evitare di fare del diversity washing, per essere il più autentici possibile nel momento in cui si fa, per rispettare le persone e i temi. È la chiave: più sei in grado di parlare in maniera autentica, rappresentativa, corretta, rispettosa delle tematiche, più riesci a mostrare la diversità e la ricchezza di cui è fatto il mondo, più stai facendo del bene a questo mondo. Non è che la società non sia così: va rappresentata per quello che è, con tutte le sue sfaccettature, e non solo in una forma stereotipata.

Cosa pensi che debbano fare in più le istituzioni? Cosa non è stato fatto? Pensiamo, ad esempio, a quelle deputate alla socializzazione primaria, le scuole. Credo sia la base.

Le istituzioni potrebbero fare tante cose. Nelle scuole non si può prescindere da un lavoro molto serio ma anche competente sui temi della diversità. Le nostre scuole, soprattutto la scuola primaria o dell’obbligo come si chiamava una volta, sono davvero la cartina tornasole della nostra società. Nelle nostre scuole vanno tutte le bambine e i bambini, ci sono tutti i ceti sociali e, non dimentichiamolo, ci sono anche tutte le persone LGBTQ+ (non è che non ci siano bambini LGBTQ+). Ci sono tutti gli orientamenti e tutte le identità a scuola.

Se ti confronti con tutte le varietà della società, non puoi che includerla e non puoi che lavorare con loro. I bambini e le bambine sono già delle persone e più in gamba di noi per molti aspetti. I bambini e le bambine hanno bisogno degli strumenti per non alimentare gli stereotipi e per comprendere la ricchezza e il valore della diversità. Ciò significa fornire loro un’educazione che li aiuti a comprendere che esistono le persone con orientamenti sessuali non eterosessuali, che esistono persone con identità di genere non cisgender o non binary. Se usassimo un po’ più la scienza e le conoscenze scientifiche invece dei luoghi comuni, non ci chiederemmo perché i nostri bambini e le nostre bambine sanno perfettamente cos’è la fotosintesi clorofilliana ma non come sono fatte la sessualità e l’affettività umane.  È pazzesco, se ci pensiamo.

Siamo intrisi di limiti nel non parlare con tranquillità a loro, che sono molto più bravi di noi ad ascoltare e a imparare velocemente le cose. Dobbiamo uscire dal blocco per cui di alcune cose non si può parlare. Bisogna poter parlare e insegnare tutta la realtà, la natura umana, la biologia, l’affettività, i sentimenti.

Dobbiamo riuscire a fare una buona educazione anche solo affettiva, finiremmo altrimenti per crescere delle persone che non sanno riconoscere i propri sentimenti. È una cosa imbarazzante. Eppure, non è che la scienza, la sociologia, la psicologia, non sappia come fare ad affrontare questi temi. La resistenza verso un certo tipo di insegnamento scolastico non fa altro che alimentare problematiche, alimentare discriminazioni, alimentare ignoranza.

Le altre istituzioni possono far tutto. Dal Governo in giù, a tutte le regioni, a tutti i comuni. In ogni potere amministrativo, istituzionale, legislativo, c’è la possibilità di agire con dei processi, con delle attività, con delle attivazioni contro le discriminazioni. E ce ne sono ancora tante. Ce ne sono ancora a livello tecnico.

Ci sono ancora le seconde generazioni che faticano, pur essendo completamente e pienamente cresciute in Italia, e sono vittime di percorsi allucinanti. Ci sono ancora bambini e bambine che non hanno tutela, stralciati dalla tutela delle unioni civili, figli e figlie di famiglie omogenitoriali o, comunque, di coppie transgender. Ci sono bambini e bambine che potrebbero essere adottati dai single. Ci sono tutte le aree che hanno a che fare con la disabilità: esiste una discriminazione fortissima. Stiamo disegnando questo mondo tenendo fuori un sacco di gente. Non parlo solo di disabilità motoria, penso a tutto ciò che è legato al benessere e alla salute mentale, ad esempio.

Non parliamo poi del macro, enorme, immenso problema del genere. Le donne continuano a subire una discriminazione veramente allucinante, con un gender gap che è indecente.

Certo che a livello legislativo e istituzionale si potrebbe fare. Ma chi è che ha interesse a farlo? Chi un interesse a mantenere uno status quo dove è più facile dire “i bambini e le persone anziane chi se le cura? Le donne di casa”. Le donne arrivano a trent’anni e devono decidere quanto impegnarsi sul lavoro perché è tutto sulle loro spalle. Devono fare sempre una scelta: questa è una responsabilità, prima di tutto, delle nostre istituzioni. La più grande responsabilità sta nel creare dei processi, dei percorsi che liberino le donne dalla prigione in cui sono.

Che senso ha l’8 marzo oggi?

Costringe un po’ di istituzioni, pensiero e argomenti, a concentrarsi sulla donna. Il problema vero è che si pensa sempre che il problema sia quello delle donne e non si riesce a far capire che la discriminazione di genere, soprattutto nel mondo del lavoro e dell’economia, crea un danno economico enorme a tutta la società. Ricordiamoci che metà della popolazione in fondo è sottostimata, sottovalutata e non utilizzata realmente. Basta vedere i dati qualitativi delle uscite dalle università per capire quanto perdiamo in qualità anche nel mondo del lavoro.

Cosa insegni alle tue figlie?

Spero di insegnare tutto ciò che possa essere loro utile nella vita. Ma cerco di insegnare anche quello che non potrebbe essere utile. È importante che sappiano, indipendentemente da tutto. Cercano di insegnare loro di non fermarsi mai davanti a qualcosa che non sanno, ad approfondire, a non limitare la propria analisi delle situazioni, a non rimanere in superficie. Devono cercare di andare a fondo, di non sopravvivere ma di vivere. Sono due cose diverse.

E poi cerco, cosa che per me è più importante ancora, di imparare da loro. Perché loro, effettivamente, hanno quello sguardo che mi aiuta a capire come loro apprendono la realtà e molto, molto, molto più avanti di come la apprendiamo noi. In qualche modo, il nostro è un rapporto a due direzioni, non è un rapporto univoco. Quando loro ti fanno delle domande, quelle di cui dicevo prima e per cui gli adulti per paura tendono a tenere lontano chi è diverso, è interessante sapere che tipo di risposta ti darebbero loro. Noi diamo a volte per scontato uno sguardo loro che invece è il nostro.

Se un bambino o una bambina ti pone domande qualcosa quando vede ad esempio un altro bambino in carrozzina o una persona povera che fuori da un negozio chiede degli spiccioli, è molto interessante capire loro cosa pensano della realtà che hanno davanti. Perché noi diamo una risposta basata su quelli che sono le nostre paure o le nostre convinzioni.

Sei presidente di DiversityLab. Come si fa la differenza senza fare differenze?

Vale quello che dicevo per i bambini ma in versione adulta. Non bisogna mai soffermarsi alla superficie delle cose. Bisogna sempre chiedersi: “Come mai diamo quel giudizio? Come mai pensiamo quella cosa di quella persona? Che tipo di percorso abbiamo fatto per arrivarci? Non è che ci stiamo soffermando solo a una, due, tre caratteristiche che vediamo? Non è che non abbiamo approfondito veramente?”. Noi fondamentalmente non facciamo che interpretare la realtà in maniera molto veloce.

Ho scritto un libro, Pregiudizi inconsapevoli. Perché i luoghi comuni sono sempre così affollati, pubblicato lo scorso anno da Mondadori e uscito purtroppo in piena epoca CoVid, che parla proprio di questo. Ho fatto un lavoro molto grosso sulla ricerca che viene fatta sugli unconscious bias, sui pregiudizi che noi abbiamo inconsapevoli, e al modo in cui in Italia li applichiamo.

Come fare la differenza senza fare differenze? Non fermandosi. Non fermandosi all’apparenza, non dare per scontato che una persona sia quello che vediamo all’inizio. E, quindi, approfondendo le cose, capendole al di là delle cose. Ricordandosi anche che il valore delle persone sta proprio nel loro essere differenti. Soffermandosi su ciò che appare creiamo delle categorie: stereotipare per noi è più facile. È molto più faticoso capire cosa c’è dietro, parlare ad esempio con chi non la pensa come noi: significherebbe, però, fare un passo in più, trovare un punto di unione tra idee differenti, produrre innovazione, creare ponti. L’evoluzione è fatta di diversità e la diversità è ciò che ci fa evolvere.

Francesca Vecchioni, presidente di DiversityLab.
Francesca Vecchioni, presidente di DiversityLab.
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