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#metoo: a 4 anni dalla nascita del movimento, ecco perché non dovremmo smettere di parlarne

L'attivista Tarana Burke è stata la prima a usare le parole "Me too", "Anche a me", per aumentare la sensibilità sugli abusi e le molestie sessuali nella società. Nel 2017 è diventato un hashtag condiviso milioni di volte: storia di un movimento e di una svolta culturale e sociale

Il movimento Me Too, meglio noto con l’hashtag #metoo, è un movimento femminista che si batte contro le violenze sessuali e la violenza di genere, diventato virale nel 2017 attraverso un hashtag che ha guadagnato forza grazie all’endorsement di numerose celebrity, che hanno deciso di raccontare le loro esperienze per comunicare alle donne e tutte le vittime di violenza che non sono sole né colpevoli.

A distanza di 4 anni dalla deflagrazione della campagna social #metoo, iniziata dopo le rivelazioni pubbliche di accuse di violenza sessuale contro il tycoon di Hollywood Harvey Weinstein, l’attenzione mediatica intorno al movimento è scemata, ma è fondamentale continuare a parlarne per trasmettere un messaggio univoco a tutte le vittime di molestie e violenza sessuale: non sei sola, e non sei la sola.

“Me Too”, storia di un movimento

L’espressione “Me Too” è stata usata per la prima volta nel contesto delle molestie e degli abusi sessuali dall’attivista Tarana Burke nel 2006, fondando un’associazione finalizzata ad aumentare l’attenzione e la consapevolezza sul fenomeno degli abusi sessuali e delle molestie nella società moderna. La decisione è nata, ha raccontato Burke, dopo l’incontro con una giovane donna di nome Heaven in Alabama che le raccontò di avere subito violenza dal fidanzato della madre. Burke ha rivelato che ai tempi non seppe dire nulla alla ragazza, e che in seguito non la vide mai più. Si disse poi pentita di non avere pronunciato due semplici parole: “Me too”, “anche io”, un modo per comunicare alla ragazza che anche lei aveva vissuto la stessa traumatica esperienza. 

Diversi altri episodi del genere arrivarono all’attenzione dell’attivista newyorkese, che decise prima di fondare Just Be Inc., un’organizzazione che promuove il benessere tra le giovani donne tra i 12 e i 18 anni, e poi, nel 2006 di fondare il movimento “Me Too” utilizzando proprio quella frase che mai aveva detto alla ragazza con l’obiettivo di focalizzarsi su molestie e abusi troppo spesso tenuti nascosti.

La trasformazione in #metoo

Nel 2017, quando un’inchiesta del New York Times ha reso pubbliche le denunce di numerose attrici di Hollywood nei confronti del produttore cinematografico Harvey Weinstein, sui social iniziò a diffondersi un hashtag, #metoo. La prima celebrity a utilizzarlo pubblicamente allo scopo di sensibilizzare la community fu l’attrice Alyssa Milano, che ha incoraggiato le donne a condividerlo nel caso in cui avessero subito molestie o violenze sessuali per dare «un ordine di grandezza del problema». L’hashtag ha iniziato a circolare in modo sempre più potente, accompagnato da testimonianze e racconti personali, e Milano ha voluto riconoscere a Burke il primo utilizzo del “Me Too” scrivendo di averne scoperto da poco la storia e definendola “drammatica e fonte d’ispirazione allo stesso tempo”.

Milano lanciò il primo tweet con l’hashtag #metoo il 15 ottobre 2017: a fine giornata era già stato rilanciato 200.000 volte, salite a 500.000 dopo due giorni. Su Facebook, l’hashtag è stato inserito in 12 milioni di post da 4,7 milioni di persone in sole 24 ore, e Facebook riportò che solo negli Stati Uniti il 45% degli utenti aveva almeno un contatto che avesse scritto un post contenente l’hashtag. Che nel corso dei mesi successivi venne tradotto in altre lingue creando un flusso continuo di testimonianze provenienti da ogni parte del mondo: in Canada era il #moiaussi, in Francia #balancetonporc. Diverse altre celebrity iniziarono a condividere le loro esperienze, non solo con Weinstein: Marisa Tomei, Gwyneth Paltrow, Ashley Judd, Uma Thurman, in Italia a prendere la parole e diventare il volto del movimento furono Gina Lollobrigida e Asia Argento. Migliaia di donne stavano twittando la loro esperienza, portando allo scoperto un problema gigantesco sino ad allora passato quasi sotto silenzio. E la presa di coscienza dell’ampiezza di questo problema ha dato il via a una trasformazione culturale.

L’empowerment attraverso l’empatia 

La reazione sociale e culturale provocata dal #metoo, sospinto dalla potenza dei social network e dalla visibilità delle celebrity, tributò a Burke il premio del Time come “persona dell’anno”, e lei e le altre attiviste vennero identificate come “coloro che hanno rotto il silenzio”. Un muro era caduto, e la breccia, da sottile crepa, era diventato un gigantesco foro da cui fuoriuscivano migliaia, milioni di testimonianze di donne incoraggiate a condividere le loro esperienze. 

Ed è per questo che continuare a parlare è fondamentale: pur finito al centro di diverse polemiche (diversi attori e attrici, ma anche attivisti e politici, hanno parlato di “caccia alle streghe” e di desiderio di creare divisione tra uomini e donne per la tendenza a tacciare di molestia anche approcci relazionali) il movimento Me Too resta quello che ha consentito a milioni di donne di portare alla luce traumi legati ad abusi e violenze per troppo tempo rimasti nascosti. 

Spesso per vergogna e per paura, ma anche per senso di colpa e per rassegnazione. Soprattutto quando si tratta di molestie in famiglia, dove la tendenza è quella di tenere tutto entro le mura di casa per timore di non essere creduti, o sul luogo di lavoro, dove entrano in gioco anche dinamiche di potere. Un hashtag diventato liberatorio, una condivisione andata oltre la primaria funzionalità dei social network, che ha portato moltissime donne a realizzare che non è colpa loro, e che non sono sole.

«Ho visto le donne sui social divulgare le loro storie usando l’hashtag #metoo – ha detto Burke dopo essersi ripresa dallo choc suscitato nel vedere le sue due parole, il fondamento del lavoro di una vita, diventare universare sul web – Mi ha fatto battere il cuore vedere le donne usare questa idea – quella che chiamiamo “empowerment attraverso l’empatia” – non solo per mostrare al mondo quanto sia diffusa e pervasiva la violenza sessuale, ma anche per far sapere alle altre sopravvissute che non sono sole. Il punto del lavoro che abbiamo svolto nell’ultimo decennio con il movimento è far sapere alle donne, in particolare alle giovani donne di colore, che non sono sole: è un movimento. Va al di là di un hashtag. È l’inizio di una conversazione più ampia e di un movimento per la guarigione radicale della comunità».

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