Giorgia Soleri

Giorgia Soleri, intervista alla “ribelle guastafeste”: «Ogni differenza è un valore»

La modella, scrittrice e attivista è tra le protagoniste del nuovo libro della serie Storie della buonanotte per bambine ribelli: le abbiamo chiesto cosa significa per lei, oggi, essere ribelle

Le risposte argute alle provocazioni e le nette prese di posizione, anche su argomenti scomodi, hanno spinto i detrattori a considerarla "una guastafeste" - un ruolo in cui d'altronde lei stessa si riconosce - ma a osservarla e ad ascoltarla bene, pare evidente che Giorgia Soleri è, tra le tante cose, una ribelle.

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Nata 26 anni fa a Milano e ormai saldamente radicata a Roma, Soleri è modella, scrittrice e attivista, ed è anche la compagna del frontman di una delle band più famose del momento, Damiano David dei Måneskin. Soprattutto, è una donna che non teme di far sentire la propria voce e di esporsi per le proprie idee, e che non ci sta a farsi incasellare in ruoli e definizioni. Anche per questo è stata inserita tra le 100 giovani “changemaker” protagoniste del nuovo libro di Elena Favilli, quinto capitolo delle sue ormai celebri Storie della buonanotte per bambine ribelli edite da Mondadori Libri. Le abbiamo chiesto cosa significa per lei essere una “bambina ribelle”, chiacchierando anche di definizioni, appunto, ed etichette limitanti.

Giorgia, che effetto ti fa essere inserita tra le 100 giovani “changemaker” protagoniste del nuovo libro della serie Storie della buonanotte per bambine ribelli?

Ho conosciuto e amato la serie di libri Storie della buonanotte per bambine ribelli molto tempo prima di ricevere la comunicazione della mia presenza tra queste ragazze eccezionali. Poter crescere con l’esempio di decine e decine di donne che hanno compiuto azioni esemplari o che hanno in qualche modo cambiato il mondo è una possibilità che tante di noi non hanno avuto, cresciute con principi e principesse. Per questo motivo farne parte mi rende piena di orgoglio e commozione, far sapere alle bambine - con delle storie reali - che combattere per i propri diritti, far sentire la propria voce, impegnarsi per cambiare le ingiustizie non solo è utile ma spesso necessario è bellissimo. Sicuramente diverso dai vari “non far rumore, non essere competitiva, non chiedere troppo, stai composta e non sporcarti” che molte hanno sentito e con cui sono cresciute.

Sul tuo profilo Instagram ti definisci “femminista guastafeste”. Perché hai scelto questa definizione?

Sempre riprendendo la domanda di prima, ci è stato insegnato - implicitamente o meno - a non far sottolineare quando qualcosa a cui assistiamo o che sentiamo è sbagliato per non “rovinare l’atmosfera”.

Invece ad oggi “guastare le feste” continua a esser necessario quando vengono messi in atto atteggiamenti discriminatori in qualsiasi senso. Non vogliamo più stare in silenzio di fronte ad abusi e prevaricazioni

Le tue prese di posizione e le tue dichiarazioni provocano spesso reazioni anche piuttosto accese, mettendoti inevitabilmente nel mirino delle critiche. Come vivi il rapporto con i social?

Le critiche costruttive sono sempre ben accette, aiutano a crescere ed evolversi, la cattiveria è una cosa diversa. L’unico modo per non ricevere critiche, di qualsiasi tipo, è proprio non prendere posizione, ma piacere a tutte le persone non è il motivo per cui utilizzo i social e soprattutto non fa parte di me. Non posso immaginare una vita dove non metto ciò che so e che ho al servizio di altre persone, e sono molto grata quando qualcuno lo fa per aiutare (anche) me. Ovviamente sono umana, e alcune critiche mi colpiscono e mi feriscono, sarebbe ipocrita affermare il contrario. Cerco di mettermi sempre in dubbio e soprattutto di tutelare la mia salute mentale come priorità. Se non sono pronta ad espormi su un argomento perchè non ho energie o sono fragile in quel momento è giusto che mi protegga, ma c’è anche una parte bellissima ed emozionante dei social: la condivisione, che non è mai a senso unico. quando mi arrivano messaggi come “grazie a te ho ricevuto una diagnosi”, “mi aiuti a non sentirmi sola nel dolore”, “il tuo esporti ha aiutato anche me a sentirmi più sicura” rimetto tutto in prospettiva e capisco che, per quanta cattiveria possa ricevere, tutto questo bene non ha prezzo e ne vale la pena.

Nei giorni scorsi hai deciso di condividere un’altra patologia di cui hai recentemente scoperto di soffrire, la fibromialgia. Si tratta di una diagnosi che si aggiunge ad altre arrivate in passato, relative a patologie per cui hai contribuito ad alimentare il dibattito e aumentare la consapevolezza. Quanto è importante la condivisone, in questi casi?

Trattandosi di malattie non riconosciute dal SSN e con anni (a volte decenni) di ritardo diagnostico, la condivisione rimane necessaria per provare almeno a velocizzare questo processo.

Io per prima ho ricevuto le mie diagnosi proprio grazie alla condivisione di altre persone sui social. Mi hanno inconsapevolmente cambiato la vita

Ma nessuna persona malata dovrebbe sentirsi dire per anni che è esagerata, ipocondriaca, bugiarda, solo perchè non si riesce ad arrivare a una diagnosi. Inoltre portare malattie invisibilizzate nel discorso pubblico è importante per richiedere diritti e tutele da parte dello Stato. Al momento la grandissima parte delle spese mediche riguardanti queste malattie sono a carico del paziente, e la salute non dovrebbe essere un privilegio di pochi.

Il Comitato Vulvodinia e Neuropatia del Pudendo, da te presieduto, ha portato avanti una lunga battaglia per il riconoscimento di queste patologie come invalidanti. Che cosa ti ha insegnato, e lasciato, questo percorso?

La cosa più bella è che all’interno del Comitato non c’è una struttura gerarchica, ma è suddiviso in comitato scientifico di cui fanno parte specialisti e professionisti, le associazioni e le pazienti attiviste. Ognuna di noi ha un ruolo importante all’interno del meccanismo di funzionamento e niente sarebbe stato possibile se fossi stata sola. A livello politico-sociale ho imparato la forza di un gruppo di persone che si unisce e lotta per un obiettivo comune, privandosi di tempo e privacy. A livello personale, invece, la cosa che più mi ha insegnato e lasciato questa esperienza è l’importanza di un gruppo di supporto tra pari. Sapere di avere al proprio fianco persone che ti comprendono non solo nella lotta ma anche nel dolore ha svoltato completamente la mia esperienza con le malattie. Non smetterò mai di essere grata per questa possibilità.

Il tuo primo libro si intitola Signorina Nessuno. L’idea di base sembra essere che dare un nome a cose, persone e situazioni sia fondamentale, più che a etichettarle, a riconoscerle e affrontarle. Sei d’accordo?

La signorina Nessuno ha tanti e molteplici significati. Nasce come volontà di mettere avanti le mie parole piuttosto che il mio nome o la mia immagine. Nei fatti però mi riapproprio di “signorina” un termine spesso utilizzato per togliere valore e professionalità alle donne (ad esempio “signorina” al posto di “Dottoressa”) e quel Nessuno prende la lettera maiuscola, si trasforma da nome comune a nome proprio. Quindi prendo una parola che toglie identità per eccellenza, e la riempio di una nuova identità, fatta di scelta e autodeterminazione.

C’è qualcosa che ti piacerebbe dire alle giovani donne che ti seguono e magari si augurano un giorno di “diventare come Giorgia Soleri”?

Quello che vorrei dire loro è che spero non vogliano mai diventare qualcosa o qualcuno di diverso da ciò che sono, perchè la diversità è una ricchezza e ogni differenza ha valore

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