Elena Favilli: «Consapevolezza ed esperienza, così si diventa bambine ribelli»

La scrittrice e giornalista Elena Favilli torna in libreria con un nuovo capitolo della serie "Storie della buonanotte per bambine ribelli", questa volta dedicato alle giovani donne che hanno il potere di cambiare il mondo. L'abbiamo intervistata: ecco cosa ci ha raccontato

Era il 2016, e in libreria debuttava un libro che avrebbe rivoluzionato il modo di raccontare storie a bambine e ragazze. Non più fiabe frutto di fantasia, ma storie di donne vere, che hanno sfidato stereotipi e pregiudizi e hanno lottato per ottenere ciò che desideravano: non a caso, il libro s'intitolava "Storie della buonanotte per bambini ribelli", e avrebbe conquistato migliaia di persone in tutto il mondo.

A firmarlo la giornalista e scrittrice Elena Favilli insieme a Francesca Cavallo: da allora sono trascorsi 6 anni, e dal primo volume è nata una serie, con l'ultimo libro dedicato alle 100 giovani "changemakers", giovani donne che hanno il potere di cambiare il mondo. Ne abbiamo parlato proprio con Favilli, facendoci raccontare anche chi sono per lei oggi le "bambine ribelli".

Come sono state scelte le “changemakers” inserite all’interno del nuovo libro?

C’è stato un lungo processo di ricerca perché nella maggior parte dei casi si tratta di personaggi poco conosciuti, vista appunto la giovanissima età. È stato molto bello scoprire storie come quella dell’ambientalista ecuadoriana Helena Gualinga, o quella della rapper giamaicana Koffee.

Come sempre ho cercato di trovare storie che rappresentassero il talento femminile nei campi più disparati, dalla scienza allo sport, alla musica, e da ogni angolo del mondo, ma per la prima volta l’ho fatto cercando solo storie di under30

Chi sono secondo lei oggi le “bambine ribelli”?

Sono le ragazze di oggi che stanno ridefinendo i confini del possibile e costruendo il mondo di domani, quelle che il primo volume delle Bambine Ribelli invitava a sognare in grande. E sono tutte donne, adulte e bambine, che in modi diversi lottano per affermare pienamente la propria libertà individuale e sociale nonostante i molti limiti che ancora le penalizzano.

Quanto c’è bisogno di loro in un’epoca così complessa da moltissimi punti di vista?

C’è ancora un estremo bisogno di bambine ribelli, purtroppo. Basti pensare a quello che sta succedendo in Iran, dove le donne si tagliano i capelli in segno di protesta contro il regime dopo la morte di una giovane che era stata arrestata soltanto perché non indossava il velo in maniera corretta. C’è un video che sta girando molto in questi giorni con tre bambine che marciano per strada sventolando i veli che dovrebbero tenere in testa e inneggiando “Donne, Vita, Libertà” in persiano. In Iran le bambine sono costrette dal regime a coprire la loro testa e il loro corpo fin dall’età di 7 anni.

Il suo primo libro è uscito nel 2016, scardinando la concezione dei tradizionali libri per bambini. Non favole con principesse salvate dal principe, ma racconti di donne che si salvano da sole. Da allora sono passati sei anni, come è cambiata secondo lei la narrazione? 

Il primo libro delle Bambine Ribelli ha di fatto aperto un varco nell’editoria globale, portando alla ribalta i libri su women non-fiction. All’improvviso tutti si sono accorti di un buco enorme nel mercato, che era stato trascurato per molto tempo, e che nascondeva un bisogno profondo di storie nuove, soprattutto da parte dei giovani lettori. Gli scaffali delle librerie di tutto il mondo hanno iniziato a riempirsi di libri per bambini dedicati a donne che hanno fatto la storia, nei formati più diversi.

Grazie alle Bambine Ribelli, le bambine e i bambini di oggi hanno certamente accesso a una rappresentazione della storia dell’umanità molto più equa e variegata

A che età secondo lei è importante iniziare a parlare con le bambine di temi come empowerment femminile, e come farlo nella maniera corretta?

Non si tratta solo di parlare alle bambine di empowerment, si tratta di educare i genitori e le famiglie a un nuovo linguaggio e a una nuova narrazione. Le ricerche ci dicono che già a sei anni le femmine si sentono meno capaci dei maschi, quindi significa che il condizionamento di genere inizia ad agire prestissimo, prima ancora che arrivino alla scuola elementare. La cameretta blu per i maschi e quella rosa per le femmine, che ancora così tanti genitori continuano a predisporre mesi prima della nascita, è un esempio classico di un condizionamento di genere che andrà ad agire da subito, piantando il seme di una differenza che nel tempo pesa a sfavore delle bambine. Quindi non è mai troppo presto per cominciare a parlare di uguaglianza di genere e a proporre modelli di riferimento diversi. 

Lei abita in America. Come ha vissuto e sta vivendo i profondi stravolgimenti che stanno vivendo le donne americane, in particolare su un tema importante come il diritto all’aborto?

Gli Stati Uniti vivono uno dei momenti più difficili della loro storia moderna, la popolazione non è mai stata così divisa e arroccata su poli opposti. C’è per la prima volta paura di una nuova guerra civile, soprattutto alla luce degli eventi del 6 gennaio alla Casa Bianca.

Dal mio punto di vista, io continuo a contribuire pubblicando libri che propongono modelli femminili liberi, di rottura, e che aiutano a riscrivere le regole di quello che vuol dire, o può voler dire, essere donna oggi

Lei è nata “bambina ribelle”, o lo è diventata acquisendo consapevolezza ed esperienza?

Decisamente lo sono diventata prendendo consapevolezza ed esperienza. Come diceva Simone de Beauvoir, “è nella conoscenza delle condizioni delle nostre vite che dobbiamo trovare la nostra forza per vivere e le nostre ragioni per agire”. Spero che i miei libri possano aiutare le nuove generazioni di bambine a trovare questa forza molto prima e facendo meno fatica di quella che ho dovuto fare io. E a chi continua a dirmi che bisognerebbe occuparsi anche dell’educazione dei maschi, rispondo con una citazione di Audre Lorde, grandissima scrittrice e attivista afroamericana, “alle donne di oggi viene ancora chiesto di colmare l’ignoranza degli uomini e di educarli rispetto alla nostra esistenza e ai nostri bisogni. È uno dei più vecchi trucchi usati dagli oppressori, quello di tenere gli oppressi occupati con i loro problemi".

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