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Claudia Vismara: “Romantica e malinconica ma ho il mio lato dark” – Intervista esclusiva

claudia vismara i cacciatori del cielo
Claudia Vismara è tra i protagonisti del film di Rai 1 I cacciatori del cielo. Interpreta Norina Cristofoli, personaggio realmente esistito che con Francesco Baracca, l’asso dell’Aeronautica durante la Prima guerra mondiale, vive una breve ma intensa storia d’amore che la segnerà per sempre.

Claudia Vismara è protagonista insieme a Giuseppe Fiorello e Andrea Bosca del film I cacciatori del cielo, in onda su Rai 1 in prima serata il 29 marzo. Prodotto da Gloria Giorgianni per Anele con Luce Cinecittà in collaborazione con Rai Documentari, I cacciatori del cielo racconta la vera storia di Francesco Baracca, asso dell’aviazione militare e civile, e va in onda in occasione delle celebrazioni per il Centenario della costituzione dell’Aeronautica Militare.

Diretto da Mario Vitale (con la consulenza storica di Paolo Varriale), il film I cacciatori del cielo mischia fiction, documentario, immagini d’archivio, “interviste” realizzate ai protagonisti della vicenda e animazione per raccontare un’epopea i cui temi echeggiano ancora oggi: guerra, fratellanza, grandi ideali, amicizia e amore. Mentre Giuseppe Fiorello nel film I cacciatori del cielo dà vita a Francesco Baracca, Claudia Vismara porta in scena il personaggio realmente esistito di Norina Cristofoli, la giovane cantante lirica con cui l’eroe nazionale ha vissuto un’intensa storia d’amore.

Claudia Vismara, per entrare nei panni di Norina nel film I cacciatori del cielo, ha fatto appello alla sua caparbietà e dedizione. A partire dall’accento con cui Norina, da udinese, parlava. E il suo grosso rammarico è semmai quello di non aver potuto approfondire maggiormente la vicenda: i tempi corti a cui cinema e televisione hanno oramai costretto gli attori non le hanno permesso ad esempio di avere accesso in tempi utili alle lettere d’amore che Baracca e Cristofoli si scambiavano. Le sarebbe piaciuto e c’è da crederle considerando quando Claudia Vismara sia una romanticona, come lei stessa afferma.

Tuttavia, ci sono aspetti di Norina Cristofoli, reali e raccontati dal film I cacciatori del cielo, che la stessa Claudia Vismara non avrebbe mai potuto accettare. Come, ad esempio, la scelta di non sposarsi mai dopo la fine (per ovvie ragioni) della storia con Baracca e, soprattutto, di rinunciare alla famiglia e alla possibilità di diventare madre. Il perché lo scoprirete dalle sue parole, accompagnate dal sorriso durante tutta la nostra conversazione. Un sorriso che è indice della gentilezza con cui si relaziona non solo con gli altri ma anche con se stessa.

Claudia Vismara nel film I cacciatori del cielo.
Claudia Vismara nel film I cacciatori del cielo.

Intervista esclusiva a Claudia Vismara

Chi è Norina Cristofoli, il personaggio che interpreti nel film I cacciatori del cielo?

Norina è una giovane donna, un’aspirante cantante lirica che negli anni riuscirà a diventare famosa e ad affermarsi come tale. Vive un grande amore di Francesco Baracca e ciò rappresenta la linea più romantica del film diretto da Mario Vitale. Ovviamente, se dovessi guardare alla loro vera storia d’amore, è stata sicuramente meno romanzata di come l’abbiamo resa noi: Francesco Baracca era chiaramente un uomo molto conteso che piaceva tanto alle donne e che aveva tantissime corteggiatrici, tra cui anche Norina.

Dopo che si conobbero, la loro storia d’amore andò avanti molto per corrispondenza: riuscivano a vedersi in rare occasioni ma era un aspetto che riguardava moltissimo quelle che potremmo chiamare le storie d’amore d’altri tempi, qualcosa che per noi è anche impossibile da immaginare.

A me è piaciuto moltissimo interpretare Norina perché è un personaggio parecchio lontano da me Claudia e dagli altri che tendenzialmente mi fanno interpretare sullo schermo, quasi tutte donne molto toste, dure e a tratti algide. Ho trovato Norina quasi fanciullesca: non perché sia una bambina o immatura ma perché conserva uno spirito fortemente vitale, travolgente e sempre positivo. È quell’aspetto che fa innamorare il “nostro” Francesco: in lui, Norina non vede l’eroe, l’asso dei cieli, ma semplicemente l’uomo mentre Francesco intravede in lei una freschezza e una vitalità che è in contrasto con il contesto bellico che fa da sfondo alla vicenda.

In più, Norina è una donna di Udine ed è stato divertente e interessante da attrice studiare la sua lingua: per me era fondamentale. Ricordo che avevo preparato il provino in un veneto molto generico (non si ha mai molto tempo a disposizione per prepararsi) ma, una volta scelta, ho voluto approfondire ulteriormente la lingua. Ho scoperto così che l’udinese era molto diverso dal veneto: ho studiato allora con una coach per far sì che l’aspetto linguistico risultasse credibile. Da sempre, penso che ogni personaggio abbia una territorialità ben definita che va rispettata e non affrontata con superficialità come spesso capita: il pubblico se ne rende altrimenti conto. Per me, è una conditio sine qua non, soprattutto quando parliamo di personaggi realmente esistiti come Norina.

Hai avuto modo di approfondire il carteggio di lettere che Francesco Baracca e Norina Cristofoli si sono scambiati?

Purtroppo, non ho avuto a disposizione quel tipo di materiale: mi sarebbe piaciuto farlo. Ho letto però tutto quello che ho trovato con le mie ricerche su internet e stralci delle stesse lettere. Mi ha colpito come Norina a un certo punto reclamasse attenzione: “Non ti fai sentire mai”… ho immaginato così quanto fosse difficile mantenere dei rapporti d’amore a distanza e in quel contesto. Ripeto: mi sarebbe piaciuto approfondire ma spesso capita che non ci sia, come per i provini, il tempo materiale per farlo, di doversi preparare in una settimana per un ruolo. E in questo caso c’erano anche altre difficoltà con cui dover fare i conti: Norina era un soprano e c’era una scena fondamentale, quella in cui conosce Francesco, in cui dovevo cimentarmi con una cosa “facilissima”: la Norma di Donizetti.

Seppur abbia un passato musicale e canti da mezzo soprano, non avrei mai potuto cantare Casta Diva. Sono stata quindi doppiata da un soprano ma non è stato semplice restituire la mimica o il labiale. Ma anche cantare in playback non è stato semplice: i soprani hanno una certa staticità in scena e quasi non aprono bocca mentre cantano tanto che spesso viene da chiedersi come facciano a far scaturire un suono così potente, pieno e forte.

A proposito di difficoltà, ne hai riscontrate nel dovere rilasciare per il film delle interviste ricostruite in cui a parlare al pubblico è direttamente Norina quasi in una sorta di confessionale?

Quella dei monologhi o delle interviste è una parte molto bella del lavoro fatto da Mario Vitale. Ma era anche strana: le interviste non hanno una collocazione temporale marcata, motivo per cui non si deve intuire in quale momento siano state rilasciate o quanta consapevolezza del futuro destino c’è in ognuno degli intervistati. Quando racconta il primo incontro con Francesco, Norina non sa cosa l’aspetterà. Sono comunque contenta del risultato: dal mio punto di vista, ho cercato di lavorare molto in sottrazione. Non ho cercato niente che fosse aulico o narrativo ma ho provato a far venire fuori la spontaneità di Norina con l’intento di trasportare lo spettatore dentro alle confessioni del personaggio.

Mario Vitale è stato bravo nel mixare i vari linguaggi usati: nel film c’è la fiction, c’è l’animazione, ci sono le parti documentaristiche e ci sono le interviste quasi da mockumentary. Pensiamo ad esempio alle interviste a Francesco Baracca: si racconta in prima persona ma probabilmente è il suo fantasma a farlo!

Sono tanti gli elementi che contribuiscono a mettere in piedi un prodotto particolare nel suo genere: mi sono chiesta come sarà accolto dal pubblico ma spesso questo va traghettato ad accogliere nuovi linguaggi. Non ci sarebbe altrimenti mai un’evoluzione: facciamo faticare un po’ lo spettatore, non pensiamo sempre che sia stupido o pigro. In Italia abbiamo la tendenza allo spiegone dimenticando che una delle regole della serialità internazionale è quella di mostrare e non di raccontare a parole.

Francesco e Norina in I cacciatori del cielo si amano per quello che sono e non per quello che rappresentano agli occhi degli altri. Sappiamo dalla Storia che, alla morte di Baracca, Cristofoli scelse di non sposarsi mai e di rinunciare a quell’idea di famiglia che con Francesco voleva invece mettere in piedi.

È stata una scelta molto curiosa, soprattutto s’è vista con occhi di una donna di oggi: sembra anacronistica e poteva essere fatta davvero solo in quegli anni. Oggi è impossibile pensare a un uomo e una donna che, condividendo insieme pochissimo tempo, rimangono legati per tutta vita.

Viviamo in un’epoca, anche un po’ orribile, segnata dai rapporti usa e getta: ci si innamora per dieci minuti e, quando le cose non funzionano più, ci si separa con una facilità incredibile: è lo specchio di come sia cambiata la società e di come siano cambiati i rapporti… non so dire se in meglio o in peggio, non è tutto così bianco o nero, però si sente la mancanza di quei legami affettivi di una volta: una delle mie due nonne, rimasta vedova sui 45 anni, non ha mai più avuto un compagno o una relazione e viveva da sola mentre l’altra è rimasta accanto a mio nonno da quando aveva diciotto anni fino alla fine.

È incredibile come prima riuscissimo a stare insieme per tutta la vita, nonostante le difficoltà che qualsiasi coppia incontra, mentre adesso sembra un’eccezione. Non voglio però fare di tutta l’erba un fascio, conosco anche coppie solidissime che stanno insieme da quando erano ragazzini e si amano ancora follemente, però è un dato di fatto che è più facile lasciarsi che cercare di stare uniti e affrontare insieme gli ostacoli. Siamo diventati consumistici anche nei rapporti.

Quanto è stato per te, da madre, pensare a una donna che sceglie drasticamente di non avere figli?

Molto. Non riesco a ricordarmi com’era la vita prima dell’arrivo di mia figlia. Vale per ogni genitore: l’arrivo di un figlio ti stravolge l’esistenza portando la forma di amore più pura, assoluta e potente che si possa mai trovare. Non riesco nemmeno a immaginare cosa significhi rinunciarvi. Se dovessi dare una spiegazione della sua scelta, penserei al fatto che è stata dettata dal non essersi mai più innamorata e dall’aver amato per sempre quell’uomo con cui voleva costruire quella famiglia. Ed è un aspetto terribilmente romantico che mi ha affascinata.

Giuseppe Fiorello e Claudia Vismara in una scena del film I cacciatori del cielo.
Giuseppe Fiorello e Claudia Vismara in una scena del film I cacciatori del cielo.

E tu sei romantica?

Sono abbastanza romantica. Sono del segno zodiacale dei Pesci e come tale romantica e tremendamente malinconica. Ho sempre creduto tantissimo nell’amore e nella famiglia: non mi sono mai vista da sola. Sto proprio bene nella relazione e attualmente sono felicemente innamorata del mio compagno, l’attore Daniele Pilli, e abbiamo insieme una figlia: il coronamento di quello che sin da piccola sognavo. Io non vedevo l’ora, ad esempio, di diventare madre: lo immaginavo sin da quando ero ragazzina e ho aspettato il momento e l’uomo giusto per fare una figlia. Era nei miei progetti da anni!

E come sei riuscita a coniugare maternità e lavoro? Spesso per chi fa il tuo mestiere sono più gli ostacoli che una gravidanza comporta…

Non nego che non è stato facile: chiaramente, da quinto mese di gravidanza in poi non ho potuto più lavorare per ovvi motivi… quando si comincia a vedere la pancia, devi chiudere i battenti. Avevo la lavorazione di una serie tv in partenza (Nero a metà 3) ma fortunatamente la produzione mi è venuta incontro, posticipando il più possibile le mie riprese. Due mesi dopo il parto ero già sul set ma è stato complicato: allattavo e quindi c’era la pausa allattamento, con la bambina portata da Daniele o dalla babysitter.

Emma, mia figlia, mi ha sempre seguita al lavoro ma, chiaramente, per i progetti fuori Roma, lontani da casa, era ed è (allatto ancora) molto più complessa. Siamo molto legate: è una bambina magnifica, mammona e anche papona. Sto adesso per iniziare le riprese della seconda stagione di una serie tv Rai che ha avuto grande successo e di cui sarò una new entry (una poliziotta), starò moto tempo fuori casa e dovrò capire come organizzarmi e far le scelte giuste per la gestione della piccolina. Paradossalmente, da quando è nata lei non mi sono mai fermata un attimo: è come se mi avesse portato anche una certa fortuna sul lavoro!

Sono stata quindi molto agevolata: sui set mi hanno sempre messo a disposizione uno spazio o previsto di farmi tornare al campo base per l’allattamento. Cosa che dovrebbero fare tutti gli ambienti sani di lavoro. Ci si lamenta tanto della bassissima natalità in Italia ma nessuno pensa a quanto sia complicato per una donna gestire nascita e lavoro: nel nostro Paese certe cose non girano ancora così bene, sono tanti gli ostacoli che sul fronte lavorativo una donna deve affrontare quando decide di diventare madre. Pensiamo ad esempio, per rimanere nel mio ambito, come non sia prevista la maternità.

Sei reduce dal grosso successo in Olanda del film Klem, in cui interpreti la parte della cattiva. Ti sei divertita?

Da morire. Ero fuori dalla comfort zone dei ruoli che mi hanno appioppato gli altri: io mi divertirei sempre a interpretare personaggi molto diversi da quelli che mi propongono. Mi riconosco una certa versatilità e so di avere un meraviglioso lato dark che è stato finora pochissimo indagato: mi ci vedo a interpretare personaggi cattivi, violenti o pazzi, so che sono corde che posso tranquillamente toccare. In me convivono una parte più femminile e una più maschile, per cui non sono solo la donna forte e determinata che mi propongono spesso di portare in scena.

Klem è un film che chiude una serie tv di tre stagioni che il pubblico ha amato tantissimo. Il film è tuttora un successo clamoroso che ha raggiunto quasi i 200 mila spettatori in sala, un risultato per cui sono tutti molto felici: non era scontato, spesso il pubblico di una serie tv non è detto che poi vada al cinema. il mio è un personaggio che spesso non vedi interpretato da una donna: il boss con i suoi scagnozzi… è una goduria calarsi nei panni di un cattivo quando nella vita si è molto sani!

Come tutti coloro che appartengono a un segno zodiacale doppio, il lato dark è da tenere in conto…

È vero, è nascosto da qualche parte dentro noi. Ne sono consapevole ma l’importante è saper gestire il nostro doppio, modularlo e non lasciarlo venir fuori. Io, ad esempio, sono una persona molto irascibile, lo riconosco. Negli anni ho fatto un percorso per placare la mia rabbia ma so che sono capace di cambi di umore molto repentini. So essere angelica, materna, delicata, romantica… ma anche aggressiva e violenta: oddio sembrano termini molto forti ma giuro che non ho mai picchiato nessuno (ride, ndr).

Cosa ti scatena oggi rabbia?

Ho una lista di tredicimila cose ma quella in cima è la mancanza di rispetto nei miei confronti. Sono una persona sempre molto corretta, cortese e generosa, nei confronti del prossimo. Motivo per cui, quando noto che senza una motivazione valida mi si rivolge con non gentilezza, mi sento ferita e di conseguenza mi incazzo. Mi ferisce perché non capisco perché non si possa usare sempre la gentilezza con gli altri: facendolo, sarebbe un mondo migliore per tutti.

Nel pratico sono tante poi le cose anche stupide che mi fanno andare in bestia. Se ho voglia di mangiare qualcosa, ad esempio, mi creo un’aspettativa e, se non la trovo, mi cambia l’umore. Così come quando mi si fanno dei regali che non mi piacciono: cerco di dissimulare il malcontento ma ci rimango male, è indice del fatto che chi sta dall’altro lato mi conosce poco.

Lo scorso anno sei stata tra i protagonisti di un film, Tapirulan, che affronta la piaga delle violenze e degli abusi domestici. Quanto credi che serva quel tipo di racconto per sensibilizzare sull’argomento?

È fondamentale raccontare storie di quel tipo perché evidentemente nel nostro Paese abbiamo un problema molto serio: basta guardare il tasso di femminicidi in Europa per accorgersi di essere molto indietro rispetto ad altri posti. C’è ancora qualcosa di profondamente marcio da dover scardinare: non possono salvarci solo le operazioni filmiche ma occorrerebbe fare un gran lavoro (in parte lo si sta già facendo) sulle nuove generazioni. Servirebbe lavorare sui bambini e far conoscere loro un modello sano di relazione e di rispetto con l’universo femminile.

Bisognerebbe partire dalle differenze di genere e far capire che non c’è nulla che è solo maschile o femminile. Nel Lazio, ci sono per esempio dei laboratori che si prodigano in tal senso insegnando alle bambine a occuparsi di idraulica o meccanica e ai bambini di moda o altro. Dobbiamo uscire dagli stereotipi di genere, qualcosa che niente ha a che vedere con la teoria del gender.

Una volta mi sono incazzata con il mio compagno, la persona meno maschilista che conosca, perché dopo aver forato una gomma avrei dovuto togliermi dal volante per lasciare spazio a lui, come se una donna non potesse guidare una macchina con il ruotino! Oppure, molto pi banalmente, se una coppia deve mettersi in viaggio perché alla guida deve starci quasi sempre l’uomo e non la donna? È una forma di maschilismo un po’ più silente e sotterranea ma sempre maschilismo è.

Il cinema, come tutte le arti in genere, ha una grande responsabilità: trasformare il mondo in cui noi viviamo proponendo dei modelli che siano giusti e al passo con i tempi.

E nel mondo del cinema avverti disparità di genere, a parte quelle salariali che purtroppo interessano ogni ambito professionale?

La differenza maggiore che accusiamo noi donne non sta tanto nel trattamento sul set ma nel non sentirci raccontate. I protagonisti delle nostre storie sono principalmente uomini, le percentuali sono schiaccianti e, purtroppo, valgono anche per i coprotagonisti: per ogni sei personaggi maschili ce n’è uno femminile, un gap terrificante. E per di più i personaggi femminili sono definiti attraverso le relazioni con quelli maschili: vittime, mogli di, figlie di, amanti di, collega di… non esistono personaggi femminili nuovi, bizzarri o fuori dagli schemi o, per lo meno, sono pochissimi i casi in cui accade tanto da essere vissuti come eventi. Il grosso limite consiste dunque nella mancanza di storie al femminile: è come se l’immaginario di chi scrive sia sempre al maschile. Ed è un limite tutto italiano.

Se avessi la macchina del tempo e potessi ritornare indietro, gireresti ancora Il Paradiso delle Signore?

Certo che sì. È stata una delle esperienze più divertenti della mia vita a cui guardo ancora oggi con grandissima malinconia. S’era creato un gruppo di lavoro fortissimo in cui regnava un’atmosfera serenissima. Sono nate delle amicizie anche molto belle sul set e il ricordo di quei due anni non può essere che bellissimo.

I cacciatori del cielo: Le foto del film

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