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Nina Rima: “Forte, per essermi mostrata fragile” – Intervista esclusiva

Nina Rima
Nella serie tv di Canale 5 I fantastici 5, Nina Rima interpreta Greta, un’atleta paralimpica dal carattere spigoloso. L’abbiamo incontrata per capire com’è stato cimentarsi per la prima volta con la recitazione. Ne è venuta fuori un’intervista che dal set passa alla vita di tutti i giorni, tra desideri, difficoltà, felicità e timori.

Nina Rima, modella e influencer che da sempre punta all’inclusione e all’accettazione delle diversità, è nel cast della serie tv di Canale 5, prodotta da Lux Vide, I fantastici 5 (martedì 30 e mercoledì 31 gennaio le ultime due puntate). Interpreta Greta, una degli atleti paralimpici della Nova Lux, la squadra allenata dal coach Raoul Bova che impara come lo sport sia una passione e non un’ossessione.

Per Nina Rima è stata la prima volta che si è cimentata con la recitazione, un sogno che aveva sin da bambina, come ci rivelerà sei stessa, e che aveva chiuso in un cassetto, crescendo, perché ritenuto impossibile da concretizzare. Ma Nina Rima non vuole essere definita un’attrice: non ha mai studiato recitazione e le manca la formazione necessaria per usare un titolo che lei considera non appartenerle.

La sincerità, l’umiltà e la semplicità di Nina Rima colpiscono sin da subito. Innanzitutto, per come affronta la disabilità con cui convive da quando nell’aprile del 2017, ancora adolescente, un incidente l’ha portata a perdere una gamba, a indossare una protesi (“quattro”, come scherza lei nella sua bio su Instagram) e a rinascere. E, quando usa la parola rinascita, Nina Rima non lo fa per costruire intorno a sé la favola della principessa dormiente che dopo un bacio si risveglia: la pronuncia con cognizione di causa e il perché lo trovate tra le righe.

A 24 anni, Nina Rima è già mamma e la maternità non poteva non essere oggetto del nostro confronto: stare sul set ha significato per lei smettere di allattare e dover temporaneamente, anche se solo per poche ore, allontanarsi dalla sua piccola Ella Noa. Ma sono tanti gli argomenti che pian piano vengono fuori dall’incontro in maniera spontanea e naturale. E anche sorprendentemente inattesa.

Nina Rima nella serie tv I fantastici 5.
Nina Rima nella serie tv I fantastici 5.

Intervista esclusiva a Nina Rima

Il ruolo di Greta nella serie tv di Canale 5 I fantastici 5 rappresenta la tua prima esperienza come attrice.

Sognavo di diventare attrice sin da bambina. Il mio gioco preferito da piccolissima erano i travestimenti: guardavo un film e poi lo reinterpretavo a modo mio. Era il mio sogno nel cassetto ma, man mano che crescevo, ho cominciato a pensare che non si sarebbe mai potuto realizzare tanto che, a un certo punto, avevo completamente abbandonato l’idea. Sì, era bello come sogno ma non mi impegnavo affinché si concretizzasse: non ho mai studiato recitazione, ad esempio, e di questo oggi mi pento tantissimo. Tuttavia, è stato forse il crederci sempre che ha fatto sì che effettivamente si concretizzasse.

Hai solo 24 anni: c’è sempre tempo per studiare recitazione.

Ovviamente, sì. Ma io sono molto dura, molto severa con me stessa: non avendo mai avuto punti di riferimento, mi sono sempre dovuta autoresponsabilizzare e questo ha fatto sì che diventassi molto dura e al tempo stesso molto ambiziosa. Quando il sogno si è trasformato in realtà, mi sono ritrovata in un mondo completamente nuovo e diverso da come me lo aspettavo e da quello che è il mio lavoro sui social.

Cos’è che ha portato Nina Rima a dire di sì al progetto?

Non ci ho neanche dovuto pensare a dire la verità. Mi è arrivata la chiamata per un’ipotesi di provino mentre stavo per sottopormi a una rivoluzione solare. Sono molto appassionata di astrologia e per il mio compleanno avevo deciso di andare a Copenaghen per far sì che l’anno a seguire fosse più proficuo dal punto di vista lavorativo. Desideravo che fosse pieno di contratti, di novità e di proposte allettanti, cosa che poi si è realizzata ancor prima che arrivassi a destinazione: alla chiamata, sono saltata giù dal treno!

Per me, è stato subito un sì, anche se non sapevo quale sarebbe stato ovviamente l’esito del provino: mi preoccupava tantissimo la mia non formazione. Ma ho capito sin dall’inizio a che alla produzione sarebbe servita effettivamente una figura come la mia: ancora una volta la mia disabilità mi avrebbe messa nella condizione di ottenere un lavoro quando nella maggior parte dei casi avviene il contrario. Non mi stavano cercando per la mia formazione e sin da subito mi hanno rassicurata su come mi sarebbero venuti incontro. Anche perché le paure erano tante: non avevo mai recitato e, soprattutto, non sono una sportiva, come il personaggio di Greta avrebbe richiesto.

Tuttavia, quando credo in qualcosa, mi impegno con tutta me stessa, al mille per mille, tanto che adesso studio e corro (ride, ndr). Mi sono messa sotto, come si suol dire, ed è stato molto difficile sia a livello fisico sia a livello psicologico. E le ragioni sono diverse: prima di tutto, non mi reputo un’attrice e, vi prego, non chiamatemi tale; poi, non avevo mai corso in vita mia; e, infine, come se non bastasse, avevo il mio lavoro, la mia maternità e anche il mio matrimonio da preservare. È stato un anno bello tosto!

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Per la corsa, sei stata seguita da un preparatore atletico.

Sono stata seguita da Marco La Rosa a Milano e da Stefano Cialella sul set. Entrambi mi hanno anche continuato a ripetere di continuare a correre anche dopo le riprese della serie tv ma lo considero quasi impossibile, non è qualcosa che farò mai. L’aspetto difficile della corsa e dello sport paralimpico è dato dall’andare incontro a una serie di problemi tecnici e fisici che non lasci sul campo ma che porti con te anche a casa, nella vita di tutti i giorni: un allenamento di un’ora e mezza ti mette ko per almeno due giorni.

Mi capitava in quel periodo di tornare dagli allenamenti, fare una doccia, truccarmi in maniera veloce, correre su un tacco 12 alla Fashion Week: rientravo stremata, con le bolle sul moncone e a pezzi fisicamente.

E in più dovevi separarti da tua figlia, che all’epoca delle riprese aveva appena un anno.

La portavo con me tutte le volte che potevo, altrimenti la lasciavo con il papà. Ma ci sono state anche quelle volte in cui, ricevendo la convocazione sul set la mattina per il pomeriggio, dovevo organizzarmi: dovevo spostarmi da Milano a Roma, mio marito si trovava in Sicilia per il suo lavoro ed ero costretta a cercare qualsiasi persona che potesse venire con me per tenere la bambina. A livello emotivo, è stato molto difficile: avevo come l’impressione di abbandonarla mentre stavo sul set. Tra l’altro, durante le riprese, ho anche dovuto smettere di allattare.

Era qualcosa che avevi in previsione di fare?

Avevo intenzione di farlo a prescindere ma avrei preferito farlo diversamente, in un modo forse più dolce e in un momento deciso da me e non da terzi. Non nego però che smetterlo di farlo mi abbia facilitato con il lavoro: di mio, forse, avrei impiegato più tempo e sarei sempre stata un po’ più titubante. Me ne sono fatta una ragione ma, lì per lì, non l’avevo presa per niente bene… mi ero portata anche il mio tiralatte.

E, quindi, la maternità, l’ansia da prestazione sul set (dove dovevo cimentarmi con attori che erano realmente attori), il non saper correre, il non saper recitare e l’essere lontana dalla mia famiglia sono state tutte problematiche che inevitabilmente non mi hanno fatto vivere benissimo quel momento. Ma poi, come mi ripeto, credo che nella vita serva sempre tutto ciò che ci accade.

Smettere di allattare vuol dire recidere per la seconda volta il cordone ombelicale con il proprio figlio. Avevi paura di farlo?

Molto, anche se mi dicevo che non sarei mai andata oltre all’anno, soprattutto per questioni lavorative. Sarebbe aumentate le occasioni in cui io avrei dovuto viaggiare e non avrei potuto portare mia figlia con me. Sarebbe stata una scelta obbligata per me e per lei. Purtroppo, non ho dietro una famiglia su cui posso fare affidamento: siamo solo io e mio marito e, lasciatemelo dire, ci facciamo un gran culo per gestire le difficoltà che si presentano.

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Sul set della serie tv I fantastici 5, come hai ricordato, ti sei confrontata con attori “realmente attori”. Com’è stato lavorare al fianco di Raoul Bova?

Ho trovato in Raoul una persona molto umile e attenta sul lavoro. Ho decostruito il mito che avevo di lui. Lo vedevo sul set e improvvisamente non era più la star che immaginavo ma un uomo come tanti altri: un padre, un attore e un lavoratore molto, molto umile e sempre sul pezzo. Mi sono trovata benissimo: cosa ve lo dico a fare? (ride, ndr)… Carino, semplice, educato.

Fatica, impegno e dedizione: a quale di queste tre parole che segnano il tuo percorso dai la priorità?

Fatica, perché è una costante della vita. Ci lamentiamo sempre di quanta fatica mettiamo nell’ottenere o nel fare qualcosa quando invece la fatica credo sia il motore di tutto. Ci fa capire quanto teniamo a quel qualcosa, quanto ci stiamo impegnando e come probabilmente siamo sulla strada giusta. Dal mio punto di vista, le cose semplici non portano a nulla.

Per quanto mi riguarda ho sempre fatto molta fatica nella vita in ogni sua fase: da piccola, da adolescente e tutt’ora. Ho anche sempre sognato di arrivare a un punto in cui svanisse o fosse messa da parte ma più cresco e più mi rendo conto che quando manca la fatica qualcosa non sta andando come dovrebbe: non c’è nulla di semplice nella vita.

Quanto ti ha aiutata l’ironia?

Tantissimo: è stata la chiave di svolta. Sono una persona autoironica sin da quando ne ho memoria. Ho sempre ironizzato su qualsiasi tipo di dramma, passato e vissuto: sarà un meccanismo di difesa. Quando mi capita un evento sfortunato, la prima cosa che mi viene da fare è ridere: non riesco a non pensare agli aspetti divertenti dell’accaduto. Riesco sempre a fare dell’ironia e la uso anche per cercare di normalizzare la mia disabilità e, di conseguenza, quella degli altri sui social. Capisco che non è semplice o che possa sembrare superficiale ma fare dell’ironia dei propri traumi è serissimo.

Sono una sostenitrice di tale pensiero. Non mi piace far passare il messaggio del “poverina”. Voglio semmai che l’altro si senta a suo agio. Quando vivi con una disabilità o con quello che in generale viene definita una diversità, ti rendi che nel rapporto con gli altri spetta a te in prima persona metterli a proprio agio. Ed è anche corretto che sia così: fino a sette fa non sapevo nulla della diversità e, se vogliamo, mi spaventava… ero dall’altro lato ed è per questo credo che oggi sia compito mio mettere a proprio agio l’altro.

È solo quando riesci a scherzare sulla tua disabilità con l’altro che ce l’hai fatta a normalizzare la tua condizione. Non si tratta di condividere necessariamente la stessa esperienza: ricordiamoci che comunque ognuno di noi affronta una sua “diversità” (un trauma, un dispiacere, un limite mentale). Si tratta semmai di entrare in empatia.

Nina Rima.
Nina Rima.

Guardavi film già da piccola. Era un modo per colmare la tua solitudine?

Sicuramente sì.

Ti fa paura la solitudine?

In realtà, ho imparato ad apprezzarla. Nel corso della mia vita, mi ci sono ritrovata dentro, in pieno, diverse volte. Tutti quanti, in realtà, siamo soli: veniamo al mondo da soli e alla fine moriamo anche da soli, no? Di conseguenza, prima impari a convivere con la solitudine, meglio riesci dopo a stare insieme agli altri. Affrontare la solitudine significa anche circondarsi in ultima analisi di persone vere e in grado di apportare realmente qualcosa nella tua vita e di arricchirti. Quando non si riesce a stare da soli, invece, si finisce di circondarsi di persone sbagliate. Ed è la fine.

Ti senti sola tuttora?

Adesso no, non mi sento così sola. C’è la bimba, mio marito, il mio cane. E sono circondata da persone che amo e che ho scelto. Non ho migliaia di amici… sì, ho tantissimi follower che mi seguono anche da sei anni con molto affetto, con cui si è creato un bellissimo rapporto e con cui mi confronto con rispetto ed empatia ma nella vita reale sono pochissime le persone su cui conto e con cui ho un legame vero e profondo. Preferisco sia così anziché riempirmi di gente intorno.

A proposito di follower, cos’è che reputi una mancanza di rispetto nei social?

Quando si sottovalutano le difficoltà che gli altri affrontano o stanno vivendo… non mi piace la facilità con cui si pensa di poter dire agli altri come far meglio o come comportarsi diversamente quando non si vive quella condizione, quando non si sa cosa sta provando l’altra persona. A me è capitata anche gente che mi ha scritto “Ma dai, tanto le manca soltanto un pezzo di gamba: cosa vuoi che sia?”: basterebbe anche un minimo di intelligenza per arrivare a capire la scemenza che s’è scritta senza sapere le difficoltà che affronto tutti i giorni. Uscendo dalla mia sfera personale, sui social è come se ci fosse sempre un “io” migliore del “tu”.

Nina Rima sul red carpet del Festival di Venezia 2023.
Nina Rima sul red carpet del Festival di Venezia 2023.

Se avessi la possibilità di parlare con te stessa il giorno prima del tuo incidente del 2017, cosa diresti alla Nina di allora per incoraggiarla ad affrontare quello che verrà?

È difficile dare una risposta perché per me l’incidente è stato davvero un punto di partenza. Riguardavo qualche giorno fa il primo documentario a cui ho preso parte, facendomi anche tenerezza. Avevo diciotto o diciannove anni, ero fresca dell’accaduto e avevo tutt’altra visione rispetto ad adesso. Sostenevo già che l’incidente mi avesse salvato la vita ma non avevo ancora nemmeno la minima idea del perché… oggi, invece, sì.

La Nina di prima non aveva obiettivi, non aveva speranze, non aveva voglia, non aveva capacità: non aveva niente. Perdere la gamba, in un modo o nell’altro, mi ha dato un motivo per rialzarmi, per combattere: è stata la mia scossa. Dicono che quando si ha un incidente o si sta per morire, si rivede la propria vita per rivivere i momenti più belli ma per me non è stato così: ho visto semmai tutto ciò che avrei potuto fare e che avrei voluto. Era quella la ragione per cui avrei voluto continuare a vivere.

Ti ha fatto rivalutare anche i tuoi rapporti personali preesistenti?

Tutto, ho rivalutato tutto: in quell’attimo, è iniziata per me una nuova vita. È come se con la mia gamba fosse morta anche la vecchia Nina. Ma c’è voluto del tempo per metabolizzare tale pensiero e capirne il senso. Mi ci sono voluti anni e credo che ancora me ne servano: con il passare del tempo, più mi guardo indietro più capisco che la mia prospettiva è in continua evoluzione.

Tua figlia ha due anni. Come provi ad avvicinarla alla tua disabilità?

Credo che, inevitabilmente, mia figlia sia nata con una sensibilità e un’empatia maggiore rispetto ad altri bambini. Ovviamente, vede la mamma nella sua doppia versione, quella figa che va alla Fashion Week, che recita, che fa e disfa cose, ma vede anche i momenti in cui sto sul divano perché non riesco nemmeno a indossare la protesi. È molto attenta e, quando capisce che ho dolore, si avvicina per darmi i bacini sul moncone: è la cosa più dolce che le ho visto fare, mi si spezza il cuore… Ogni tanto, nel vedermi senza protesi, è lei a portarmela come per invitarmi a far qualcosa, a darmi una mossa o a giocare con lei.

Sono curiosa di vedere quali saranno le sue reazioni rispetto alla mia protesi tra qualche anno o qualche mese quando comincerà a relazionarsi con gli altri bambini. Purtroppo, quello dei bambini è il pubblico che credo tutti noi amputati o con una disabilità temiamo maggiormente ma non perché siano i piccoli il problema. Nel vedere qualcuno al parco con una gamba in acciaio o in carbonio genera in loro curiosità ed è giustissimo che sia così: il problema però sono quei loro genitori che, la maggior parte delle volte, chiedono ai loro figli di non far domande o di girarsi dall’altra parte.

Ed è così che passa il messaggio per cui io o chi per me sia un mostro, un diverso da cui stare alla larga. Capisco che possa esserci del timore perché si ha paura che il figlio possa sembrare maleducato nel chiedere ma nessuno dà del maleducato a un bambino e alla sua voglia di conoscenza.

Ti dà fastidio quando per riferirsi a te usano l’espressione “modella bionica”?

No. Mi chiamano “modella” non perché lavoro nella moda (non mi considero tale, non sono Gigi Hadid) ma perché sono in molti a vedermi come modello. E bionica lo sono: non mi offendo, così come non mi offendo quando mi chiamano la modella o l’influencer senza una gamba. Per me, va bene qualsiasi definizione, non sono una fanatica del politically correct a tutti i costi. Il mio obiettivo è quello di normalizzare la disabilità ma, se stiamo attenti a qualsiasi termine che usiamo, si capisce già che qualcosa di “normale” non c’è: si ottiene l’effetto contrario.

Nina Rima sul set della serie tv I fantastici 5.
Nina Rima sul set della serie tv I fantastici 5.

Sei felice, Nina?

Si lavora sempre sulla felicità: è difficile rendersi conto dell’esserlo nel qui e ora, è più facile individuare un momento felice che si è vissuto in passato. Siamo tutti talmente focalizzati sull’impegnarci e sull’essere soddisfatti da perdere il focus sulla felicità: per come funziona il nostro cervello, ce ne rendiamo conto solo dopo, quando ce la ricordiamo. A oggi posso dire di essere sulla buona strada.

Qual è la tua più grande paura?

Non riuscire a realizzare i miei tanti sogni e obiettivi. Ho paura, prima o poi, di arrivare a un momento in cui, guardandomi indietro, penserò di aver sbagliato tutto.

Hai citato il tuo cane, un amstaff.

Raul, che conosce nel suo piccolo il peso degli stereotipi e dei pregiudizi. Tutte le volte che lo porto in un’area per cani, escono tutti e non riesco a farlo giocare con nessuno. Si fermano all’apparenza, non sapendo che è come un bambino: passa le sue giornate a dormire sul divano a pancia in aria… non farebbe del male a una mosca, non ha mai attaccato nessuno e sembra provenire da un altro pianeta. Di recente, nel pianificare qualche giorno di vacanza in montagna per Natale, non siamo riusciti a trovare nessuna struttura che lo ospitasse, neanche destinate ai cani. Il motivo? La razza di appartenenza…

Dai commenti letti in giro, il personaggio di Greta è piaciuto molto al pubblico.

E non me lo aspettavo. Di base, Greta non è stronza ma di più. Non è stato semplice interpretare questo suo carattere perché nella vita di tutti i giorni sono solare e mi reputo simpatica, anche se di primo acchito gli altri pensano tutt’altro, che me la tiri.

Come complimento mi si dice spesso che sono “forte”… Sicuramente ho una struttura forte perché ho vissuto eventi che mi hanno forgiata ma, grazie al personaggio di Greta, ho riflettuto e capito che il mio essere forte è dovuto al fatto di aver sempre mostrato sui social senza alcun imbarazzo o vergogna le mie fragilità o difficoltà personali senza alcun timore di venire giudicata. Greta, invece, fa tutto il contrario: si finge forte ma è fragilissima. E, quindi, dopo sette anni dall’incidente e grazie a lei sono arrivata alla conclusione che la gente mi reputa forte per il semplice fatto di essermi sempre mostrata fragile.

I fantastici 5: Le foto

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