Entertainment

Michela Giraud: “Ho sempre preferito il fallimento” – Intervista esclusiva

Michela Giraud
Prendendo spunto dal talk ironico sul calcio di cui è conduttrice, Michela Giraud si racconta con la sua consueta ironia a The Wom. Diversi gli argomenti toccati, dalla parità di genere all’inclusività, passando per il suo ruolo di madrina al Siracusa Pride.

Michela Giraud è un nome che risuona fortemente nel panorama della comicità italiana. Con la sua ironia tagliente e il suo approccio disinvolto, è riuscita a conquistare un pubblico vasto e variegato. Ma Michela Giraud non è solo una comica: è un’attrice, una regista, una sceneggiatrice e soprattutto un’attivista che alle parole preferisce i fatti. Ne è prova quest’intervista in esclusiva che ci ha concesso, in cui partiamo dal suo ultimo impegno, la conduzione di Gli EuroPlay – L’altra nazionale, il programma di Rai Contenuti Digitali e Transmediali.

Non molti ricordano che Michela Giraud è bisnipote di Alfredo Giraud e nipote di tre differenti calciatori, una connessione familiare che la lega inevitabilmente al calcio che, quindi, torna prepotentemente nella sua, in una veste nuova e inaspettata. Gli EuroPlay - L'altra Nazionale su RaiPlay è un talk show ironico e leggero che accompagnerà gli spettatori per tutta la durata degli Europei, pensato per vivere le partite in un'atmosfera familiare e spontanea, lontana dalla solennità delle telecronache tradizionali. E già molto amato dai giovani: è infatti seguito per il 56% da utenti con meno di 45 anni e, in particolare, con target compreso tra i 15 e i 24 anni.

Nel nostro incontro, Michela Giraud ci racconta, con la sua consueta ironia, di come non si tira indietro di fronte alle sfide. La sua capacità di prendere la vita con leggerezza, pur riconoscendo la serietà che spesso ci circonda, la rende unica. Non a caso, il suo approccio dissacrante e ironico porta una ventata di freschezza nel racconto sportivo, spesso troppo serioso.

L’intervista tocca anche temi più personali e impegnativi. Michela Giraud ci parla del suo ruolo di madrina al Pride di Siracusa, un’esperienza che ha lasciato il segno e che sottolinea il suo impegno per l'inclusività e la lotta contro i pregiudizi. Partecipare come madrina al Siracusa Pride, insieme a Rita Abela, ha rappresentato per lei un momento significativo: ha avuto l'opportunità di sostenere la comunità LGBTQIA+ in un contesto che, purtroppo, ha mostrato quanto ancora ci sia da fare in termini di accettazione e inclusività.

Gli attacchi ricevuti sui social media, con una shitstorm di commenti negativi e discriminatori, hanno evidenziato il persistere di pregiudizi e discriminazioni. Tuttavia, Michela Giraud ha risposto con determinazione, sottolineando l'importanza di continuare a lottare per i diritti di tutti e di non farsi scoraggiare da queste reazioni negative.

Tuttavia, non possiamo dimenticare come la sua recente avventura cinematografica con il film Flaminia abbia dimostrato come Michela Giraud sia una regista da tenere sott’occhio. Ha saputo raccontare storie profonde e personali, affrontando temi come la diversità e le difficoltà quotidiane con una sensibilità rara.

In un mondo dove il successo può diventare ossessione, Michela Giraud ci insegna l'importanza di restare con i piedi per terra, di riconoscere i propri fallimenti come opportunità di crescita e di non prendersi mai troppo sul serio. La sua autenticità e il suo spirito indomito la rendono una figura davvero unica nel panorama dello spettacolo italiano.

Michela Giraud.
Michela Giraud.

Intervista esclusiva a Michela Giraud

Il calcio torna ancora una volta nella tua vita. Sei stata autrice di Quelli che il calcio, sei bisnipote di Afredo Giraud e nipote di tre differenti calciatori. Era destino che prima o poi ti toccasse seguire gli Europei? Del resto, bionde e calcio vanno da sempre d’accordo…

No no, alzo subito le mani. Non sono mai stata autrice di Quelli che il calcio, ma ero orgogliosamente una sorta di "sguattera". Facevo la stagista per conseguire i crediti del master in Drammaturgia e Sceneggiatura alla Silvio D'Amico ed è stata una delle esperienze che ha svoltato la mia vita e la mia carriera perché venivo da un approccio alla comicità troppo "romanocentrico". Non so se fosse destino, ma sono cresciuta con quel programma, che ho sempre sognato di condurre. 

Sì, mio nonno e i suoi fratelli hanno giocato a calcio dal Cagliari al Livorno e al Napoli, e sono sempre stata appassionata di calcio anche se provengo da una famiglia che non lo segue, tranne mio zio che è della Lazio come tutta la famiglia di mia madre (e certo sono di Pozzaglia Sabina, provincia di Rieti trasferiti poi a Roma). 

Quanto del tuo sguardo dissacrante e ironico verrà messo al servizio dello sport? Ti fa paura la contaminazione del racconto sportivo? Quale pensi che sia la sfida maggiore nell’inserirsi in un panorama in cui si prende fin troppo sul serio?

Della serietà sul tema mi sono accorta fin dalla conferenza stampa, ma questo avviene con tutto quello che è considerato "sacrale" e il calcio in Italia non è sacro, ma dovrebbe essere messo nell'articolo 1 della costituzione al posto della voce "lavoro". Di paure non ne ho, la paura non fa altro che peggiorare l'approccio al lavoro generando ansia, ci ho messo dieci anni per capirlo: io provo ad ascoltare e a farmi da parte lasciando spazio agli altri, se ci riuscirò ne sarò felice, se sbaglierò sarà una occasione per imparare e fare meglio la prossima volta.

Ci sarà una prossima volta, Vero?! Oddio, che ansia… Non è vero, ho mentito: ho paura di tutto.

La locandina di Gli EuroPlay - L'altra nazionale.
La locandina di Gli EuroPlay - L'altra nazionale.

Hai mai tirato un calcio a un pallone o hai solo subito, come tutti noi per ragioni differenti, il fascino del calciatore?

No, avrei dovuto farlo a 12 anni quando il Savoia andò in serie B nello stadio Alfredo Giraud di Torre Annunziata. Fortunatamente si impose Giovanni, il fratello di mio nonno Michele, per farlo al posto mio. La mia famiglia ci rimase malissimo, io ancora lo ringrazio.  Per la seconda parte della domanda, non so dirlo… per me fu un amore quasi adolescenziale: le mie amiche adoravano Leonardo di Caprio, io presi Il messaggero e misi a confronti tre foto, Alessandro del Piero, Alessandro Nesta e Francesco Totti. Inutile dire di chi mi innamorai perdutamente.

Il calcio in Italia è da sempre regno di maschi. Solo negli ultimi tempi ha aperto le porte alle donne sia in campo sia in ambito preparatorio. Credi che sia pronto come universo ad aprirsi a battaglie che siano veramente inclusive nei riguardi di ogni forma di unicità e della tanto agognata parità di genere?

Dai, diciamo che il calcio è la comicità del 2001. In una cinquantina d'anni dovremmo farcela a raggiungere la parità.

Michela Giraud con il resto del cast di Gli EuroPlay - L'altra nazionale (Press: Francesca Procopio
Michela Giraud con il resto del cast di Gli EuroPlay - L'altra nazionale (Press: Francesca Procopio per Rai Contenuti Digitali e Transmediali).

A proposito di battaglie per l’inclusione, ti abbiamo vista di recente madrina del Pride a Siracusa insieme a Rita Abela. Cosa ti sei portata a casa da quell’esperienza?

È stata una esperienza pazzesca. I ragazzi e le ragazze del Siracusa Pride hanno fatto un lavoro molto importante e li ringrazio per avermi invitata, sono onorata di essere stata insieme a Rita Abela la madrina del loro Pride. 

C'è tanto da fare soprattutto in una città come Siracusa, che è stata bersagliata da una shitstorm fortissima su Facebook sotto al video in cui io e Rita eravamo sul carro… tanto che Tiziana Biondi dell'associazione Stonewall (che ringrazio insieme alle numerosissime associazioni che hanno supportato la manifestazione) ha dovuto su richiesta di Rita eliminare il video sotto il quale si affastellavano commenti sul suo aspetto fisico (ancora nel 2024, a 'sto punto torniamo alla lira!), commenti contro i partecipanti del Pride e addirittura contro i bambini figli delle coppie omogenitoriali che vi partecipavano.

Una cosa abbietta che tuttavia non ha minimamente intaccato il ricordo eccezionale della mia permanenza a Siracusa perché trovo che questa gente che si scaglia nel 2024 contro la comunità lgbtqia+ sia ridicola, e sia solo una parte della popolazione. Infatti, tornerò insieme a Tiziana e Carmen Bellone, l'altra coordinatrice di Stonewall, e colgo questa intervista per farglielo sapere. 

https://www.instagram.com/p/C7944FqgFjp/

Sei nel cast del film Maschile plurale nei panni di Cristina. Nell’ottica della corretta rappresentazione delle diversità, che peso giocano secondo l’ironia e la voglia di andare oltre il politically correct?

Un peso fondamentale: è un continuo barcamenarsi tra l'essere presenti a se stessi in un mondo che sta cambiando, e il difendere l'ironia. In generale, credo che dovremmo prenderci tutti quanti un po' meno sul serio.

Una delle frasi di Cristina lascia il segno, “Un amico ti aiuta anche se non è d’accordo”: ti è mai capitato di mettere da parte il tuo pensiero per correre in soccorso di qualcun altro? E viceversa?

Certo, citando male Voltaire, "Non sono d'accordo con il tuo pensiero ma difenderò fino all'ultimo la tua volontà di voler fare come cazzo ti pare nonostante ti abbia detto di non farlo, perché sennò ti saresti sfranto contro un muro"!

Per cosa chiede aiuto Michela Giraud?

Michela Giraud non chiede aiuto mai a nessuno per nessun motivo al mondo è questo il problema di Michela Giraud. Oltre al fatto che parla di sé in terza persona e senza nemmeno avere conquistato la Gallia.

Maschile plurale: Le foto del film

1/14
2/14
3/14
4/14
Emily in Paris. Lily Collins as Emily in Emily in Paris. Cr. Stephanie Branchu/Netflix © 2024
5/14
6/14
7/14
8/14
9/14
10/14
11/14
12/14
13/14
14/14
PREV
NEXT

Hai esordito alla regia con Flaminia, un film per te molto personale. Come hai reagito di fronte ai dati non esaltanti del botteghino? Lo hai preso come un fallimento? E, se sì, è il fallimento motivo di spinta per guardarsi dentro e andare oltre?

Alla fine, onestamente, io sono soddisfatta. Ho sentito le persone che lo hanno visto emozionate, entrare pensando di ridere e uscire scossi, curiosi, colpiti. Ho adorato nascondermi dietro le tende dei cinema per vedere le reazioni delle persone soprattutto da metà film in poi. Vederli ridere insieme, e poi letteralmente frezzati, senza fiato, avidi di divorare la mia storia senza nemmeno un telefono acceso (in tutte le proiezioni in cui ho assistito ne ho contati solo 5) è stato qualcosa che credevo non avrei mai realizzato nella mia vita.

Per chi fa quello che faccio io ogni volta che iniziamo uno spettacolo o un film parte la sfida contro Instagram, Whatsapp, Facebook, anche se so che è un controsenso perché le persone che stanno leggendo le mie parole le stanno leggendo proprio grazie a questi mezzi. Io di questo sono felice. Poi certo se il mio film non fosse stato proiettato alle tre del pomeriggio o a mezzanotte al di fuori della città di Roma e se avessi potuto aumentare i saluti in sala in giro per l'Italia, forse avrei potuto mostrare a più persone il mio film. Ma in generale per essere un’opera prima, per me è stato un buon risultato.

In Flaminia, hai sdoganato le difficoltà del convivere con una persona alle prese con i disturbi dello spettro autistico. Quanto è necessario secondo te andare oltre al finto buonismo che impera nel parlare di diversità per offrire un ritratto più veritiero possibile delle difficoltà che incontra non solo il soggetto considerato “diverso” ma anche il resto delle persone che lo circondano?

Fondamentale. In Italia c’è una grande omertà riguardo a tutto quello che riguarda le tematiche della disabilità, perché la verità è che sia lo Stato che la società sono impreparate ad affrontare le necessità delle famiglie con disabilità. È come se questa incapacità di risolvere quello che viene visto come un "problema" creasse una coltre di omertà, a eccezion fatta di comportamenti che sono pietistici o superomistici.

Ribadisco il concetto di omertà perché quando un problema non si affronta si fa di tutto per coprirlo. Invece, è importante che le famiglie di ragazzi con diversità non si sentano isolate o speciali o in imbarazzo: va abbattuto il concetto di vergogna perché l'inclusività è prima una questione sociale e poi politica.

In Flaminia, hai raccontato anche diverse accezioni della femminilità. Che rapporto hai con il tuo femminile? Pensi di averlo sacrificato o esaltato?

Ma quale sacrificato: vado in giro che sembro Wanda Osiris sul palco! Le sembro una che se sacrifica?

Flaminia: Le foto del film

1/23
2/23
3/23
4/23
5/23
6/23
7/23
8/23
9/23
10/23
11/23
12/23
13/23
14/23
15/23
16/23
17/23
18/23
19/23
20/23
21/23
22/23
23/23
PREV
NEXT

Quando il successo smette di essere riconoscimento per diventare ossessione?

Io ho un rapporto strano del successo: non riesco a godermelo o a capire quando e se è reale. Lo capisco solo quando il progetto che mi ha dato "fama" è passato. Sarà che ho sempre associato la gente che ha successo a persone che improvvisamente impazziscono e perdono il contatto con la realtà tipo quelle che esclamano "adesso vorrei dell'uva" alle quattro del mattino su un set alle pendici dell'Himalaya, o a quelle che di botto smettono di guidare e perdono volontariamente l'uso delle gambe facendosi accompagnare nei posti solo dagli autisti. 

Ansie e aspettative sociali sembrano essere il mantra dei tempi che viviamo. In quale momento del tuo percorso ne sei stata sopraffatta? Come le hai vinte, se le hai vinte?

Io nella mia vita non ho mai vinto niente e me ne vanto. E forse è quello che alla gente mette più tranquillità quando viene a vedermi a teatro. Mi è capitato nella vita di essere stata sopraffatta, l'importante però è stato comprenderlo e cercare di evitare lo stesso errore la volta dopo.

Ci sono riuscita perché ho avuto una fortuna: mi sono circondata di persone a cui voglio e che mi vogliono bene, a poco poco eliminando quelle che erano solamente inutili e dannose per la mia vita.  In questi anni usa e getta e iper performativi, ho sempre preferito il fallimento. Ma pensateci: ma questa gente che vince che cos'ha da raccontare? Io la trovo di una noia mortale.

È per questo che ho intitolato il mio tour Mi hanno gettato in mezzo ai lupi ma non ne sono uscita capobranco, perché noi dei capobranco sappiamo tutto, ma alla fine che ce frega? A me interessa il lupo malaticcio, quello venuto male della cucciolata che sicuramente non c'avrà i pettorali da esibire mentre ulula alla luna, ma alla fine la sua razione di carne riesce a trovarsela. Mi interessa sapere come.

Tra testa e cuore, cosa rende più libera Michela Giraud?

La libertà è una cosa strana, sembra alla portata di tutti, ma quando te la prendi qualcuno ti vuole punire e se non lo fa qualcuno per la forza dell'abitudine ti punisci da solo. Se devo scegliere tra testa e cuore, scelgo il fegato.

Michela Giraud (Foto: Eleonora Ferretti).
Michela Giraud (Foto: Eleonora Ferretti).
Riproduzione riservata