Denuncia il marito per stupro ma la PM archivia il caso: cos’è la cultura dello stupro

Era il 1975 e la giornalista americana Susan Brownmiller, nel saggio “Contro la nostra volontà”, dava un nome alla questione: cultura dello stupro. Né reazione ormonale, né perversione: la violenza sessuale è legittimata da una cultura che la normalizza

violenza sessuale. Nelle motivazioni, le violenze riferite dalla donna vengono ritenute “fatti carnali che devono essere ridimensionati nella loro portata” anche perché commessi “in una fase del rapporto coniugale in cui” lei “ha messo seriamente in discussione la relazione, meditando la separazione”.

Con quelle parole, la pm di Benevento sembra quasi essersi momentaneamente sottratta al linguaggio della giustizia – uno stupro è uno stupro – per scrivere un piccolo feroce racconto sulla vita di tante, in cui troppe si saranno riconosciute: “si fa così/cosa vuoi che sia”. L’archiviazione è stata negata: non sono le dichiarazioni della pm in sé il punto di riflessione, ma il contesto culturale da cui emergono. Ecco perché.

Stupro: nel maggior parte dei casi arriva dal partner

Quando pensiamo a uno stupro, molto spesso le prime immagini che si prefigurano riguardano estranei che picchiano la vittima costringendola a un rapporto non consensuale. Tuttavia, i dati raccontano altro: la maggior parte degli stupri avviene da parte del partner e un’ampia parte delle donne che hanno subito violenza preferisce non denunciare e non raccontarlo nemmeno a persone fidate. Perché? Esattamente per lo stesso motivo definito da Brownmiller nel 1975: la cultura dello stupro, ovvero quella cultura in cui gli abusi di genere vengono minimizzati, normalizzati e incoraggiati, e in cui vengono esercitati tutti gli atteggiamenti e le pratiche che giustificano e sostengono le forme di violenza che controllano la sessualità femminile.

victim blaming – per cui si tende a colpevolizzare chi ha subito violenza – sottintendono che la vittima non sia stata abbastanza attenta e che abbia la colpa di non aver reagito a sufficienza o non aver denunciato subito

Considerare come fosse vestita, se avesse bevuto, quanto fosse attraente o sessualmente libera sono concetti che si attivano non solo nei commenti e nella rappresentazione dei media, ma anche nei tribunali, come descrive Franca Rame nell’indimenticabile monologo “Lo Stupro”.

Ne consegue un pregiudizio su chi ha subito violenza per delegittimarla, ridimensionando o negando la violenza di genere. Questo processo è definito vittimizzazione secondaria e si verifica in tutte quelle situazioni in cui le donne diventano vittima una seconda volta: nei tribunali, nei percorsi legali e sanitari, nella rappresentazione dei media, nel contesto sociale, nel giudizio delle scelte di vita.

Come si combatte la cultura dello stupro

Si può partire, per esempio, imponendo la cultura del consenso e magari introducendo l’educazione sessuale e all’affettività nelle scuole.

Manifestazione nazionale contro la violenza maschile e di genere, 27 novembre 2021: "It's a dress no
Manifestazione nazionale contro la violenza maschile e di genere, 27 novembre 2021: “It’s a dress not a yes”

In secondo luogo: parlarne di più, per riconoscerla. Come ha scritto nel 2019 la giornalista britannica Laurie Penny:

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