Educazione sessuale a scuola, in Italia non esiste: una petizione per rompere i tabù

19-01-2022
L ’Italia è uno dei 6 stati membri dell’Unione Europea in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria. Tra le conseguenze ci sono l’elevato tasso di aborti, di malattie sessualmente trasmissibili e di abusi sessuali. Una petizione vuole colmare il gap a partire dalle scuole

Un rapporto condotto dall’Unione Europea ha rilevato che, dei suoi 27 stati membri, solo 8 adottano politiche di educazione sessuale efficaci che coinvolgono anche le scuole: Belgio, Finlandia, Svezia, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania. Dell’Italia non vi è traccia. Qui, infatti, oltre l’80% dei giovani raccoglie informazioni inerenti la sfera sessuale attraverso altri canali come, ad esempio, internet, senza mai rivolgersi a un consultorio familiare.

Il progetto Safe, promosso da IPPF European Network, definisce l'educazione sessuale come: la diffusione di informazioni generali e tecniche, fatti e questioni che creano consapevolezza e forniscono ai giovani le conoscenze e la formazione essenziali nella comunicazione e nelle capacità decisionali hanno bisogno di determinare e godere della sessualità sia fisicamente che emotivamente, individualmente così come nelle relazioni.

Il luogo più adatto alla sua corretta implementazione è la scuola, ambiente vissuto quotidianamente dai giovani in cui è possibile ingaggiare professionisti del settore attraverso programmi ufficiali

Ma perché proprio a scuola? Un’analisi dell'OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, dimostra come l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole rivesta un ruolo di primo piano per il corretto sviluppo psico-fisico dei giovani e per un approccio al sesso più consapevole e costruttivo. 

La storia dell’educazione sessuale nelle scuole in Italia

In Italia (così come solo in Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania tra i Paesi europei) l’educazione sessuale non è obbligatoria. Questa, infatti, ha sempre dovuto fronteggiare l'opposizione della Chiesa cattolica e di alcuni gruppi politici. Nel 1991, un disegno di legge non approvato voleva incorporare la materia all’interno dei programmi di biologia. Ancora oggi non esistono leggi che regolamentano l’educazione sessuale. Il Concordato del 1984, accordo politico tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, ha stabilito che il Ministero della Pubblica Istruzione debba tenere in considerazione l’opinione sfavorevole della Chiesa cattolica. 

Il Concordato del 1984, accordo politico tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, ha stabilito che il Ministero della Pubblica Istruzione debba tenere in considerazione l’opinione sfavorevole della Chiesa cattolica

Ciononostante, alcune scuole promuovono alcune iniziative di educazione sessuale agli alunni di età compresa tra i 14 e i 19 anni. Alcuni di loro propongono un programma minimo, che consiste in una sola lezione uguale per tutti i gruppi di età. Altri istituti, invece, offrono programmi più articolati in affiancamento a consultori e associazioni. Il preside di ogni scuola, infatti, è responsabile della politica scolastica sull’educazione sessuale.

Per ora, insomma, l’educazione sessuale nelle scuole non sembra affare nè del Ministero della Sanità, né del Ministero dell’Istruzione. Nel frattempo, alcune voci si sono levate dalla città di Roma, dando il via a una petizione che vuole rompere i tabù e introdurre nelle scuole un programma di educazione al genere, al consenso e alla diversità supportato da uno spazio online aperto di divulgazione gestito da sessuologi, educatori dell’infanzia e professionisti del settore.

Ne abbiamo parlato con chi l’ha ideata: Andrea Giorgini, studente classe 1997, Isabella Borrelli, Strategist e PR classe 1989, e Flavia Restivo, attivista politica classe 1995.

In ordine da sinistra verso destra Isabella Borrelli, Flavia Restivo e Andrea Giorgini
In ordine da sinistra verso destra: Isabella Borrelli, Flavia Restivo e Andrea Giorgini

Giorgini, l’educazione sessuale nelle scuole può fornire un contributo reale al raggiungimento della parità di genere? Se sì, perché?

La cultura della parità si costruisce fin dall’età educativa e gli ostacoli culturali sono proprio l’ultima istanza che distingue un paese all’avanguardia nei diritti civili rispetto a un altro. Non bastano i deterrenti penali o le quote di genere per creare un senso comune sufficientemente forte attorno alla parità.

In cosa consiste la vostra proposta? Quali problemi risolve?

La proposta vuole innovare il sistema educativo nell’ottica di risolvere integralmente le principali criticità. La poca educazione sessuale che si fa oggi è ancora troppo limitata all’anatomia sessuale e alla prevenzione, con toni spesso biasimanti verso la condotta sessuale delle persone, invece dovrebbe essere molto di più: un’educazione al genere, al consenso, la diversità.

È questa la nostra idea di educazione e vogliamo farla coinvolgendo il meglio e garantendo la giusta dignità a figure ad oggi quasi invisibili: sessuologi, educatori dell’infanzia, divulgatori. Questi devono lavorare sia dentro le scuole sia fare divulgazione; per questo vogliamo creare uno spazio istituzionale multimediale dove dare loro voce.

La poca educazione sessuale che si fa oggi è ancora troppo limitata all’anatomia sessuale e alla prevenzione, con toni spesso biasimanti verso la condotta sessuale delle persone, invece dovrebbe essere molto di più: un’educazione al genere, al consenso, la diversità

Borrelli, come possiamo supportare il vostro progetto?

Diffondendolo. Le petizioni popolari possono essere uno strumento efficace per quantificare la volontà dei cittadini e permetterci di portarla all’attenzione delle istituzioni con maggior sostegno.

Come, perché e quando nasce il vostro progetto?

Il progetto nasce dopo le elezioni amministrative del Comune di Roma, da quello che era un punto programmatico comune al programma elettorale mio e di Flavia. Dopo le elezioni abbiamo rinnovato il nostro impegno sul tema che riteniamo fondamentale, coinvolgendo anche Andrea, la cui preparazione e sensibilità era complementare alle nostre. Così abbiamo deciso di elaborare una proposta concreta e di rivolgerla innanzitutto alle persone.

A che punto siamo oggi e quale obiettivo volete raggiungere? 

Al momento abbiamo superato le 20mila firme, è un risultato di cui siamo orgogliosi ma che speriamo possa rilanciarsi e raddoppiarsi. Vorremmo riuscire ad aprire un dialogo diretto con le Istituzioni per poter condividere con loro il nostro progetto e porre delle basi operative.

Al momento abbiamo superato le 20mila firme, è un risultato di cui siamo orgogliosi ma che speriamo possa rilanciarsi e raddoppiarsi

Restivo, chi vi ha sostenuti ad oggi?

Abbiamo ricevuto il sostegno in particolar modo di molti attivisti e ragazzi legati al tema da una profonda consapevolezza di necessità ed urgenza. Alcuni giornali ci hanno inoltre dedicato uno spazio per parlare approfonditamente dell’iniziativa. 

Il modello da voi proposto potrebbe diventare un esempio per altre città?

Assolutamente sì e non solo. Ci piacerebbe estendere tale modello a tutto il Paese, senza eccezioni. L’Italia è una delle poche nazioni in Europa in cui non vi è un reale impegno nel portare avanti progetti in tal senso. 

Con quale augurio ci lasciamo?

Mi auguro che si capisca fino in fondo la reale importanza che la scuola comporta. La formazione è alla base della cittadinanza del futuro, solo tramite questa sensibilizzazione possiamo aspirare a diventare un paese progressista e democratico. La non obbligatorierà dell’educazione sessuale nelle scuole contribuisce a un aumento del tasso di gravidanza e di aborti tra le adolescenti, di persone che soffrono di AIDS o di altre malattie sessualmente trasmissibili, di violenze, abusi sessuali ed episodi omotransfobici. 

La non obbligatorierà dell’educazione sessuale nelle scuole contribuisce a un aumento del tasso di gravidanza e di aborti tra le adolescenti, di persone che soffrono di AIDS o di altre malattie sessualmente trasmissibili, di violenze, abusi sessuali ed episodi omotransfobici

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