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Qual è la differenza tra accettazione e rassegnazione?

Donna con sguardo perso
10-05-2022
Laura De Rosa
Sembrano sinonimi, ma sono profondamente diverse. Se l'accettazione è attiva e implica profonda consapevolezza, non si può dire lo stesso della rassegnazione

I due termini vengono spesso usati come sinonimi, in realtà accettazione e rassegnazione non sono la stessa cosa. Quando ti rassegni, ti senti sopraffatta e provi un senso di totale impotenza, mentre quando impari l'arte dell'accettazione, riconosci la verità dei fatti in modo consapevole e compassionevole. Accettando di guardare in profondità e di confrontarti con la natura della sofferenza, ti apri infatti alla consapevolezza interiore, spingendoti oltre le reazioni automatiche dell'ego, disposto a tutto pur di respingere le esperienze difficili.

Un approccio completamente diverso che aiuta ad affrontare i dispiaceri, le sconfitte, i problemi, da un'altra prospettiva. E che, a differenza della rassegnazione, concede sempre un po' di spazio alla libertà di scelta. Ecco allora qual è la differenza tra accettazione e rassegnazione.

La rassegnazione è passiva, l'accettazione attiva

Rassegnazione e accettazione non si assomigliano: se la prima è un'esperienza passiva, la seconda è attiva. In che senso? Lo spiega Christy O'Shoney, psicoterapeuta presso myTherapyNYC, secondo la quale l'accettazione riconosce la realtà dei fatti, inclusi i sentimenti spiacevoli correlati, spronandoci a prendere posizione rispetto all'accaduto e anche a chiedere, se necessario, supporto esterno. Accettare significa infatti rendersi conto che qualcosa è quello che è e che può esserci comunque un modo per andare avanti. Lavorando sull'accettazione, scopriamo così che abbiamo sempre un po' di libertà, anche quando ci sentiamo totalmente sopraffatte.

La rassegnazione implica invece un senso di totale impotenza: ci induce ad arrenderci e a non reagire in alcun modo. Finiamo così per crogiolarci nello sconforto senza nemmeno trovare il coraggio di chiedere aiuto, per paura di essere un peso. La rassegnazione a volte è anche un alibi per non assumerci le responsabilità che inevitabilmente la vita ci presenta, sconfinando così in un atteggiamento immaturo.

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A differenza della rassegnazione, l'accettazione può essere liberatoria

Rassegnarsi a una data situazione significa convincersi che non ci sia più nulla da fare e che, quindi, valga la pena arrendersi passivamente. Anche quando ci ripetiamo cose come "questa situazione va bene così com'è", "ormai non c'è più nulla da fare", ci stiamo in realtà crogiolando nella rassegnazione, che è una modalità adottata dal nostro ego per respingere le esperienze difficili.

Quando invece accettiamo una situazione dolorosa, rinunciamo alla resistenza e/o alla negazione, e ci connettiamo con le emozioni di sofferenza, imparando a sfruttare la nostra energia in modo costruttivo, per decidere come reagire e cosa fare nel dopo. Ecco perché l'accettazione, a differenza della rassegnazione, è un'esperienza attiva che può rivelarsi molto liberatoria. Con l'accettazione quindi si perfeziona una modalità di crescita lenta ma costante, che può comportare cambiamenti positivi a lungo termine.

L'accettazione richiede più forza e motivazione della rassegnazione

L'accettazione richiede più forza, impegno e motivazione della rassegnazione. Difatti rinunciare consapevolmente al controllo delle situazioni lasciando spazio alle emozioni più oscure, dalla tristezza alla rabbia, dalla frustrazione alla vergogna, non è affatto semplice. Anzi, accettare è forse una delle cose più difficili e coraggiose che possiamo fare.

Dato che provare determinate emozioni non è piacevole, molte persone preferiscono infatti evitarle. Ma così facendo si negano la possibilità di sperimentare una modalità alternativa (e più saggia) di affrontare gli eventi dolorosi, che sono anche un potente motore di cambiamento.

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La vera accettazione nasce dentro di noi

Di fronte a eventi spiacevoli molte di noi reagiscono inconsciamente attivando schemi comportamentali condizionati. L'accettazione è un'alternativa decisamente migliore, tuttavia non può essere imposta da altri, e nemmeno auto-imposta.

Deve invece arrivare dal profondo di noi stesse e dalla consapevolezza che le emozioni, anche quelle dolorose, fanno parte di noi. Accettarsi e accettare le situazioni della vita per quello che sono, anche quando non vanno nella direzione desiderata, non può comportare la negazione di tristezza, rabbia, sconforto, paura e quant'altro. Questa non è vera accettazione. Il nostro animo è sfaccettato e tutte le emozioni hanno una ragione di essere.

Accettare significa riconoscere la verità senza resistenza

Secondo il Buddismo, accettare significa riconoscere la verità senza opporre resistenza nei confronti delle emozioni reali, per quanto spiacevoli possano rivelarsi. L'accettazione genuina, in tal senso, non è molto diversa dall'amore perché lo spazio che accetta è di per sé uno spazio amorevole. Ma nel momento in cui tentiamo di tenere sotto controllo le nostre emozioni, in risposta al dolore emotivo, in realtà siamo ben lontane dal praticare l'accettazione.

Essa comporta infatti la necessità di guardare in profondità e di confrontarci con la natura della sofferenza. Cosa difficile ma utilissima per imparare a sviluppare autocompassione e a trovare delle vie di uscita. Ecco perché l'accettazione, come dicevamo, è attiva e costruttiva, a differenza della rassegnazione che rischia di trasformarsi in sterile autocompatimento. Quando decidiamo di accettare le emozioni più sconfortanti, stiamo infatti scegliendo di essere presenti a noi stesse, quindi più consapevoli e compassionevoli. Insomma, l'accettazione è decisamente nemica del vittimismo che a volte imprigiona le nostre energie più autentiche, impedendoci di fiorire.

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