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“Karma Beach è il luogo perfetto per pensare e riflettere”: intervista esclusiva a TolKins

TolKins, cantautore milanese, ha appena pubblicato il suo nuovo singolo, Karma Beach. Racconta di un luogo non luogo in cui riflettere su se stessi e capire che scelte fare. E TolKins di scelte ne ha fatte diverse, a cominciare dal nuovo percorso che ha intrapreso.

È in radio da qualche settimana Karma Beach (B4nana Records), il nuovo singolo di TolKins. Già dal titolo, è chiaro il rimando ai luoghi lontani e alle spiagge assolate in riva all’oceano: l’acqua, come dimostra anche il suo profilo Instagram, è l’elemento dominante di TolKins, giovane cantautore sulla scena da qualche anno (anche se con un nome diverso).

La Karma Beach cantata dalla canzone è un luogo che potrebbe essere reale o frutto dell’immaginazione. E a spiegarcene le ragioni è lo stesso TolKins, la cui voce confortevole sa come infondere un po’ di calore in chi lo ascolta. Anche quando la vita più beach diventa bitch: una sottile differenza di pronuncia si porta dietro un mondo di connotazioni e di sfumature infinite.

Milanese, TolKins si è affacciato nel mondo della scena musicale con la band degli Antigua. Il percorso fatto con il gruppo lo aveva portato a sposare spesso anche cause sociali molto importanti, come il progetto La droga ti fotte, portato avanti con Raoul Bova. Cosa ne è stato degli Antigua e del nuovo percorso è lo stesso TolKins a raccontarcelo nel corso di questa intervista esclusiva in cui per la prima volta si mette a nudo, pronto per entrare in acqua!

TolKins.
TolKins.

Intervista esclusiva a TolKins

Com’è nata Karma Beach?

Karma Beach è un brano che è nato in piena pandemia. Avevo a mia disposizione tanto tempo per riflettere bene e per pensare a quale fosse, secondo me, il luogo di riflessione personale più potente che ci sia. Per me, è ovviamente la spiaggia, quel posto che ti permette di stare con te stesso, di pensare e di riflettere.

Nel brano ho immaginato la spiaggia come un luogo non luogo. Un luogo che, seppur realistico, non esiste realmente se non nella mia testa. L’ho chiamato Karma Beach e l’ho visto come quel posto in cui puoi fare il punto su quello che hai fatto nella vita e sulle cose per cui combattere. Karma Beach parla, infatti, anche di un rapporto un po’ carnale con una donna. Ma quella cantata non è in realtà una donna, è semmai una metafora della vita.

Una vita che è però bitch

Ho usato un termine forte in grado di restituire l’immagine concreta della relazione che tutti noi abbiamo un po’ con la vita stessa, una relazione fatta di amore, lotta e odio. Nella vita di tutti noi ci sono momenti positivi ma ci sono anche momenti che ci portano a scontrarci con le cose che succedono ogni giorno.

Tu hai un rapporto particolare con il mare, come dimostrano le tue tante foto sul tuo profilo Instagram.

Vivendo a Milano e avendocelo lontano, il mare è una di quelle cose che mi ispirano maggiormente. Sono molto legato all’acqua, agli sport acquatici e a tutta quella che è la cultura del surf.

Non a caso l’acqua è l’elemento dominante di Karma Beach. Ma è anche l’elemento della natura che più ti rappresenta?

Assolutamente, si nota anche da tutte le immagini che posto. L’acqua è sicuramente l’elemento che più mi ispira e rappresenta.

Ma crescere a Milano, come nel tuo caso, vuol dire non avere chissà quale acqua a disposizione, a meno che tu non vada costantemente all’Idroscalo.

Forse è questa ricerca continua di acqua che mi stimola anche.

Come mai, per questo tuo nuovo percorso, hai scelto come lingua delle canzoni l’inglese?

È stata una scelta più che altro stilistica. I brani che avevo iniziato scrivere si sposavano molto bene con l’inglese. Per me, è stato come un mettermi alla prova: non avevo mai cantato prima in inglese. Fino ad adesso ho usato l’inglese ma non mi pongo confini o limiti. Diciamo che l’inglese è stata ed è la scelta stilistica del momento.

Ma prima di tornare all’italiano spero che tu voglia registrare una tua versione di Rehab di Amy Winehouse in versione samba. La esegui in un tuo video sui social ed è straordinaria, nonostante sia solo chitarra e voce.

Quello è l’approccio che preferisco per la musica: chitarra e voce, senza tanti orpelli intorno. Poi, è normale che in fase di registrazione, si vada a lavorare di arrangiamento, strutturazione e così via. Tutti i miei brani nascono sempre chitarra e voce.

Certo, anche perché comunque la chitarra fa parte del tuo DNA. Hai studiato per dieci anni chitarra classica e chitarra elettrica. Non hai cominciato come tutti quanti da autodidatta?

No, in realtà ho studiato per molti anni. Il mio non è stato l’approccio di chi da autodidatta prende la chitarra e suona.

Ed è un aspetto curioso. Sei nato nel 1990, appartieni di diritto alla generazione dei millennial ma hai alle spalle una formazione che possiamo definire classica. Come riesci a far convivere le tue differenti anime?

Nella vita mi piace sperimentare. E nella musica sperimento molto. Non ci si può focalizzare solo su una cosa, sarebbe limitante. Sono partito dalla musica jazz e dalla classica per arrivare anche all’hip hop e al rock. L’idea di spaziare mi spinge a mettermi in gioco e a creare dei crossover tra i generi, cercando di unire il più possibile.

Come sono stati gli anni della formazione a Milano? Come era la scena milanese?

Sono stati difficili ma allo stesso tempo molto stimolanti. A Milano ci sono sempre tante cose da fare e altrettante opportunità: bisogna solo saperle cogliere. Tuttavia, negli ultimi anni molte cose sono cambiate. È sempre più difficile trovare spazi per fare musica. Ciò più che abbattermi mi dà la carica per combattere e andare a scovare i pochi spazi ancora a disposizione. Negli ultimi tempi, però, ho suonato molto meno dal vivo perché sto riscostruendo un po’ tutto il mio percorso.

TolKins.
TolKins.

Quant’è diverso il percorso di TolKins da quello degli Antigua, la band di cui facevi parte?

Una vita. Sono passati tanti anni da allora. Ho dieci anni in più di esperienza sulle spalle e un approccio molto differente alla musica. Scrivere oggi musica con un approccio terapeutico: lo faccio principalmente per me senza pensare alle varie logiche, anche di mercato. Scrivo perché mi piace scrivere e perché spero che la mia musica possa portare piacere a qualcun altro.

Quando hai vent’anni, c’è una spinta diversa. Sei focalizzato su altri obiettivi. Noi suonavamo tantissimo, eravamo sempre in giro, ci muovevamo come una famiglia e avevamo anche un po’ di aspettative. Non rinnego di certo il passato, anzi ne ho fatto tesoro. Tutto quello che vissuto o fatto lo porto in saccoccia! È stata un’esperienza che mi ha fatto crescere molto.

In quel periodo, gli Antigua hanno collaborato anche a diverse iniziative sociali. Ricordo in particolar modo La droga ti fotte, legata al film Sbirri con Raoul Bova. Quanto pensi che la musica sia ancora oggi utile a lanciare messaggi?

La musica è fondamentale per lanciare messaggi di qualsiasi tipo. Ce lo insegna la storia: Bob Marley ha fatto le rivoluzioni in Giamaica e Bob Dylan ha parlato di pace per una vita, così come i Beatles. La musica ha avuto sempre questa funzione: anche l’hip hop nasce dall’esigenza sociale di raccontare delle problematiche. Chi dice che la musica non debba fare politica si sbaglia.

La musica è sempre politica con i suoi messaggi, anche quando non parla di politica in senso stretto. Le storie raccontate dalle canzoni toccano sempre argomenti della società in cui viviamo: è giusto che lo faccia e che trasmetta un suo messaggio. Poi, occorrerà capire se è un messaggio corretto o meno, ma il bello della musica è che non ci sono censure. Ognuno può pensare quello che vuole e trasmettere le proprie idee.

È passato invece più di un anno da quando è uscito Ain’t give up, il tuo primo EP. Quando realizzerai un disco intero?

È da capire. Dipende dal significato che si dà al concetto di disco. Fino a quando non avrò un progetto di un certo tipo e dei brani che possano rappresentarlo, preferisco non far uscire un disco. Sto scrivendo però delle nuove canzoni, vedremo in seguito cosa ne sarà.

Non hai mai invece avuto la tentazione di partecipare a un talent?

Quand’ero più giovane, sì. I talent sono oggi il luogo per i giovani per farsi notare in modo semplice. Non è il modo che mi piace perché ho un altro tipo di approccio alla musica. È però sicuramente una strada, una scelta: dire che non servano è una stupidità. Non mi piacciono ma questo è, anche se negli ultimi anni i talent non è che stiano vivendo un bellissimo momento.

Karma Beach, mi dicevi prima, è nata durante la pandemia. Come hai vissuto quel periodo?

Un po’ come tutti quanti, sperimentando e facendo cose nuove. E scrivendo e leggendo molto.

Cosa ti aspetti da Karma Beach?

Non ho delle grandi aspettative. Come dicevo prima, faccio musica principalmente per me, in modo terapeutico. Nella vita, oltre al musicista, faccio altro. Quindi, scrivo solo per un’esigenza personale. Spero però che quello che scrivo possa piacere agli altri ma non ho grandi obiettivi: sono già soddisfatto di quello che sto realizzando.

Cos’altro fai nella vita?

Mi occupo di comunicazione ed eventi. Provo a tenere le due cose divise ma ogni tanto trovo o cerco di trovare dei punti di incontro.

E come definiresti la tua vita? Più bitch o beach?

Entrambe le cose. La canzone gioca sul dualismo, anche in modo ironico. Nella vita di tutti noi ci sono i momenti più up e quelli più down. Quelli in cui sei più rilassato e felice e altri in cui sei incazzato con il mondo. Ma ci stanno: senza i primi non esisterebbero i secondi e viceversa. Un po’ come il concetto dello yin e dello yang.

Scrivi più nei momenti down o in quelli up?

Scrivo quando sono felice. L’importante è trovare sempre un motivo per cui essere ispirati, a prescindere dalla tua felicità o tristezza.

TolKins.
TolKins.
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