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Tango della vita: In un film, la storia di Claudio e della sua battaglia contro il Parkinson

Ballare il tango per combattere il Parkinson è ciò che fanno Claudio e la moglie Ivana, la cui storia viene raccontata nel film Tango della vita per infondere speranza e coraggio, senza false illusioni. Ne abbiamo parlato con la regista Erica Liffredo.

Tango della vita (prodotto da B&B Film con Rai Cinema in coproduzione con VFS Film) è un film che narra la commovente storia di Claudio e Ivana, una coppia unita dall'amore e dalla passione per il tango. Claudio, contadino, e Ivana, sarta, condividono il sogno di danzare a Buenos Aires. La vita di Claudio è però segnata dal Parkinson, malattia che non ha fermato il suo spirito indomito. Vent'anni fa, la prognosi era desolante, ma Claudio ha sfidato ogni aspettativa: non solo cammina e lavora, ma continua a danzare, diventando un promotore della ricerca sui benefici del tango per i malati di Parkinson.

La loro storia ha ispirato il compositore Arturs Maskats e la fisarmonicista Ksenija Sidorova a creare un tango dedicato a loro. Tuttavia, quando il sogno di Claudio sembra realizzarsi, una svolta drammatica lo porta in ospedale.

La regista Erica Liffredo offre nel film Tango della vita, nelle sale dal 1° marzo, uno sguardo intimo sulla vita della coppia, esplorando le sfide quotidiane, le emozioni e le speranze attraverso la lente delle stagioni e del lavoro nei campi, simbolo del ciclo della vita. La narrazione sottolinea come il Parkinson alteri la vita di Claudio, che combatte la rigidità del corpo con la fluidità del tango, dimostrando che questa danza può essere una forma terapeutica efficace per migliorare movimento, equilibrio e benessere emotivo nei malati.

La musica gioca un ruolo cruciale nel film Tango della vita (nato da un progetto sviluppato all’interno di Italian Doc Screenings), con la nuova composizione di Maskats e l'esibizione di Sidorova che culminano in una scena finale emotivamente potente. Tango della vita è un film tributo all'amore, alla resilienza e al potere trasformativo dell'arte, testimoniando come la passione e la determinazione possano illuminare i momenti più bui. Ne abbiamo parlato con la regista Erica Liffredo, con un'intervista esclusiva.

Erica Liffredo, regista del film Tango della vita.
Erica Liffredo, regista del film Tango della vita.

Intervista esclusiva a Erica Liffredo

“Vivo vicino a Cuneo, in un paesino a dieci km. Però, sì, sono piemontese ma ho vissuto un po’ di anni a Parma, dove ho frequentato l’università e ho conosciuto quello che poi è diventato mio marito ma non sono di Ronchi”, esordisce Erica Liffredo, regista di Tango della vita insieme a Krista Burane quando le chiede se è dello stesso paese di Claudio e Ivana, i due protagonisti del film. “Ci ho lavorato tantissimi anni: una fatica che definirei biblica”.

È stato entrare in sintonia col protagonista la cosa più complicata?

In realtà, quella è stata la meno difficile. Io e Claudio siamo legati da un rapporto di parentela: siamo cugini di terzo grado e quindi lo conosco da molto tempo. Facendo parte di una famiglia molto unita, ci siamo frequentati sin da quando ero piccola per pranzi, ricorrenze e cerimonie.

Immagino dunque che la diagnosi di Parkinson abbia avuto un peso enorme per tutti.

È stata scioccante, anche perché ero giovane quando gli è stata certificata: mentre Claudio aveva 44 anni, io ne avevo ancora una ventina, ero in un altro mondo e non avevo ancora scoperto che avrei fatto questo lavoro. Ho deciso quindi dopo di raccontare la sua storia ma ho avuto la fortuna di non avere l’ostacolo della conquista della fiducia.

La scelta di raccontare Claudio non è stata inficiata dai sentimenti?

No, ho sempre cercato di mantenere uno sguardo lucido. Più che altro, per me è stato difficile l’avere a che fare con un lavoro che si è protratto a lungo nel tempo e che non sembrava mai vedere la fine. Ho avvertito sulle spalle l’ansia di non riuscire a far felici Claudio e Ivana o di non avere la possibilità di mostrare a lui il film finalizzato. Ma Claudio si è rivelato un vero e proprio mostro di resistenza: la sua è una malattia neurodegenerativa per cui temeva di non fare in tempo a vedere Il tango della vita. E invece c’è riuscito.

Qual è stata la sua reazione nel vederlo?

Sia Claudio sia Ivana sono stati molto felici. Lo hanno visto per la prima volta a Torino a fine novembre in occasione di un’anteprima industry: con un’emozione che era palpabile, si sono rivisti nello schermo, non hanno mosso alcun appunto e si sono sentiti raccontati nella maniera giusta. Sono anche stati presenti nelle occasioni in cui lo abbiamo presentato e, nonostante siano quasi abituati alla visione, Ivana mi ha rivelato di commuoversi ogni volta che vede il finale… per me, è stato molto bello vedere la loro felicità: significa che siamo riusciti a raccontare le sfumature del loro rapporto, del loro umorismo, dei loro sogni e delle difficoltà che affrontano tutti coloro che con il Parkinson convivono.

E il tutto senza scadere nella pornografia del dolore, che forse era il grande nemico da superare.

Attenzione e delicatezza ci hanno guidato nel lavoro. Uno dei grandi messaggi che Claudio ha fatto proprio e voleva trasmettere era il ‘mai piangersi addosso’: per lui, conta il qui e ora, il vivere bene oggi, e non porsi molte domande su ciò che sarà domani. Viversi consapevolmente il presente è qualcosa che io stessa cerco di trasmettere anche alle mie figlie, citando proprio l’esempio di Claudio: il giorno in cui gli hanno detto che probabilmente in futuro non avrebbe più camminato, ha risposto con un serafico ‘allora io ballo’.

Il poster del film Tango della vita.
Il poster del film Tango della vita.

Cosa racconta dal tuo punto di vista Tango della vita, il tuo film?

Innanzitutto, una grandissima storia d’amore. Lo scopo è sempre stato questo sin dall’inizio: quando presentavo il film ai vari produttori per ottenere finanziamenti, ho sempre rifiutato le proposte di chi ci vedeva più un aspetto scientifico e mi sono affidata al primo che ha avuto il mio stesso punto di vista, Raffaele Brunetti. È vero che la scienza gioca una parte fondamentale nel racconto ma non volevo che fosse quello il suo assetto principale… per me è sempre stato una grandissima storia d’amore perché racconta di come una coppia, Claudio e Ivana, hanno affrontato le difficoltà che la vita ha posto loro davanti. E parlo consapevolmente al plurale: una diagnosi di Parkinson non riguarda solo chi ne è affetto ma anche chi gli sta accanto: la loro quotidianità viene condizionata e vanno messe in atto delle strategie per non farsi travolgere.

Claudio e Ivana hanno trovato la loro via nel tango, diventato il perno della loro esistenza. È diventato quasi il loro emblema e ha finito per coinvolgere tutti coloro che stanno loro intorno, anche perché marito e moglie hanno la straordinaria capacità di fare innamorare di loro chi li conosce.

Come sono arrivati al tango?

È successo un po’ tutto per caso. Quando si è accorto che dopo aver ballato il tango si muoveva meglio, Claudio ne ha palato con i medici che lo seguivano e che tuttora lo seguono, gli specialisti dell’Istituto Auxologico Italiano, il professor Alessandro Mauro e il dottor Giovanni Albani, entrambi presenti nel film.

Li ha così spinti a fare degli studi approfonditi sull’argomento e allo stesso tempo ha anche convinto Monica Gallarate e Giorgio Proserpio, due maestri di tango argentino di Torino, a interessarsi alla tango-terapia, spingendoli a essere tra i primi in Italia a trovare un metodo per insegnare il ballo a chi ha il Parkinson (chiaramente, chi ne è affetto ha delle difficoltà motorie legate alla degenerazione dei neuroni dopaminergici). Sono nate così le lezioni a cui partecipano ogni due settimane un nutrito gruppo di pazienti, che non vedono l’ora che arrivi quel pomeriggio.

Proprio nel gruppo di coloro che praticano la tango-terapia c’è Marisa, un’anziana signora che asserisce come il Parkinson sia soprattutto nella testa, sottolineando quando peso psicologico possa avere la stessa diagnosi.

Mi ha telefonato di recente e, sebbene le sue condizioni siano molto peggiorate, è sempre convinta di poter guarire e di essere la prima persona al mondo a poterlo fare. È un bell’approccio perché sicuramente aiuta ed è lo stesso che anche Claudio ha sposato e che vale per ogni difficoltà della vita: qualsiasi cosa accada, mai rimanere inermi… occorre semmai reagire.

La storia di Claudio e Ivana si intreccia anche con quella del maestro Arturs Maskats, il famoso compositore lettone che ha curato anche parte della colonna sonora del film.

Maskats è una di quelle persone che, venuto per caso a conoscenza della storia di Claudio e Ivana, ha poi voluto conoscerli per saperne di più. Ha saputo della loro storia proprio in virtù del film, quando tra i produttori è entrato Uldis Cekulis che con Maskats aveva già lavorato per la composizione delle colonne sonore di alcuni suoi film. Maskats aveva già composto anni prima un tango sinfonico (la cui idea era maturata proprio in Italia) e sentiva un legame particolare con il ballo, ragione per cui è rimasto affascinato dalla vicenda. Delle riprese in Lettonia si è chiaramente occupata Krista Burane.

Claudio Rabbia e Ivana Revelli nel film Tango della vita.
Claudio Rabbia e Ivana Revelli nel film Tango della vita.

Quante ore di girato hai raccolto nei cinque anni a cui hai lavorato al film?

Gli anni di lavoro sono stati più di cinque: prima che nel progetto entrasse B&B Film di Raffaele Brunetti, avevo già cominciato a girare da quattro anni. Non ho mai contato le ore ma sicuramente ho riprese effettuate con vari mezzi e in varie condizioni, da sola o con il mio gruppo di lavoro. È anche la ragione per cui Claudio e Ivana avevano dimestichezza con le telecamere, erano abituati ad avere gente intorno e a essere seguiti a ogni passo.

Quando poi è arrivato il direttore della fotografia Paolo Ferrari, avevamo un immaginario filmico incredibile a disposizione su cui costruire insieme ogni singola inquadratura. Sapevo già che Claudio e Ivana sono estremamente forti da un punto vista espressivo, emotivo ed empatico: al di là della telecamere, riescono a trasmetterti con lo sguardo tutto ciò che sentono e provano, aiutando quel processo di scrittura che è venuto dopo e che, anche in questo caso, è durato molto. La difficoltà maggiore era data dall’unire il mondo di Maskats con il loro senza snaturare la natura del progetto stesso. Il montaggio impeccabile di Ilaria de Laurentis ha fatto poi il resto.

Quando hai cominciato a pensare al cinema come tua forma di espressione?

Eh, non certo presto. Ho impiegato un bel po’ a laurearmi perché ho affrontato l’università con leggerezza e con i miei tempi. Dopo la laurea in Storia del Teatro, sentivo dentro di me che non era quella la mia strada, pur amando tantissimo il teatro. Per molto tempo, sono stata in preda alla confusione, chiedendomi cosa avrei fatto di quel titolo: insegnare non era di certo la mia propensione. Avendo vissuto un’esperienza meravigliosa con l’Istituto Giacomo Puccini di Lucca, la mia attenzione è stata poi attirata da un master a Torino in Scrittura per l’Audiovisivo: senza pensarci due volte, mi sono buttata…

Avevo 29 anni, non avevo mai scritto nulla ma mi si è aperto un mondo: ho fatto lo stage alla SteFilm, la casa di produzione di documentari di Torino di Stefano Tealdi ed è stato lui il mio mentore. Ho quindi capito per caso cosa avrei voluto fare nella vita e quale strada intraprendere. E sono anche stata fortunata: è stato così che mi sono imbattuta nella storia di Gianni Caproni, pioniere dell’aviazione italiana, proponendola a Stefano: lui ha curato la regia del film e io gli ho fatto da aiuto regia.

Ancora una volta il caso mi è venuto in soccorso: grazie a un mio testimone di nozze sono entrata in contatto con suo suocero, che ho scoperto essere colui che gestiva l’ippodromo di Milano, e tramite lui ho conosciuto con l’amministratore delegato della Sea Marchetti, storica fabbrica di aeroplani che mi ha permesso di arrivare alla famiglia Caproni. È strano come nella vita a volte le stelle si allineino tutte nella stessa direzione…

Ed è facile essere una regista in Italia?

Sto iniziando solo adesso a vedermi come regista, mi sono sempre considerata più un’autrice: la parola un po’ mi spaventa, così come mi spaventa tutto ciò che non dipende dalla mia volontà, dai tempi lunghi ai processi produttivi alla distribuzione. Questo film ha dovuto ad esempio fare i conti con i ritardi dettati dal CoVid e da varie esigenze individuali e personali: ho anche temuto in un certo momento che non spiccasse mai il volo dopo averlo ultimato. Ma alla fine ha come sposato in pieno la filosofia di Claudio: mai smettere di credere nei sogni, un modo di affrontare la vita che infonde speranza e punta sull’amore, anche verso se stessi.

Di sogni e progetti ne ho molti. Ma per rimanere ancorata alla realtà delle cose ho anche un lavoro ‘normalissimo’: qualche anno fa, con mio marito abbiamo rilevato l’attività di mio padre, un’azienda di forniture industriali che mi permette di avere a che fare continuamente con la gente che lavora. E mi aiuta molto a resistere alla pressione dei vari progetti a cui lavoro contemporaneamente (per essere creativa, devo sempre sentirmi sotto pressione!).

Tango della vita: Le foto del film

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