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Romina Falconi: “A chi ci mancherà sempre anche quando abbiamo tutto” – Intervista esclusiva

Romina Falconi
In occasione dell’uscita del singolo La solitudine di una regina, torniamo a incontrare Romina Falconi per una conversazione che rimarrà unica nel suo genere. Partendo dal tema centrale della canzone, apriamo con lei una pagina di vita legata a un argomento di cui fin troppo poco si parla: l’assenza eterna di chi abbiamo amato.

Quando sento Romina Falconi per parlare di cosa si cela dietro una canzone per lei carica di significato come La solitudine di una regina, in uscita il 26 aprile (Freac&Chic/ADA Music Italia) il nostro pensiero non può che volare subito a un amico in comune appena scomparso, Luigi Carollo, storico attivista dei diritti civili tra i fondatori del Palermo Pride andato via troppo in fretta. “Non ho parole: Luigi faceva parte di quelle persone che riescono a trasmettere tanta di quella forza da ritenerle immortali. Da quando stamattina ho appreso la notizia, non riesco a capacitarmene”.

In maniera indiretta o inconsapevole, la nostra conversazione in fondo sarà nel segno di Luigi, perché maneggiare una canzone come La solitudine di una regina significa innanzitutto affrontare di petto un tema di cui non facilmente si parla: il lutto, dal punto di vista di chi resta e inevitabilmente con il suo carico deve confrontarsi. “Avevo paura di esporre la questione. Non perché non fossi sicura della canzone, anzi… da questo punto di vista, sono sicura come poche altre volte nella mia vita”, aggiunge Romina Falconi.

Tuttavia, l'intento di questa intervista non è indugiare nel dolore o nel vittimismo. La premessa, sebbene con Romina Falconi ci si conosca ormai bene, è però d’obbligo: può fermarsi e non rispondere tutte le volte che lo riterrà opportuno. Da sempre convinto della gentilezza e del rispetto, dovrà sentirsi a casa e mai con le spalle al muro. Perché, in fondo, lo scopo di quest’incontro è far sentire meno sola la regina e tutti coloro che nella regina ci riconoscono e rispecchiano. Non solo la comunità lgbtqia+ di cui Romina Falconi è un’icona eletta e non autoproclamata: in La solitudine di una regina, una ballad che rompe il cliché per cui con l’avvicinarsi della bella stagione si debba necessariamente ascoltare musica spensierata, possiamo ritrovarci tutti quanti noi. Da chi ha chiuso una storia importante a chi ha perso i contatti con un amico.

La solitudine di una regina nasce da una piccola promessa che mi sono sempre fatta”, mi sussurra Romina Falconi, prima di aprirsi al flusso dei ricordi. “Nella mia vita ho avuto tantissime sfighe ma ho avuto anche la fortuna di sentirmi sempre amata: le tante mancanze, i momenti spiazzanti che mi hanno destabilizzata e l’essermi infranta diverse volte in mille pezzi sono sempre stati accompagnati dal privilegio di avere vicino a me alcune persone che hanno avuto il potere, in poco tempo e senza particolari sforzi, di farmi sentire amata. Sento come il dovere di celebrarle in qualche modo, anche quando queste non ci sono più: nonostante mancherà la contingenza del loro amore, è grazie a loro che ho comunque conosciuto l’amore, quello grande e incondizionato”.

“Sono quelle le persone che meritano l’eternità, un’eternità possibile attraverso i nostri ricordi. Ecco perché ho promesso a me stessa che tutte le volte che avrei avuto l’occasione di fare un album avrei sempre scritto una lettera alle magnifiche assenze nella mia vita: purtroppo, la mia famiglia da questo punto di vista è stata un po’ sfortunata… ma il mio desiderio è di raccontare sempre quanto loro siano state importanti per me e di come io stia invecchiando di merda senza di loro”.

Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).
Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).

Intervista esclusiva a Romina Falconi

Chi era la persona che avevi in mente quando hai scritto La solitudine di una regina?

La musa, da questo punto di vista, è sempre una: la persona che più ha segnato la mia infanzia, quella che per tutti è una delle fasi cruciali dell’esistenza. Parlo di mio fratello Alessandro, andato via quando avevo dodici anni. Non è stato solo mio fratello: era il mio migliore amico, il compagno di banco che avrei voluto, il mio confidente. Era più grande di me di qualche anno e siamo cresciuti insieme, in maniera simbiotica.

Quando è venuto a mancare, mi è crollato il mondo addosso ma quella simbiosi che si era creata è rimasta: bellissima, forte e da me tanto amata, la simbiosi sa anche essere stronza quando fisicamente si spezza. E, quando perdi improvvisamente una persona a te cara così giovane, non puoi che rimanere attaccato alla vita: sono affamata di vita.

L’essere affamata di vita non è un modo per vivere anche la vita che tuo fratello non ha vissuto?

È come se sentissi il dovere di farlo, come se dentro te ci fosse una fame in più che ti viene trasmessa anche senza volerlo. Sebbene io sia attaccatissima alla vita e mi senta una privilegiata, la mattina mi sveglio e mi rendo conto che vorrei condividere con lui certe risate: nella mia testa è come se fosse rimasto un filo diretto tra di noi che mi aiuta… penso che se Alessandro fosse stato presente mi avrebbe reso una persona migliore, anche nei miei momenti più difficili: mi avrebbe capita o cazziata, a seconda delle circostanze.

Non appartengo, però. a quella categoria di persone che mitizza o idealizza il morto: ‘sto stronzo non me lo sogno nemmeno! Mi riferisco a lui spesso con cinismo ma so quanto forte è la sua assenza, sentendomi a volte anche un po’ in colpa di avere, tra tante persone importanti persa, quella che ti fa soffrire più di altre ma non posso farci niente. Perché, quando il bene è bene, le tracce che lascia dentro di te sono impattanti: anche quando intorno tutto è macerie e ti senti incompleto, sapere che è esistita una certa completezza ti dà la forza di andare avanti e di provare a continuare.

Credo che sia anche importante parlarne non solo per me stessa ma anche per chi vive una condizione simile e si sente finalmente compreso, meno solo. Non si tratta di essere diventata improvvisamente crepuscolare o di giocare a fare la Leopardi della situazione ma è fondamentale ricordare che il bene non si esaurisce nel momento in cui si smette di vedere l’altro: rimane con te.

La copertina di La solitudine di una regina.
La copertina di La solitudine di una regina.

Devo scordarmi certe frasi: nessuno me le dirà mai, canti nella canzone. Cosa avresti voluto sentirti dire da tuo fratello ora che sei cresciuta?

Non c’è una frase in particolare: Alessandro mi diceva tutto. La cosa bella del nostro rapporto è che è come se ci fossimo già detti tutto quanto in tempi in cui dovevamo ancora vivere la vita che sarebbe stata. Ricordo come a volte mi dicesse che era nel mio destino ad esempio cantare, ci credeva e ci teneva: aveva una lungimiranza che a me non apparteneva. Forse è quella sua forza lì che mi manca: certe frasi può dirtelo solo chi ti conosce a fondo da una vita e chi per la vita continuerà a conoscerti anche se cambierai. Tant’è che nella testa cerco spesso di rievocarla: cosa direbbe se… ed è qualcosa che fa molto male a chi rimane, come perdere il ricordo della voce.

Se non hai delle registrazioni che te la ricordano, la voce è la prima cosa che noi esseri umani tendiamo a dimenticare quando non vediamo più qualcuno. E a me ferisce proprio perché ho una memoria uditiva che mette paura… per quanto abbia amici, familiari o persone stupende accanto a me che mi migliorano l’esistenza, mi trasmettono amore e mi facciano sentire una fortunata stronza, quella mancanza ci sarà sempre. Anche quando ti senti un re o una regina…

Quando è stata la prima volta che ti sei sentita una regina?

Non associo l’essere re o regina agli averi materiali quanto alle piccole sicurezze che si conquista nella vita, che sono tue e che non ti sono state regalate: chi è ricco di suo, non proverà mai fame di conquistare qualcosa ed è una condanna, se ci pensiamo. Chi invece ha vissuto tanti sbalzi conosce sfumature che gli altri nemmeno immaginano… mi sono sentita regina il giorno in cui, nonostante la mia partita IVA e i miei enormi alti e bassi, sono riuscita ad avere un mutuo per l’acquisto della mia prima casa: ero come Elisabetta II ma per il valore che davo all’acquisto in sé.

Ma anche quando un addetto ai lavori molto importante, dopo la fine del concerto che ho tenuto a Milano lo scorso gennaio, mi ha detto apertamente che neanche chi ha milioni di follower molto spesso non riesce a fare il numero di paganti che era presente quella sera: con pochi mezzi, sottolineava come fossi riuscita comunque ad avere una mia realtà, quella che sognavo da bambina e che Alessandro aveva intravisto con la sua perspicacia.

È l’essermi sudata tutto che mi fa sentire una regina ma, nonostante ciò, ci sono momenti in cui torno a casa e sopraggiunge il pensiero: “Tu dove stai? Cosa fai?”. E una risposta non l’avrò mai.

Cosa fai per arginare la corona di malinconia che prende il sopravvento?

Quando ho bisogno di riconnettermi con mio fratello, molto spesso guardo i film che ci piacevano molto, quelli di Mario Monicelli o di Alberto Sordi, o ripenso a ciò che ci faceva ridere e che tuttora mi fa ridere, come ad esempio a quelle battute che da ragazzini ci scambiavamo con occhi diversi da quelli di oggi, con quell’ironia un po’ pungente che riversavamo anche su noi stessi… la sua visione diversa dalla mia è qualcosa che mi porto sempre appresso. O, più, semplicemente mi perdo per casa e gli parlo: mi piace pensare che possa sentirmi, pur nella consapevolezza di stare a parlare da sola.

Cosa avresti voluto raccontargli?

Di quanto sia stato molto più lungimirante di me o di quanto la realtà sia molto più difficile di quanto avrebbe mai potuto immaginare. Ogni volta provo a pensare a come rimarrebbe sorpreso nel vedermi più sul pezzo di quanto io stessa credessi: era lui che intravedeva in me delle qualità che io ancora non scorgevo… Ma gli racconterei anche di cose che non si sarebbe mai aspettato del mondo in cui oggi mi muovo, un mondo che non era il suo. Ma lo farei con lo spirito del gossip o del pettegolezzo: “ma sai che quel cantante che ti piaceva così tanto e che ascoltavi tutti i giorni quando l’ho conosciuto non si è rivelato umanamente un granché?” o “sai quanto ci sono rimasta male quando quel mio amico in cui credevo non ha avuto la forza di dirmi in faccia un’amara verità ferendomi mortalmente?”.

Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).
Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).

Una regina ha sempre uno stuolo di persone che sono pronte a reggerle la mano. Su chi fai affidamento quanto avverti il peso della solitudine?

È vero che una regina ha sempre uno stuolo di persone a disposizione ma è anche vero che per il suo essere “sua maestà”, al di là delle assenze, sente il peso dell’essere sola. A me è capitato negli anni di lavorare ad esempio con una figura potentissima e famosissima, eppure in un momento in cui eravamo in un posto lussuosissimo in un altrettanto bellissimo luogo del mondo le si leggeva in faccia la tristezza. “Il giorno in cui ottieni tutto e ti svegli con la malinconia, diventi veramente una bestia perché non hai niente per cui sognare la notte”, fu la sua risposta. Ed è vero: sono le cose che mancano che ti danno la benzina e ti fanno smuovere il culo.

Non sarei mai arrivata alla stessa riflessione perché non ho mai vissuto quella condizione. Ma mi piaceva ricorrere alla metafora della regina per restituire con un’immagina archetipica e fiabesca il riflesso di una persona che ha tutto ma che, nonostante ciò, è intrattabile. Come per dire, che cazzo vuoi allora? Un detto indiano recita che non c’è niente di più brutto per un essere umano della realizzazione di tutti i suoi desideri. Sarebbe stato facile parlare di privazione dal punto di vista di qualcuno che non ha nulla.

Tornando a quel giorno di tanti anni fa, come ha reagito quella bambina a ciò che era accaduto?

Ero come annebbiata. Sebbene la mia mamma fosse molto forte e la mia famiglia molto unita, il mio primo pensiero è stato quello di aiutare gli altri. E gli altri erano ad esempio mia nonna: se sopravvivere a un figlio dà un dolore immenso, sopravvivere a un nipote doveva essere stato per lei un dolore devastante. Mi sono allora finta più forte di quello che ero cercando di rendermi indipendente nelle piccole cose per non arrecare disturbo e ho cercato di sentirmi utile per qualcun altro: a volte, è l’unico modo che si ha a disposizione per superare le difficoltà, di qualsiasi entità esse siano.

Il pensare alle urgenze è qualcosa che considero ancora oggi una priorità tanto che, in quei pochi frangenti in cui difficilmente mi si leva il sorriso, mi aiuta tanto il lavoro manuale: comincio a fare le pulizie di primavera o a scrivere pur di tenermi impegnata e trovare rifugio nel mio essere cervellotica… mi aiuta a scappare via dai miei pensieri perché non sempre pensando si trovano soluzioni: spesso ci vuole tempo e occorre avere pazienza per capire come certe situazioni si evolvono.

Chi è stata la prima persona ad accorgersi che dietro a quella bambina che pensava agli altri c’erano due occhi che celavano malinconia?

Mi hanno sempre detto che, anche quando sono felice, ho gli occhi di Cristo… la prima persona che mi ha chiesto come stavo, al fuori della mia famiglia dove, comunque, tutti si viveva lo stesso male e si tentava di risalire la china, e mi ha sorpreso nel farlo è stata una mia compagna delle scuole medie, Vanessa. Avevo da poco cambiato classe, ci conoscevamo da due settimane o un mese, ma si è seduta accanto a me, mi ha guardata e me lo ha chiesto.

Pur essendo io allora molto timida e non di certo da gesti fisici, quella è stata la prima volta in vita mia in cui ho abbracciato qualcuno con un’intensità sorprendente: ero come sconvolta dall’impulso che l’ha spinta alla domanda. Credo anche di aver risposto a monosillabi, senza dire se bene o male ma mi colpiva quel suo aver capito e riconosciuto qualcosa dentro di me che non andava.

Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).
Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).

Anche La solitudine di una regina sarà accompagnata da un Rottocalco, il volume quattro del progetto multidisciplinare che stai portando avanti in cui la psicologia ha un ruolo determinante. Hai sentito tu il bisogno di rivolgerti a un esperto quando c’è stato il rischio che il vuoto lasciato da tuo fratello prendesse il sopravvento?

Non l’ho chiesto. Non perché dovessi farcela da me (anzi, era da me che volevo scappare) ma è come se mi fossi chiusa in me stessa. Appartengo a una famiglia che ha improntato tutto sul sacrificio e sul fare: siamo uno stormo, un branco molto unito, per cui a un certo punto l’unica cosa da fare era appunto darsi da fare. Per predisposizione culturale ma forse anche un po’ genetica, ho avuto nella sfiga la fortuna di stare in una famiglia di iperattivi ed è stata l’iperattività a salvarci tutti quanti. Tant’è che ricordo ancora come mia madre cucinava anche per altri del quartiere, ad esempio la vecchietta nostra vicina: le faceva del bene farlo.

Siamo come improvvisamente diventati come la casa del buon Gesù e ciò ci dava la forza di andare avanti. E avevamo anche la fortuna, scusa se ripeto il termine, di stare a Torpignattara, una quartiere in cui nessuno viene lasciato da solo a gestire qualcosa di difficile e complicato. Così come noi non abbiamo fatto sentire sole tante altre persone, in tanti non hanno fatto sentire soli noi.

È quella solidarietà tra gli ultimi che ho voluto che fosse presente anche tra i macrotemi del Rottocalco 4, che verrà ancora una volta distribuito attraverso i miei canali: non si racconta quasi mai come tra chi ha vissuto sciagure non simili ma di egual portata non ci si lascia mai da soli. E a Torpignattara era molto presente: se fossi cresciuta altrove, probabilmente avrei sentito maggiormente a livello psicologico il peso di ciò che ci era accaduto.

La psicologia, tuttavia, mi ha sempre attratta. Non avrei mai voluto are la terapeuta ma ne riconosco il valore e la portata e mi piace studiare tutte le dietrologie nella mia testa. La considero quasi un mio feticcio al punto da sostenere che dovrebbe essere inserita come materia fondamentale dei programmi scolastici sin dalla tenera età: se tutti noi conoscessimo almeno le basi, capiremmo come ciò che ogni essere umano odia di più è perdere il controllo, come sosteneva Freud… è da quello che nascono le nevrosi, dal perdere quel controllo onnipotente che abbiamo nel momento in cui nasciamo. In fondo, cosa sono i peccatori di cui racconto nel Rottocalco se non gente che ha perso il controllo?

Hai mai avuto la sindrome da controllo onnipotente dei neonati? Chi accorreva quando piangevi?

Nessuno, a parte la mia mamma, con cui come con mio fratello ho un rapporto molto simbiotico: tra di noi non c’era e non c’è bisogno di parlare, ci capiamo con uno sguardo. Sono però consapevole di quanto chiedere aiuto sia fondamentale. Non lo facevo non so se per orgoglio o per l’essere cresciuta associando l’idea del lamentarsi all’onta… è un pensiero che era così radicato in me che, quando poi è accaduto l’irreparabile, avevo già perso l’abitudine di chiedere aiuto.

Ho ricominciato a farlo molto più in là nella vita quando ho capito che a me, ad esempio, faceva estremamente piacere quando qualcuno chiedeva il mio aiuto: mi sentivo onorata di fronte all’idea che quella persona stesse mettendo nelle mie mani qualcosa per lei molto importante… Ho imparato molto tardi rispetto a quando avrei potuto il valore del chiedere aiuto anche per qualcosa di banale: altrimenti che senso ha essere degli animali sociali?

Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).
Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).

Nei tuoi concerti scherzi spesso su Torpignattara. Ma quella che ci restituisci oggi è un’immagine che va ben oltre i pregiudizi che per tanto tempo hanno accompagnato il quartiere. Cosa ha lasciato dentro di te?

Torpignattara è dentro di me: puoi togliere una ragazza da Torpignattara ma non potrai mai togliere Torpignattara da una ragazza… ho cercato per tutta la vita altrove e l’ho trovato raramente quel senso di unione e solidarietà che vivevo. Torpignattara è unica al mondo, con i suoi colori e le sue sfaccettature: non era solo terra di criminalità ma anche di artisti e multietnicità, di diversità e di integrazione. Scherzando, dico sempre che è come l’inferno: accoglie tutti, come accade a tutti quei quartieri che si aprono a ogni stato socio-culturale senza riserve o paure.

Non si racconta di quel senso di fratellanza che lo anima: nessuno fa sentire solo chi vive un problema, di qualsiasi natura sia… ricordo come, di fronte alla difficoltà di qualcuno, si facesse quasi a gara per chi avrebbe dovuto preparargli qualcosa da mangiare, stirargli i vestiti o accompagnarlo portandolo fuori. Così come ricordo quel bambino che perse la mamma in una circostanza più che drammatica a cui mia madre desiderava far trascorrere ore tranquille. Si diventava tutti un branco e come tale ci si muoveva pur di non far sentire solo chi stava vivendo un suo abisso personale: si seguiva come una sorta di codice etico e morale il cui perno era il rispetto della dignità della persona.

Quel senso di unione rimarrà per sempre dentro di me tanto da volerlo ritrovare e ricreare con i Centri di ascolto o il Rottocalco stesso: il mio scopo è quello di creare un luogo, vero o metaforico, in cui ognuno può non sentirsi solo.

Una biografia prima o poi?

Nonostante la prescrizione, certe cose è meglio che non si sappiano (ride, ndr). Con Immanuel Casto, quando qualcosa che non avremmo dovuto dire, ci sfugge di mano durante i concerti, abbiamo deciso di dire che le nostre sono “performance dadaiste di decostruzione del concetto di legalità”.

Se dovessi descriverti con una fotografia, quale sceglieresti oggi?

Una di quando ero bambina… voglio sentirmi ancora quella bambina che sta in braccio a mio fratello, con ancora tutte le lezioni da imparare e con gli occhi luccicosi, innocenti, di chi ancora deve conoscere tutto della vita: solo chi non ce l’ha più sa qual è il valore dell’innocenza ed io vorrei tornare a respirare quell’aria, a riassaporare l’incoscienza di tutti gli errori ancora da fare.

Quando è morto Alessandro, cantavi già. E una delle canzoni che cantavi per concorsi era I Will Always Love You

…ma più passa il tempo e più non riesco a cantarla. Proprio perché quella canzone me lo ricorda e ogni volta che si ripropone è per me una coltellata. Provo ogni tanto a cantarla in casa, sono pur sempre figlia di una generazione che ha avuto delle grandissime dive del canto e una feticista della voce come strumento, ma l’idea di farlo davanti a un pubblico mi fa sentire ancora più a nudo di La solitudine di una regina: è come fosse rimasta cristallizzato nel tempo a quel momento che non tornerà mai più. Perché cantarla allora?

Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).
Romina Falconi (Foto: Ilario Botti; Press: Silvia Eccher @Parole e Dintorni).
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