Entertainment

Pier Cortese: “Parlare ai bambini mi ha salvato” – Intervista esclusiva al cantautore romano

Pier Cortese ha composto la colonna sonora di un film presentato al Festival di Venezia su una donna che affronta il dolore per essere stata lasciata rinchiudendosi in un armadio. L’occasione ci ha permesso di incontrarlo per un’intervista in cui racconta il suo ultimo disco ma anche i dodici anni di “depressione musicale” che ha affrontato.

Il cantautore romano Pier Cortese ha firmato l'intera colonna sonora del film Come le tartarughe, diretto dalla regista Monica Dugo e presentato al Festival di Venezia 2022 nella sezione Biennale College. Il film racconta la storia di Lisa, una donna che dopo l’abbandono del marito Daniele decide di chiudersi nell’armadio che trova svuotato. Così facendo, mette in moto una serie di dinamiche familiari che interessano prima di tutto la figlia diciassettenne Lisa. Man mano che la storia avanza, Lisa uscirà dall’armadio ma questo non significa che sarà la fine del dolore. È semmai il primo passo verso la consapevolezza di doverlo affrontare.

Partendo dalla colonna sonora, abbiamo intervistato in esclusiva Pier Cortese. “L’incontro della mia musica con il cinema non poteva avere miglior inizio”, ha commentato l’artista. “Tu non mi manchi (estratto dal disco Come siamo arrivati fin qui) è la canzone portante scelta dalla regista del film Come le tartarughe. Un film ispirato, che mi ha coinvolto emotivamente e che ho avuto il privilegio di raccontare musicalmente, scrivendo e componendo l’intera colonna sonora. Spero sarà l’inizio di una lunga serie di collaborazioni tra la mia musica, le mie canzoni ed il cinema”.

Per raccontare Pier Cortese basterebbe citare Souvenir, singolo estratto dal suo album d’esordio divenuto un tormentone senza tempo nel 2006. Il successo di Souvenir è tale che ancora oggi macina migliaia di visualizzazioni su YouTube e centinaia di commenti positivi. Ma sopravvivere a una hit di tale portata non è un gioco da ragazzi. A quella che definisce una prima fase di musica “adolescenziale”, Pier Cortese ha fatto seguire negli anni una costante ricerca artistica, impegnandosi anche in campi a prima vista lontani dal suo percorso, come la televisione o gli spettacoli per i bambini.

Nel novembre dello scorso anno, dopo 12 anni di lavoro e sperimentazione sonora, Pier Cortese ha pubblicato l’album Come siamo arrivati fin qui. Possibile che non sia ancora l’album della maturità, mai apporre limiti o etichette, ma quello che possiamo scrivere è che è l’album della svolta. Alla ricerca di nuovi suoni e territori, Pier Cortese affianca testi intensi che restituiscono il percorso emotivo profondo intrapreso. Ce ne parla lui stesso, con spiazzante e a tratti disarmante onestà. In un contesto in cui tutti girano intorno alle parole, Pier Cortese arriva dritto al punto non negando quanto la sua vita si sia intrecciata con la sua arte, a cominciare dall’essere divenuto papà.

Pier Cortese.
Pier Cortese.

INTERVISTA ESCLUSIVA A PIER CORTESE

Al Festival di Venezia, nella sezione Biennale Cinema, è stato presentato Come le tartarughe, il film diretto e interpretato da Monica Dugo di cui hai curato la colonna sonora. Com’è nata la collaborazione?

Il tutto nasce da un’e-mail che Monica mi ha inviato. Non l’avevo mai incontrata prima ma lei era inciampata per caso via web nel video di Tu non mi manchi, uno dei singoli del mio ultimo album Come siamo arrivati fin qui. Mi ha scritto che si era appassionata molto all’idea del video e che, soprattutto, le sembrava che si legasse perfettamente al concetto di apnea presente nella sua sceneggiatura. Mentre io nel video stavo sott’acqua, la protagonista del suo film sarebbe rimasta come in apnea dentro un armadio.

In un primo momento, Come le tartarughe doveva essere un cortometraggio. E, per tale ragione, mi chiedeva se mi fosse andato di “prestarle” la mia canzone. Tutto ciò avveniva quando eravamo ancora in uno stato di pandemia abbastanza forte e per incontrarci abbiamo dovuto aspettare un po’ di tempo. Al nostro primo incontro, mi ha raccontato del proposito di inviare la sceneggiatura al Cinema College della Biennale, senza chissà quali aspettative. Lo avrebbe fatto semplicemente per provarci: la concorrenza sarebbe stata tanta e la possibilità di essere selezionati davvero minima.

Incredibilmente, però, la Biennale ha scelto la sceneggiatura di Monica ma non per farne un cortometraggio: avrebbe sostenuto la realizzazione di un lungometraggio. Motivo per cui Monica non mi ha chiesto solo la canzone ma mi ha proposto l’intera colonna sonora del film. Avrei dovuto occuparmi di tutta la parte musicale. E sono nati così altri quattro temi per pianoforte e due orchestrali, contestualizzati ovviamente all’emotività delle immagini e a tutto il percorso narrativo di Come le tartarughe.

E il percorso narrativo del film è molto profondo ed emozionante per essere un film italiano: ultimamente faccio fatica nel nostro cinema a trovare qualcosa di particolarmente affascinante. Come le tartarughe, già sulla carta, mi sembrava qualcosa che sarebbe venuto fuori bene, un film di qualità e d’autore ma fatto in maniera artigianale e col cuore. Lavorare per una colonna sonora richiede dei tempi abbastanza lunghi: cambiano i montaggi e spesso si ritorna su alcuni passaggi.

Ho avuto la fortuna che il sentimento della regista fosse in sintonia con il mio perché può succedere anche che chi sta dietro la macchina da presa abbia completamente un altro tipo di battito cardiaco rispetto all’idea del film. Con Monica eravamo sincronizzati perfettamente e ciò ha facilitato il mio lavoro. L’esperienza al Festival di Venezia ha poi concluso il percorso: Come le tartarughe ha avuto consensi sia da parte degli addetti ai lavori sia dal pubblico.

Come le tartarughe: Le foto del film

1/8
2/8
3/8
4/8
5/8
6/8
7/8
8/8
PREV
NEXT

Non è stata la tua prima esperienza con le colonne sonore.

Avevo lavorato in precedenza a un cortometraggio. Era la mia primissima esperienza. Era un corto molto affascinante perché era quasi horror: me la facevo sotto mentre componevo la musica! È stata tuttavia un’esperienza parecchio eccitante sebbene concentrata in un progetto che durava sei minuti.

Hai lavorato alle musiche di Come le tartarughe prima ancora che il film fosse girato.

Ho lavorato sulla sceneggiatura. Si crede spesso che il compositore delle colonne sonore lavori su filmati già pronti ma la realtà è diversa. La stessa Monica mi aveva chiesto di scrivere qualcosa per agevolarla con le riprese: un sottofondo o un’atmosfera di sfondo da usare in alcune scene particolari o in alcuni snodi narrativi. Le ho dato quindi un po’ di materiale che ho poi completato in seguito lavorando sulle immagini. Ci siamo spalleggiati a vicenda.

Tu non mi manchi è contenuta nel tuo ultimo album, frutto di 12 anni di attesa e lavoro. 12 anni è all’incirca anche l’età di tua figlia. Sono cresciuti insieme?

Si. In qualche modo la vita è inevitabilmente e strettamente collegata alla propria arte per chi fa il mestiere di cantautore come lo intendo io. Percorso privato e artistico si intrecciano sempre. I 12 anni hanno rappresentato per me un lungo respiro dopo una prima fase mainstream che definisco “adolescenziale”. Stavo crescendo e la mia idea di musica andava cambiando; quindi, mi sono preso un lungo periodo per riflettere su cosa avrei voluto fare e su chi sarei voluto diventare. Mi premeva avere molto più materiale possibile, non solo narrativo ma anche musicale, per capire con chiarezza che direzione prendere e cosa volessi rappresentare musicalmente.

Nella realizzazione del disco sono confluiti la nascita di mia figlia, il vissuto con mia figlia e tutto quello che vuol dire la vita che fai quando diventi genitore. Ma non solo: sono confluiti anche tutti i miei sforzi per la costruzione di un suono nuovo e di un’idea sonora, anche sperimentale, diversa dal passato. Dico sempre che questo disco ha un aspetto cinematografico: mi sono fatto dei viaggi sonori all’interno del quale ci sono finite delle canzoni e tutta la vita che stava crescendo intorno a me e dentro di me.

Quello che colpisce di Come siamo arrivati fin qui è la successione stessa della tracklist. Le canzoni sembrano parlarsi l’una con l’altra e ognuna, dal punto di vista testuale, sembra trovare sbocco nella successiva.

Sei il primo che nota quest’aspetto. Mi vedo costretto a darti una medaglia e lo faccio volentieri. Non l’ho mai spiegato in precedenza ma mi fa piacere che qualcuno l’abbia colto. È qualcosa a cui sono stato istintivamente attento: tutto gira intorno a un concept. C’è un fil rouge che lega le storie non solo dal punto di vista della narrazione testuale ma anche dell’onda emotiva e armonica.

In Come siamo arrivati fin qui, come suggerisce il titolo, ti interroghi su come si sia arrivati a un determinato punto. Lo fai sia dal punto di vista privato sia da una prospettiva che potremmo definire “sociale”. Ci sono brani che escono dalla tua intimità “familiare” per concentrarsi sugli “oppressi” del mondo (richiamando la questione dell’inclusione) sul futuro del pianeta Terra (affrontando il tema ecologico) e sul futuro dei bambini in generale (a partire da quello di tua figlia). Sei papà e la domanda in questi giorni è d’obbligo. Faresti vedere a tua figlia l’episodio di Peppa Pig con due mamme al centro?

Assolutamente sì, ci mancherebbe. Per me la libertà, anche da quel punto di vista, è talmente scontata che mi sembra anche retorico sottolinearlo. Ma non è così scontato per tutti dal momento che tanta gente ancora non la consente: fa parte delle follie e delle contraddizioni contemporanee di chi evita di evolversi realmente. Spesso ho la sensazione che si facciano passi in avanti solo virtuali e del tutto decontestualizzati dalla vita reale. Abbiamo app per tutto, anche per prendere il turno alle poste, ma non ne abbiamo dal punto di vista etico e umano, dove noto una certa inversione e retrocessione. È assurdo: è una contraddizione che ci blocca e che ferma l’evoluzione.

In È per te, dedicata a chi si sente offeso e a chi si sente incompreso, è contenuta una bellissima favola, quella del sorriso che incontra il mezzo sorriso. Da dove nasce?

Il finale della canzone avrebbe dovuto aver attaccato il discorso che Joaquin Phoenix ha fatto quando ha ritirato il premio Oscar per Joker. Per questioni pratiche, di diritti per lo più, non ho potuto inserirlo, anche perché quando l’ho scritta eravamo in piena pandemia e tutti i movimenti erano limitati.

La pandemia mi aveva però permesso di entrare in un’intimità ancora più grande con mia figlia, di viverne maggiormente la quotidianità. Ed è così che è nato quel racconto, una sorta di consegna a una nuova generazione di un messaggio importante. E il fatto che ci sia la voce di mia figlia mi è sembrata la chiusura più naturale possibile.

Te lo ricordi, invece, racconta la fine del legame con un’automobile, un legame che metaforicamente potrebbe anche essere d’amore.

È un amore molto personale e singolare. Chi è abituato a cambiare macchina ogni anno non può capire quanta vita ci sia dentro un abitacolo con cui hai diviso anni e anni della sua esistenza. Ci passi dentro momenti di solitudine, ci ascolti musica, ci fai due giri sul raccordo anulare per resistere agli urti della vita, ci incontri gli amici e le persone che ami. Quando brutalmente un meccanico ti dice che non c’è più niente da fare, è come un lutto, è la fine di un passaggio importante della vita.

Ma il brano più anomalo dell’album è Come se fosse mio, dedicato alla tua passione per il piede.

Per me, il piede è la parte più erotica di una persona. E non sono il solo a pensarla così. Cammino spesso a testa bassa per leggere i piedi e cercare quello che in qualche modo può crearmi un’emozione di un certo tipo. È un discorso alquanto complesso. Ho tutta una mia lettura del piede: c’è quello simpatico, quello erotico, quell’antipatico, quello timido, quello che ha personalità e così via. Sono anni che studio involontariamente il piede e che dal piede riesco a trarre dei profili che spesso si rivelano verosimili. Non c’è solo un aspetto erotico, c’è tutta una letteratura più profonda. Alcuni mi dicono che è da pazzi ma ci vorrebbero giornate intero per spiegarlo.

Pier Cortese.
Pier Cortese.

Tutto l’album ha come perno la rottura di uno status quo sentimentale. Senza entrare nel dettaglio, quanto c’è di autobiografico?

Beh, abbastanza. Più o meno ci sono dentro. Comunque sia, è biografia anche se non è autobiografia: c’è in qualche modo una parte vicina alla mia vita, una parte che non è estranea.

Come si fa a trovare un centro di gravità quando si arriva al punto di non riconoscersi e di non riconoscere l’altro?

Le cose si trasformano inevitabilmente. Basta non dare lo stesso nome a quella cosa nel momento in cui si è già trasformata. Va accettata la trasformazione e vanno adattati il proprio corpo e la propria competenza in base al cambiamento. Senza aspettative di altro tipo. La risposta è abbastanza semplice, nonostante abbia previsto anni per arrivarci.

Ai bambini hai anche dedicato due progetti importanti nel tuo passato, Little Pier e le storie ritrovate e Lasciateci la fantasia. Quanto è importante oggi lavorare pensando ai bambini e non per i bambini?

Quello dei bambini è un pubblico specialissimo. Pensare a loro è un’esperienza meravigliosa, un privilegio e una responsabilità: ciò che si comunica ai bambini può modificare il loro pensiero, la loro crescita e le loro idee. Ho sempre cercato di affrontare con loro temi importanti. Prima accennavamo all’ambiente: affronto l’argomento dal 2013, ancor prima che ci fosse Greta (Thunberg, ndr), quando ancora si faticava a parlarne. Ma la fatica veniva ripagata dagli occhi dei bambini che si interessano alle questioni: lo vedo tutte le volte che vado nelle scuole o durante i miei concerti “illustrati”.

Ho la netta sensazione che sia una responsabilità enorme. Ma parlare ai bambini è qualcosa che mi ha salvato durante quei dodici anni di depressione musicale in cui stavo cambiando e diventando un’altra cosa. Era anche il mio modo per comunicare con mia figlia e per rispondere ad alcune domande molto complicate che spesso i bambini ti fanno, risposte che non riuscivo a dare in altro modo.

Hai parlato di depressione musicale. Quanto la depressione musicale sfocia nella crisi dell’artista?

La depressione musicale ha un effetto tsunami. È come se tutto tornasse indietro per poi andare avanti. È necessaria, secondo me, nell’arte perché è uno stato di profondo disagio, dove raccogli in profondità ciò che poi ti aiuterà a essere più viscerale, limpido, sincero e onesto. Per me, è stato un processo molto lungo che in qualche modo sto pagando: dal punto esclusivamente musicale, ho saltato almeno due o tre generazioni. Dodici anni sono stati un periodo lungo, sono cambiati i giovani ed è cambiata l’industria musicale. Ma non sono stato io a decidere i tempi e i tempi vanno rispettati. È stato necessario per me questo stato di down completo, mi ha ripulito totalmente e mi ha rigenerato. Se vogliamo, mi ha fatto rinascere.

Torniamo però un attimo al passato e sorridiamo. Sei consapevole di aver dato il via ai vip che cucinano in televisione con Stelle e padelle nel 2006, appena reduce dal successo di Souvenir e dal Premio Mia Martini?

Mi piaceva l’idea. Non ho mai fatto solo il cantautore: mi piace svegliarmi la mattina ed essere una cosa diversa, sempre all’interno dello stesso ambito, in questo caso musicale. Forse per programma era il primo sintomo della voglia di cercare altrove qualcosa. Uscivo dal successo di Souvenir, dal primo disco che era andato bene e dal Sanremo, e ho voluto fare un’esperienza che precedentemente non avrei mai fatto, proprio perché troppo concentrato a realizzare il mio percorso musicale cantautorale. È stata un’esperienza molto divertente ma anche molto significativa: è stato il primo extra che mi ha dato delle indicazioni necessarie per quello che è poi maturato in futuro.

A proposito di Souvenir, torni mai a guardare su YouTube i commenti che ancora oggi, a distanza di sedici anni, si scrivono sotto al video della canzone?

No, solitamente no. Leggo i commenti che ogni tanto arrivano quando faccio le dirette sui social ma li leggo così velocemente che è come se non li avessi letti. Non credo però di aver seminato odio nelle persone. Probabilmente, perché o non ho avuto abbastanza successo o non sono stato mai abbastanza divisore.

E allora te lo dico io: sono tutti sempre positivi e con ricordi piuttosto vivi.

Mi fa piacere, lo apprendo da te. Dovrei allora passare a leggerli.

Hai citato Sanremo e la tua unica partecipazione tra i giovani nel 2007. Perché non sei più tornato al Festival?

Perché evidentemente non sono necessario per Sanremo. Anche se con il festival ho un conticino in sospeso. Quella del 2007 non è stata per me un’esperienza appagante. Ci sono arrivato un po’ stanco, fiacco, e non penso di aver dato il meglio proprio nel posto in cui avrei dovuto farlo. È una sensazione che mi porto addosso da allora e che, sicuramente, cerca un filo di riscatto. Non ne faccio una ragione di vita ma non nascondo che mi farebbe piacere avere una nuova occasione per affrontare quel contesto nella maniera più opportuna.

Hai scelto di far parte di un’etichetta indipendente, Fiori Rari. Perché si sceglie un’etichetta indipendente?

L’indipendenza è uno stato mentale, un modo di vivere. Non ne posso fare a meno sin da quando sono piccolo. Di conseguenza, nella vita, ho cercato di legarmi alle situazioni che mi rendessero il più libero possibile, anche di esprimermi nella maniera in cui credo e voglio farlo. E Fiori rari, nata dalla volontà di Roberto Angelini, è affine al mio modo di vivere e al mio pensiero. Siamo un gruppo di amici che condividono la stessa voglia di esprimersi e la stessa idea di libertà.

Riproduzione riservata