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“Rimanere fedele ai propri principi ti fa mantenere la tua autenticità”: Intervista esclusiva a Mario Ermito

Mario Ermito ha appena pubblicato il suo secondo singolo da cantante, Aquila libera. Ed è impegnato sul set di un’attesa serie tv. Lo abbiamo incontrato per un’intervista a tutto tondo, priva di scheletri, in cui racconta molto del suo intimo.

Mario Ermito oggi è un artista completo. In questo momento è sul set della nuova serie tv di Rai 1, Fiori sopra l’inferno, tratto dal romanzo di Ilaria Tuti. È diretto da Carlo Carlei, un regista che non ha bisogno di presentazioni, e ha al suo fianco un’attrice del calibro di Elena Sofia Ricci. Lo vedrete prossimamente anche nel film spagnolo Por los pelos, pronto a debuttare in estate in tutte le sale iberiche e sudamericane prima di arrivare su una nota piattaforma.

Ma Mario Ermito ha anche pubblicato il suo secondo singolo come cantante. Dopo il successo della bella Ti porto in Texas, è tornato in sala di registrazione con Linda D. e il risultato è Aquila libera, una ballad (come si sarebbe detto un tempo) sull’importanza di essere finalmente se stessi, liberi e senza maschere addosso.

Sia la recitazione sia il canto accompagno Mario Ermito sin da quando era bambino. Gli spaghetti western accendevano la sua fantasia. Bastava poco per trasformarlo in un cowboy à la Terence Hill o à la Clint Eastwood. Così come bastava poco per fargli sognare di sentire una sua canzone alla radio. E, se la recitazione gli ha aperto le porte presto, il canto è esploso con la sua partecipazione al programma Tale e quale show, condotto da Carlo Conti.

Da quando Mario Ermito ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo sono passati diversi anni. Brindisino di origine, Mario ha poco più di trent’anni, metà dei quali trascorsi sotto i riflettori. “Più bello d’Italia” a soli 17 anni, ha calcato come modello le più importanti passarelle prima di approdare, ventenne, a serie tv dal grande impatto popolare, ancora oggi ricordate.

Su Mario Ermito è pesato per molto tempo il pregiudizio. I belli non ballano, dice un luogo comune che ha finito con il dargli la spinta giusta per dimostrare agli altri ma, soprattutto, a se stesso il suo talento. Oggi è un uomo che si è lasciato alle spalle la timidezza che aveva da piccolo, le prese in giro per un difetto di pronuncia e i preconcetti, per seguire la propria strada. Non rinnega nulla delle cose che ha fatto e ciò è indice del suo animo pulito, senza sovrastrutture.

Le acrobazie o i sotterfugi non fanno parte del suo percorso: le uniche acrobazie che Mario Ermito conosce sono quelle per montare su un cavallo e far uscire il cowboy dal cuore d’oro che ha dentro.

INTERVISTA ESCLUSIVA A MARIO ERMITO

Aquila libera è il tuo secondo singolo, in duetto con Linda D. Il testo è una sorta di inno personale, molto introspettivo. Quanto c’è di te?

Aquila libera è un inno, un inno alla libertà e alla rinascita, più che altro. La canzone non è un inedito, in quanto già esisteva. È stata cantata nel 2018 dalla cantautrice NaryMary insieme a Roberto Zappulla. Mi hanno proposto questa collaborazione artistica e, quando ho sentito la prima volta il pezzo, sono rimasto colpito. Per usare una metafora, la melodia della canzone plana su delle corde emozionali con la delicatezza appunto di un'aquila. E io ho avvertito la sensazione quando l'ho ascoltata la prima volta e l’ho incisa.

Vi dirò di più… è successa una cosa che penso sia quasi raro trovare nel panorama musicale italiano: l'ho ascoltata per la prima volta lo stesso il pomeriggio in cui poi l’ho incisa. Come si dice nel gergo attoriale, buona la prima.

Al di là della metafora, cos’è che ti ha colpito di Aquila libera? Io ci ho letto molto, a dir il vero. Ci ho letto la voglia di qualcuno di levarsi qualche etichetta di dosso.

Sicuramente, come dicevo prima, è una canzone di liberazione e di rinascita, in qualche modo. C'è un punto in cui Aquila libera dice “Non faccio compromessi, non mi vendo mai”: Questa è stata un po’ la mia prerogativa di vita: sono sempre stato contrario ai compromessi della vita, in generale.


Non vuol dire che sia stato sempre una persona che trasgredisse le regole o che comunque amasse fare lo “stravagante”. No, semplicemente ho sempre pensato che le cose vadano proposte ma mai imposte. Ho detto no all'imposizione di regole che mi sono sempre andate strette. Nel mio percorso artistico, tutto quello che ho raggiunto, che ho costruito e che ancora dovrò costruire, perché sono ancora giovane, l'ho fatto rimanendo fedele ai miei principi. Anche quando ho partecipato al Grande Fratello Vip, ero sempre io.

È vero che ci sono delle regole da rispettare e, infatti, non sono per la trasgressione: sono semplicemente per il porsi delle domande. Se tu mi chiedi di fare un qualcosa, io mi domando e ti domando perché vuoi che faccia quella cosa. Non la faccio e basta.

Rimanere fedele ai propri principi, ai propri ideali, ti fa mantenere la tua autenticità. Non ti sporchi e mantieni la tua integrità come persona. L'ho sempre sostenuto e sempre lo sosterrò. E in Aquila libera c'è tanto di questo grido di liberazione.

C'è un verso in Aquila libera, nonostante non sia stata scritta da te, che dice: “Voglio che la gente sappia chi sono io, quello che ho dentro”. Io ti ho sempre visto come una persona molto “pulita”. Mi sono infatti chiesto spesso cosa ci facessi in contesti a te molto estranei. Mi viene allora da chiederti: chi è Mario Ermito? Cos’ha dentro?

Ho tante cose dentro. Infatti, ho scelto il mestiere più bello del mondo per quanto mi riguarda: l'artista. Sia nell'ambito recitativo sia in quello musicale, ho la possibilità di esprimere tutto ciò che io ho dentro attraverso due forme artistiche che ho sempre amato, la recitazione e la musica.

Nella mia vita, non mi sono mai pentito delle scelte che ho fatto e dell’aver anche partecipato a dei contesti che ti portano in qualche modo a trascendere: sono fatti apposta, sono stati scritti per farti arrivare a quella reazione. Ogni esperienza fa esperienza. Anche in quei contesti, vado fiero di essere rimasto comunque sempre fedele a ciò che io pensavo, senza mai sottostare o abbassarmi a determinate provocazioni.

In quel momento, non è stato capito. È stato capito dopo. Ma meglio tardi che mai, come si suole dire. La cosa bella è che la gente che mi ha seguito ha riconosciuto la stessa persona che incontra per strada. Non ho mai indossato una maschera, come canto anche in Aquila libera.

Sono così. O mi si ama o mi si odia. Però, se mi odi è perché hai un pregiudizio, perché sono una persona pacifica. Non amo lo scontro, odio la discussione: trovo che siano uno spreco di energie. Si può tranquillamente davvero arrivare ad avere una visione diversa da quella che si può avere semplicemente parlando. Perché urlare? L’ho sempre ribadito.

Poi, è chiaro che negli anni sto maturando. Quindi, è normale che subentri un po’ una sorta di momento riflessivo. Prima non ero così, ero molto più istintivo, ma era anche dettato dall'età. Bisognava preoccuparsi se io a vent'anni avessi ragionato così come oggi che ne ho trenta! È giusto che nel percorso della vita ci siano delle cose che uno assimila e vive: fa sì che tutto quello che accade lo si percepisca con un altro punto di vista, in un'altra maniera.

Mario Ermito.
Mario Ermito.

Hai appena citato il pregiudizio. Quanto pensi che abbia influito nel tuo percorso il pregiudizio legato all'essere bello? Hai avuto la fascia di “più bello d’Italia” a 17 anni, giovanissimo, poco più che adolescente. Molto spesso si dice “è lì solo perché è bello”.

L'aspetto fisico è come un biglietto da visita. Tu arrivi, ti chiedono i documenti e tu mostri, appunto, il documento. Ma, al di là di quello, penso che la bellezza non vada fossilizzata solo ed esclusivamente sull'involucro, ma anche sul contenuto. Nel momento in cui tu hai anche del contenuto da dimostrare diventi scomodo: non sei attaccabile. Quando una persona non è attaccabile, automaticamente diventa non vulnerabile. E cosa fa chi vorrebbe attaccarti in quel caso? Deve inventarsi la qualunque, trovare i peli nell’uovo o l’ago nel pagliaio.

Nel mio percorso, l’aspetto fisico è stato un elemento molto evidenziato. Sono stato giudicato in una maniera assurda: “É un bel ragazzo, quindi è stato messo lì, è raccomandato”. Non è assolutamente vero, anzi. Nel lavoro che ho scelto di fare, ho dovuto e devo dimostrare il doppio degli altri. Ma non perché sono meno capace di altri che non hanno questo pregiudizio addosso: semplicemente perché la gente, purtroppo, non vede oltre la barriera creata dal pregiudizio.

Tento di rispondere allora con i fatti, non solo con le parole. Non per dimostrarlo agli altri ma a me stesso. Per me, è sempre una sfida con me stesso, non ci sono sfide con gli altri. Facevo le sfide con gli altri solo quando giocavo a calcio: dovevo ovviamente battere la squadra avversaria e vincere la partita. Quelle con me stesso sono sfide motivazionali.

Sono una persona che apprende da tutti. Ho l'umiltà, scusate se me lo dico da solo, di ascoltare i consigli per cercare di migliorarmi sempre: non sono presuntuoso in questo. Oggi i pregiudizi stanno venendo un po’ meno: la gente, volente o nolente, vede i passi che sto facendo.

Io vorrei sottolineare i passi che stai facendo. Sei tra i protagonisti di una commedia spagnola in uscita il 12 agosto in tutte le sale cinematografiche spagnole e sudamericane e successivamente su una nota piattaforma, Por los pelos, che, neanche a farlo apposta, gioca con l'apparenza fisica. Poi, sei tra gli interpreti della nuova serie tv attesissima di Rai 1 con Elena Sofia Ricci, Fiori sopra l’inferno, con una produzione, la Publispei, che sicuramente non ti avrebbe preso se fossi stato semplicemente bello, permettimi di dire.

La Publispei è diventata un po’ come la mia famiglia. Mi sono divertito tantissimo sul set, proprio tantissimo ma ovviamente non posso svelare quasi niente. L'unica cosa che posso dire è che Carlo Carlei è un grandissimo regista. Sono onorato di essere stato scelto da lui in persona, mi ha messo molto alla prova ed è rimasto molto soddisfatto. Bisognerebbe chiedere a lui! (ride, ndr).

Sono felicissimo di aver trovato un gruppo di lavoro fantastico. Siamo a Tarvisio da un mese: in questo momento sto rispondendo alle domande con una vista spettacolare e una vegetazione impressionante intorno a me, con montagne che fanno da cornice. Sembra un quadro. 

Mario Ermito.
Mario Ermito.

Al di là di questa serie di cui non possiamo parlare, hai preso parte anche a Don Matteo, una produzione Lux Vide a cui non avresti potuto prendere se non avessi saputo recitare. Uno dei tuoi sogni di attore è quello di essere diretto da Terence Hill. Sul set lo hai incontrato?

Ho conosciuto Terence Hill sul set di Don Matteo 11, però non ho avuto ancora l’onore di essere diretto da lui o, comunque, di dividere la scena con lui. Ricordo che ero nella sala trucco e, a un certo punto, alle mie spalle arrivò lui. Me ne accorsi semplicemente perché le parrucchiere e le truccatrici lo salutarono.

In quel momento mi dissi: “Adesso che faccio? Mi avvicino? Non voglio fare la parte del fan, stiamo lavorando”. Alla fine, mi avvicinai e rimasi tipo pietrificato. Gli allungai la mano, “Piacere, Mario”. E lui, con un sorriso suo solito, quello che lo ha sempre contraddistinto come un grande galantuomo, mi ha risposto “Buongiorno, Terence”.  E lì mi sciolsi. Avrei voluto chiedergli una foto però non ho colto l'attimo. Purtroppo, ahimè, non l’ho più visto da quel momento.

Hai recitato anche nelle famose serie della Ares Film, da L’onore e il rispetto a Il peccato e la vergogna, prodotti che incontravano il favore del pubblico. Si parla di prodotti popolari da sette o otto milioni di telespettatori. Come hai vissuto quel periodo?

Devo ringraziare quel periodo perché mi ha permesso, innanzitutto, di coronare il mio sogno di fare l'attore, di dividere il set con grandi attrici come Anna Galiena, Alessandra Martines, Vanessa Gravina e di lavorare con Gabriel Garko, che comunque è sempre stato ed è un personaggio conosciutissimo nel panorama italiano. Gabriel è una persona fantastica, molto generosa sul set. Ho lavorato anche con Mimmo, Mignemi e con Daniele Perrone, che è un mio carissimo amico.

L’esperienza con la Ares mi ha formato, mi ha fatto vivere il set. Ero giovanissimo, avevo appena vent'anni. Appena uscito dalla prima esperienza del Grande Fratello, mi ero messo a studiare. Erano le mie prime apparizioni. Quindi l'ho vissuta con l'aria di un bambino che va al parco giochi.

Ho fatto quattro fiction con l'Ares Film: Il peccato e la vergogna 2, L'onore e il rispetto – Parte 5, Non è stato mio figlio (con Stefania Sandrelli) e Il bello delle donne - Alcuni anni dopo.

Mi sento fortunato anche ad aver vissuto tutte le esperienze che ho vissuto. Mi hanno fatto crescere: prendi dei tasselli e li metti sempre nel tuo bagaglio, si apprende sempre da tutto.

Mario Ermito.
Mario Ermito.

Che bambino sei stato?

Un bambino curioso. Ero curioso, avevo già le mie fantasie: con un cinturone e una pistola, trascorrevo tutto il pomeriggio raccontandomi e vivendo storie. Sono cresciuto a pane e spaghetti western. La mia passione deriva dalla trilogia di Sergio Leone, da Clint Eastwood, da Terence Hill. Sognavo di essere loro. Quindi, li interpretavo, emulavo tutte le scene che vedevo nei loro film, nei miei pomeriggi a casa o nella campagna di famiglia.

Da quel punto di vista “artistico”, ero un bambino estroverso. Da un punto di vista molto più personale, invece, ero un bambino timido.

E come hai vinto la timidezza? Sembra quasi un controsenso un attore timido.

L'ho sconfitta negli anni. Da piccolo, avevo un difetto di pronuncia, la erre moscia, che ho ovviamente poi corretto e che all’epoca mi portava a essere preso di mira dai ragazzini. Dipendeva da un fattore di timidezza: avevo paura di esprimermi e ciò mi portava quindi a non emettere la giusta aria, il giusto suono, per la pronuncia di quella lettera.

Era solo una questione di pigrizia. Con un lavoro costante con Mauro Pini, il mio acting coach da quattro anni, sono riuscito a risolvere il problema. Ho sconfitto oggi la timidezza avendo più padronanza di me. Crescendo, sono diventato molto espansivo: parlo anche con le pietre! Devono darmi un calcio per dire “Basta, Mario: stai parlando troppo!” (ride, ndr).

L’essere preso di mira da bambino non è mai un’esperienza felice.

I bambini non hanno freni inibitori. La colpa purtroppo è dei genitori.  Quando siamo piccoli, sono loro che ci instradano: si porta al di fuori delle mura di casa l'educazione dei genitori. Io non mi sono mai permesso di insultare un ragazzino con un problema: i miei mi hanno sempre insegnato a non giudicare le altre persone ma, anzi, a cercare di comprenderle.

Ero sempre dalla parte dei più deboli. Difendevo il ragazzo più bravo della classe che veniva bullizzato. Ero un po’ il leader di coloro che venivano considerati ultimi. Ero dalla la loro parte, andavo contro i bulli. L'ho sempre fatto e continuo a farlo anche oggi: se vedo una persona in difficoltà, vado a difenderla. Mi viene spontaneo.

Hai parlato dei genitori. I tuoi ti hanno sostenuto? Non è facile essere eletto il più bello d’Italia a 17 anni. Non hai gli strumenti per capire a cosa stai andando incontro.

Sarò riconoscente a vita ai miei genitori perché senza di loro, senza il loro appoggio, non avrei mai potuto cogliere l’occasione che ho avuto. Sono di Brindisi, amo la mia città sia chiaro ma come tutte le città del sud, nonostante i suoi 90.000 abitanti, ha una mentalità un po’ ristretta.

Non è facile avere l'occasione di essere notati da un talent scout, di poter andare a Milano a fare il modello e, quindi, di poter vivere con la mia immagine guadagnando dei soldi. Sono delle occasioni che ti capitano una volta nella vita. Grazie ai miei genitori, quell’occasione è poi diventata una realtà che oggi è il mio lavoro.

Mio papà, nei momenti di difficoltà e sconforto che ho vissuto durante i primi anni e in cui ho pensato anche di ritirarmi, di rinunciare, mi ha sempre fatto ragionare. Aveva sempre quelle parole stimolanti e ottimiste che mi facevano vedere le cose da un altro punto di vista e continuare. Devo ringraziarlo: se non avessi ascoltato i suoi consigli, probabilmente non sarei qui a raccontarvi del mio progetto musicale.

Anche la musica era presente nei miei sogni da bambino. Sognavo di fare l'attore ma anche di fare il cantante. Sognavo di ascoltare un mio pezzo in radio. 

Mario Ermito.
Mario Ermito.

Un sogno, anche quello, che si è poi concretizzato. Anche se il tuo talento per il canto è venuto fuori in maniera evidente a tutti quando hai partecipato come concorrente a Tale e quale show, il programma cult di Rai 1 condotto da Carlo Conti.

La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Sognavo, come dicevo prima, di ascoltare un mio pezzo in radio. Mi divertivo a cantare al karaoke. Quando mi sentì in una di quelle esibizioni al karaoke, al mio agente Alex Pacifico venne la brillante idea di propormi a Tale e quale show, con inizialmente la diffidenza da parte degli autori. Il mio agente disse loro, testuali parole: “Facciamo un patto, voi provinate Mario. Se Mario non sarà idoneo, noi non collaboreremo mai più insieme per il semplice fatto che vorrà dire che io del mio lavoro non ho capito niente e non sono bravo”. Feci il provino e gli autori subito dopo chiamarono il mio agente: “Alex, ma questo ragazzo dove è stato nascosto tutto ‘sto tempo?”. E mi presero.

In quell’occasione ti sei cimentato anche in imitazioni al limite del possibile. Ma non sei arrivato al torneo finale.

Non passai all'ultimo al torneo finale per un punto, con grande dissenso da parte del pubblico. Se ricordate bene quell'edizione, non fui mai agevolato dai miei compagni, non mi davano mai il bonus con il loro voto. Ricordo benissimo che mi diedi da solo cinque punti all'imitazione di Ligabue, il mio cavallo di battaglia, dopo un paio di puntate in cui non ricevevo punti da nessuno. Per i voti della giuria arrivavo sempre tra i primi ma, per colpa dei voti dei compagni, scendevo di classifica. Quella sera mi diedi cinque punti da solo, “se non mi aiutate voi, devo salvarmi da solo”.

Devo dire grazie a Loretta Goggi che mi prese a cuore. A fine trasmissione, Loretta Goggi mi disse: “Ti prego, fallo per te. Continua a coltivare il tuo talento vocale perché ti potrebbe regalare tantissime emozioni”.

Da quel momento iniziai a prendere lezioni di canto. Incisi la mia prima cover, Angel di Robbie Williams, e il mio primissimo inedito Ti porto in Texas. Grazie, Loretta Goggi!

Vedi come sono strani i percorsi della vita. Un'altra che comunque nella carriera ha fatto un po’ di tutto come te: l'attrice, la soubrette, la cantante, l’artista.

Ed è stata la prima donna a presentare il Festival di Sanremo. Non si ricorda quasi mai ma è stata la prima donna a presentare il Festival di Sanremo. È una grandissima artista.

Cosa c'è adesso musicalmente parlando? Dopo il lancio del singolo è prevista l'elaborazione di un progetto più articolato, un album?

Mi è sempre stato chiesto che genere di musica cantassi. Ho sempre risposto che non mi piace etichettare la mia musica. In Ti porto in Texas, ad esempio, c’è un mix di suoni, di generi, dal reggaeton al latin pop. Aquila libera invece è molto pop, molto romantica, una ballad.

Ultimamente, ho scoperto un cantante, tra l'altro è anche lui attore (recita in 1883, la serie prequel di Yellowstone) e cantante. Si chiama Tim McGraw ed è un cantante famosissimo in America: non so quanti Grammy Awards abbia vinto! La sua è una tipologia di musica quasi country pop, che non rientra nel solito stereotipo di country che siamo abituati a conoscere. Vi invito ad ascoltare, se avete tempo, la sua canzone 7500 OBO.

Dalla scoperta, mi è venuta un'ispirazione. McGraw rappresenta tutto quello che vorrei vivere come artista: mixa tanti generi con lo stile che poi più lo contraddistingue, il western, lasciando emergere il cowboy che ha dentro. Un po’ il mio stile. E, ascoltando tanto McGraw, ho avuto un’illuminazione che penso di sviluppare.

Alla domanda se ci sarà un seguito, musicalmente parlando, posso rispondere: assolutamente sì.

Mario Ermito.
Mario Ermito.
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