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“Il lavoro degli attori andrebbe tutelato e noi donne dovremmo fare rete”: Intervista esclusiva all’attrice Lidia Vitale

Lidia Vitale è un’attrice dal carattere vulcanico. Tra un impegno di set e l’altro, non sta mai ferma. Continua a studiare per portare la sua verità nei personaggi. Ma ha anche un’idea abbastanza chiara sui diritti del suo mestiere e sulla solidarietà femminile in un settore come quello del cinema in cui ancora manca.

Non è facile contenere l’entusiasmo e la gioiosa irruenza di Lidia Vitale. Siamo abituati a vederla sul set in tutta la sua compostezza, con personaggi dal carattere ben delineato, forti e talvolta anche cattivi. Eppure, Lidia Vitale non è nata attrice ma ha studiato per diventarlo. Il suo percorso è stato molto “canonico” prima di approdare alla recitazione: si è laureata in Sociologia prima e ha cominciato a lavorare nel mondo della produzione dopo.

È solo nel 2000 che muove i primi passi davanti alla telecamera, segnando il via di un percorso che la porterà sempre più a entrare nelle nostre vite attraverso il piccolo e il grande schermo. La prima importante tappa corrisponde a La meglio gioventù, progetto di Marco Tullio Giordana in cui ha recitato per davvero la meglio gioventù dell’attuale cinema italiano.

Chi di voi è più giovane si ricorderà di Lidia Vitale nella serie Netflix Luna Park o nella serie Mediaset Rosy Abate ma è davvero impossibile riassumere in breve gli oltre ottanta progetti a cui ha preso parte. Prossimamente, ad esempio, vedremo Lidia Vitale nella seconda parte di Esterno Notte, la serie tv di Marco Bellocchio presentata al Festival di Cannes 2022 approdata al cinema. Ma anche in Ti mangio il cuore, il nuovo film di Pippo Mezzapesa, o in Il primo giorno della mia vita, atteso film di Paolo Genovese.

Ma Lidia Vitale sta anche lavorando al suo primo film da regista, una storia pop rock, come la definisce lei, sull’abuso. Nel corso di quest’intervista, scoprirete anche che si fa voce del manifesto dell’associazione Unita, nata in difesa dei diritti degli attori, e alza la scure contro il gender gap che ancora, purtroppo, interessa il mondo del cinema. E quello che ne viene fuori è il ritratto di una pasionaria dal cuore d’oro.

Intervista esclusiva a Lidia Vitale

Sei reduce dall’esperienza del film The Grand Bolero, un titolo indipendente che ti vede protagonista assoluta.

Abbiamo girato in pieno lockdown a Lodi, quando tutta la Lombardia era considerata zona rossa: eravamo nel cuore della pandemia. Ho accettato in primo luogo perché mi aveva colpito la sceneggiatura: si trattava di una storia che parlava di un’ossessione al femminile, un argomento quasi inedito in Italia. E, in secondo luogo, perché mi sono data come regola quella di sostenere i giovani. Sono del parere che abbiano un grande problema legato alla formazione; quindi, noi attori di una certa esperienza dobbiamo metterci al loro servizio per aiutarli.

E, in effetti, negli ultimi due o tre anni, hai preso parte a una serie di progetti diretti da giovani, da Ghiaccio a My Dorian, fino al nuovo lavoro di Federico Mazzarisi, premiato lo scorso anno a Cannes.

Esatto. Il principio è sempre lo stesso: sosteniamo questi ragazzi, aiutiamoli ad avere le idee chiare, interveniamo laddove le loro sceneggiature presentino dei buchi. Non lasciamo che l’inesperienza offuschi le loro idee. Trattano spesso temi molto pesanti, intimisti e tosti, che possono anche non aver provato in prima persona o elaborato. Aiutiamoli a farsi qualche domanda in più e a non sbagliare.

Hanno voglia un po’ di fare tutto e subito, senza chiedersi quali siano gli step da seguire. Ma la pecca maggiore è che i grandi maestri non hanno lasciato i successori. Gli americani hanno copiato tutto da loro, hanno preso i nostri classici e il nostro neorealismo per creare un metodo. Il metodo Strasberg viene sì da Stanilavskij, dalla grande scuola russa, ma anche dall’elaborazione della verità a cui si agganciava il neorealismo.

Non si impara soltanto guardando. Anche per far commedia occorre avere la capacità, veramente, di andare nel profondo della vita. La commedia è l’apice del dramma: devi avere la capacità di andare dentro il dramma per arrivare alla perdita del controllo. Quello fa ridere. Invece, noto che nei giovani prevale una specie di naturalismo che poi non conduce all’esplorazione del personaggio. Non c’è una ricerca dietro, specifica.

Tuttavia, ti vedremo presto al cinema nella seconda parte di Esterno Notte, la serie tv che Marco Bellocchio ha portato a Cannes 2022 e che andrà in onda su Raiuno in autunno.

Interpreto Eliana Lattanzi, la moglie di Leonardo, il capo della scorta di Moro. Esterno Notte è un film che ha un maschile bello presente: non ho ancora visto tutto il progetto completato ma mi è sembrato di capire che ogni puntata viene vista attraverso uno dei personaggi principali. Recitare con Bellocchio, un personaggio, per me è stata un po’ una rivincita personale. Fui una delle prime a essere provinata per Vincere.

Devo però prima fare una premessa. Ci sono stati dei casi in cui la mia carriera è stata deviata dai miei, per fortuna, rari attacchi di panico durante un provino. Orson Welles diceva che ci sono attori da provino e attori da set. Appartengo a questa seconda categoria: nonostante l’età, qualche volta le emozioni mi giocano brutti scherzi. Mi succede qualche cosa per cui mi saboto: sono gli irrisolti della vita che ogni tanto riemergono e operano a livello attoriale.

Capitano soprattutto quando mi trovo davanti a progetti a cui tengo in modo particolare. È un po’ come quando sei innamorata ma finisci per comportarti da cretina, imbecille, e fai cose che non faresti mai nella vita. Infatti, li vedo oramai come una forma di amore disconnesso. Sono però degli step importantissimi: capisci che ci sono dei tuoi processi che vanno messi a fuoco.

Uno degli attacchi di panico è legato proprio al provino per Vincere. Al tempo gli scrissi anche una lettera, che non so mai se ha letto. Anche per Esterno Notte sono andata a fare il provino, Marco provina tutti e sceglie accuratamente gli attori per ogni singolo personaggio. Benché il mio personaggio non fosse così grande, lavorare con lui mi ha regalato la possibilità di fargli vedere che non ero quella del primo provino! Era una questione tra me e lui: ci tenevo proprio a mostrargli chi ero come attrice. È stata una grande gioia: ogni scena era buona la prima.

Rivedendo Marco dopo parecchi anni, ho trovato che ha acquisito, a mio avviso, una maggiore ironia. Sono cadute alcune durezze che gli vedevo prima, è diventato più ironico. Ho trovato in lui quella grande ironia che avevo già notato nel suo ultimo documentario, Marx non può aspettare.

Immagino che questo si sia riversato sul set.

Io sono una che abbraccia tutti, sono super affettiva. Lo facevo anche sul set di La meglio gioventù con Marco Tullio Giordana, orso per natura. Sono fisica, vulcanica, e trovo sempre molto interessante confrontarmi con quei registi che definisco “tutti d’un pezzo”. Ho trovato Marco però più morbido e ironico di come lo ricordavo. È stato bello lavorare al suo film anche perché sul set ho ritrovato tutta gente con cui avevo lavorato, a partire da quasi tutto il cast tecnico di La meglio gioventù. Ma è stato anche interessante perché mi ha spinto a ricordare che fino a qualche anno fa non pensavo minimamente di aver talento.

Questo pensiero è uno dei motivi per cui ho studiato tantissimo: mi sono vista sempre come una sorta di impostore del mercato. Mi dicevo: dove vado io con ‘sta faccia un po’ strana? Non ho proprio quella bellezza folgorante. Il film di Bellocchio è arrivato proprio nel momento in cui comincio a riconoscermi, in cui ho capito che non è un caso che io faccia questo lavoro.

E, poi, mi ha curiosamente fatto ricordare un aneddoto della mia vita. Aldo Moro e mio nonno paterno sono stati gli unici a laurearsi a Bari nello stesso anno.

Non è per piaggeria, ma il tuo ora è un percorso veramente importante, che ha una storia. Hai anche lavorato all’estero per un’importante serie tv.

Non so ancora quando uscirà, si sta ancora girando, ma ho preso parte a Drops of God, una coproduzione tra Giappone, Francia e America, tratta da un manga molto famoso.

A dimostrazione che passi con disinvoltura da un genere all’altro.

Mi piace questo del lavoro di attrice, la trasformazione. Non vedo l’ora, ad esempio, che esca il nuovo film di Pippo Mezzapesa, Ti mangio il cuore (il film che segna l’esordio nella recitazione di Elodie, ndr). Mi calo talmente tanto nei personaggi che fino a quando non terminano le riprese non ne esco. Ogni tanto finisce anche che mi odino, specialmente quando mi danno personaggi – e ultimamente accade spesso – cattivissimi. Pensano che io sia così, quando invece sono un pezzo di pane!

Per capire i cattivi, bisogna risalire sempre alla ferita originale, a ciò che ha fatto scattare la molla. La nostra umanità serve per entrare e accogliere, non per giudicare: altrimenti non potresti mai amare il personaggio che porti in scena. È qualcosa che dovrebbe fare chiunque di noi: il nostro animo deve tendere a espandersi e non a chiudersi, a non vedere l’altro.

Credo che chi reciti, con bravura, faccia anche analisi su se stesso prima di approcciarsi a un personaggio.

Guardate i due libri di Stanislavskij, Il lavoro dell’attore su se stesso e Il lavoro dell’attore sul personaggio. Il secondo è un quarto del primo. È il grande lavoro su se stessi che determina un allineamento costante tra mente, corpo e spirito. Occorre una disciplina ferrea e chiedersi tutti i giorni se ci si è accettati profondamente. Se non guardi le tue mediocrità come puoi restituire la verità? Se non riconosci la tua, come fai con quella dei personaggi?

E non sempre è piacevole stare nelle proprie verità. Non sempre siamo belli, buoni e carini: abbiamo tutti i nostri lati oscuri ed è giusto che sia così. Per molti versi, il lavoro dell’attore è per assurdo uno scherzo della natura: tutti prendono la pillola per star lontani dalle sofferenze, noi invece dobbiamo andarci dentro. Ecco perché gli attori andrebbero trattati con più cura in questo Paese, cosa che stiamo cercando di far capire con Unita.

In cosa consiste Unita?

È l’Unione Nazione Interpreti Teatro e Audiovisivo, un’associazione nata da poco con cui attorie e attrice stanno lavorando al contratto nazionale piuttosto che al sussidio di disoccupazione quando non si lavora tra un progetto e l’altro. Ci sono momenti come quello che sto attraversando io adesso, non mi vergogno a esporlo, in cui nella pausa tra un set e l’altro non sai nemmeno come pagare l’affitto. Sono trascorsi cinque mesi dall’ultimo progetto, dall’ultima volta che mi hanno pagata. Non sono stata con le mani in mano: studio, leggo, approfondisco, scrivo il mio primo film da regista, ma non vedo ovviamente nessun sostegno economico almeno fino alla concretizzazione del prossimo progetto.

Il lavoro degli attori andrebbe tutelato, ne vale anche della riuscita dei film stessi. C’è la tendenza ultimamente a sfruttare fino all’esasperazione certi attori. Ma quando si ricaricano tra l’esplorazione di un personaggio e l’altro? Hanno il tempo di approfondirli?

Chiaramente, poi, questo li fa sembrare sempre uguali in tutti i film che interpretano.

Esatto, si riflette tutto nel prodotto e nei personaggi interpretati. Si riflette poi tutto anche sul mercato e sull’industria in generale. E non parliamo poi della tutela delle attrici, a partire dalle sceneggiature stesse. Leggiamo “moglie di, madre di”. Ma ‘sta creatura un nome non ce l’ha?

Questo è un problema che sta a monte. Possiamo lottare quanto vogliamo ma l’Italia rimane un paese profondamente maschilista, per cui una donna ha sempre bisogno di essere legata in qualche modo a un uomo. Non se ne può più: e io che sono ormai una single incallita che faccio?

Una volta un produttore mi disse una cosa veramente becera. Lo incontrai per un progetto e mi disse che avevo “la fedina penale pulita”. Intendeva che non avevo avuto storie nel mondo del cinema perché si è era informato. Pensare che già uno si informi su una cosa del genere è raccapricciante. Tra l’altro, sono una di quelle donne che si è imposta di non legarsi a nessuno del mondo del cinema proprio per sottolineare che, se ce l’avessi fatta, sarebbe stato solo per la mia bravura e il mio talento. Ero talmente insicura che non volevo che si pensasse “è lì perché è protetta, raccomandata”.

Rischiamo noi donne di introiettare il modello maschile e di tirare fuori il peggio di noi. Una donna che non affronta l’abuso finisce a sua volta per essere una abuser e, con l’intelligenza emotiva che ci ritroviamo, anche dieci volte più pericolosa di un uomo. Ci sono, purtroppo, anche tantissime donne che giudicano le altre donne quando invece si dovrebbe fare solo rete, bypassando le antipatie e le simpatie. Bisognerebbe aiutarsi e proteggersi, sostenersi a spada tratta, per evitare che un domani possa succedere quello che è accaduto fino a oggi.

Non è il femminismo di un tempo, quello arcaico del tipo “l’utero è mio e me lo gestisco io”. No, si tratta semmai di aiutare l’uomo a vedere quali sono quelle normalizzazioni che sono avvenute loro malgrado. Non è attacco ma un’apertura al dialogo e all’accoglienza. Io lo definisco “femminismo di luce”: questo è il momento giusto per farlo, ci sono tutte le condizioni.

Mi auguro che l’ondata del #MeToo non si fermi. Che le donne non siano più mosse ancora da paura e pregiudizi antichi, diventati ormai delle credenze. E non c’è cosa più difficile che sradicare delle credenze!

Ma non pensi che nasca anche dalla paura di non lavorare successivamente?

Nasce proprio dalla paura di non lavorare. È abuso di potere, lo stesso che poi governa il mondo. E ne siamo tutti testimoni in questo momento storico: occorre rompere la barriera della violenza e aprire un discorso di pace. Ecco perché è importante che parli il femminile: è l’arte nella sua essenza pura. Il cinema, che è la mia forma di espressione, deve diventare veicolo di questo messaggio, le attrici ne devono diventare portavoce. Io stessa lo faccio: che credete che non abbia paura di non lavorare? Ma rompo le scatole perché c’è un bisogno di cambiamento, è necessario. Non si tratta di mettere uomini contro donne: io non odio gli uomini e ci voglio lavorare insieme.

Lo vivi non solo come attrice ma anche madre di un’altra attrice, Blu Yoshimi, appartenente a un’altra generazione.

Blu è un genio. Io dico ogni tanto: “Grazie Maestro per averla fatta arrivare sulla Terra per rendermi una persona migliore”. Io volevo essere una madre, una madre migliore. Non faccio paragoni ma volevo essere un genitore come probabilmente io non lo avevo avuto. È stato un continuo sforzo di miglioramento giorno dopo giorno. Ancora oggi mi sforzo di migliorare. Blu è sì una collega ma rimane mia figlia, sarò sempre per lei la figura genitoriale di riferimento.

Ed è vero che è anche un’artista. Ma di una generazione diversa dalla mia. Le giovani attrici sono molto più unite, a parte alcune che stanno ricalcando gli errori del passato come attitudini. Basta con questi sorrisi muti: quando avete l’occasione di salire su un palco, dite delle cose sensate, prendete il potere mediatico quando ve ne danno l’occasione. Le donne del #MeToo ce l’hanno fatta perché avevano i media che le ascoltavano, hanno raggiunto il successo e lo hanno usato per tirare fuori la voce.

Ma per tirare fuori la voce bisogna avere dei bravi maestri. Io ringrazierò sempre tutti i maestri che ho avuto, quelli che mi hanno insegnato che dietro il lavoro, specialmente artistico, deve esserci un grande senso di missione, un senso civile.

Mi parlavi prima di tuo nonno, laureatosi a Bari. Ma il tuo cognome non è tipicamente barese.

No. Il mio bisnonno, a quanto pare, era palermitano. Forse tutta ‘sta tigna mi viene dal Sud. Tutta la mia combattività, il senso di giustizia e attaccamento a certi valori viene proprio dalla Sicilia. Sono sicura che in me è molto potente il sud del mondo, dove una donna si deve conquistare tutto a spada tratta. Mamma mia, che fatica!

Cosa ti aspetta adesso?

Innanzitutto, il mio primo film da regista. Ho già girato cinque cortometraggi, che sono anche andati bene. Sono in attesa di capire come va lo sviluppo della produzione ma, francamente, sto cercando anche dei soggetti privati. Altrimenti a babbo morto lo faccio, divento vecchia!

Di cosa parla a grandi linee?

Ho scritto un film pop rock sull’abuso… una cosetta tranquilla (ride, ndr).  È un po’ una denuncia al sistema degli anni Ottanta, un coming of age con protagonista una ragazzina che scappa dall’abuso a casa per poi ricrearlo o ritrovarlo fuori. Fino a che non decide di rompere la catena, di diventare altro da quello e di operare fuori da quella dinamica.

Ha vinto il MIC ma se mettessero una struttura in grado di coniugare chi ha vinto con chi potrebbe produrlo sarebbe meglio. Se mi si regalano 20 mila euro, mi si deve garantire anche spenderli. Sono una persona onesta ma un altro poteva anche andarsene in vacanza! Si tratta pur sempre di soldi pubblici, dei contribuenti: sarebbe opportuno proteggerli, dal momento che non navighiamo in questo momento nel benessere.

Occorrerebbero anche leggi che tutelino sia i soldi sia gli artisti. I produttori non dovrebbero interferire con il lavoro degli artisti: ci si deve lasciare liberi di scegliere, di creare il prodotto che vogliamo e di non seguire le solite dinamiche, dall’imposizione degli attori in poi. Ricordiamo che le sinergie favorevoli vanno a beneficio del prodotto.

Cosa ne è stato invece del progetto teatrale legato ad Anna Magnani?

Stiamo provando a rilanciarlo, non sono mai riuscita a portarlo a teatro in Italia. Mi sono allora inventata una formula un po' carbonara: lo porto nelle case private, nei salotti di chi me lo commissiona. È stato in scena a Melbourne per un mese intero e adesso con un mio amico stiamo tentando di portarlo nei rooftop degli alberghi di lusso. È un personaggio che mantengo vivo in attesa che si concretizzi l’idea di fare un film su Anna Magnani: c’è da tempo in America l’idea e io sarei una delle papabili al ruolo.

Io e Anna ci assomigliamo ma nemmeno tanto (lei era troppo arrabbiata, io sono un po’ più pacifista) per temperamento ma non fisicamente. Per ironia, fisicamente in alcune foto ricordo più la Bergman. Come Anna, sono però vulcanica. Abbiamo avuto entrambe un passato tosto alle spalle, fatto di battaglie contro il sistema. Anna difendeva i miei stessi diritti già cinquant’anni fa. È come se mi avesse scelto lei.

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