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Koza nostra: Una commedia che con irriverenza abbatte gli stereotipi tra Italia e Ucraina

Koza Nostra è il primo film di Giovanni Dota e arriva al cinema dal 19 maggio. È una commedia dai toni ironici e irreverenti che scherza con due temi alquanto caldi: la criminalità organizzata e l’immigrazione. Con protagonista una straordinaria attrice ucraina, Irma Vitovska.

Dal 19 maggio arriva in sala grazie a Adler Entertainment il film Koza Nostra, una commedia che, con irriverenza e con un pizzico di sfrontatezza, affronta due temi abbastanza caldi del XXI secolo: la criminalità organizzata e l’immigrazione, con annesse questioni sull’integrazione, l’identità di genere e gli scontri culturali. A dirigerlo è il giovane regista campano Giovanni Dota, classe 1989.

Koza Nostra, prodotto da Pepito Produzioni e Film UA Production, è uno di quei film che ci concede, con sapienza e il giusto tocco di ironia, il lusso di scherzare con argomenti altrimenti seri senza mai scendere a volgarità gratuite o a conclusioni affrettate. Anzi, scopo del film è proprio quello di ribaltare i molti luoghi comuni che spesso circondano questioni spinose. Ma anche quello di rimarcare come, a distanza di latitudine o longitudine, determinati principi e valori etici abbiano la loro ragione di esistere in nome di ciò che ci rende famiglia.

L’IRRUENZA DI VLADA

Protagonista di Koza Nostra, film in sala dal 19 maggio, è Vlada Koza, una donna ucraina matura, premurosa e large than life che antepone il bene degli altri al suo. Vediamo sin da subito Vlada intenta in Ucraina a vendere tutte le sue cose durante un pranzo di addio tra conoscenti e amici. Pur di vedere Vlada partire per l’Italia, dove si ricongiungerà alla figlia Maria appena diventata madre, tutti sono contenti di acquistare qualcosa e di regalarle un soldo. Non lo fanno di certo per beneficienza o amorevole carità. Lo fanno per liberarsi di colei che, con i suoi consigli e la sua irruenza, stravolge le vite di tutti quanti.

La destinazione di Vlada è la Sicilia, quella terra che nell’ottica di tutti è solo la patria di Cosa nostra, della mafia. Quasi in maniera beffarda, sua figlia Maria ha sposato un carabiniere, Davide, una circostanza che rende Vlada sicura e quasi tronfia nel suo futuro. Non sta di certo partendo per andare a lavorare, per assistere un anziano o per far da governante a qualcuno. Parte esclusivamente per stare insieme alla sua famiglia, a quella figlia a cui vuole più bene che a se stessa.

L’arrivo all’improvviso in Italia, però, non fa felice sua figlia Maria. Con i suoi modi invasivi, Vlada è l’ultima persona che Maria accoglierebbe in casa sua. L’incontro tra le due donne si trasforma presto in un addio, in un commiato di maturità che Vlada regala a una figlia fin troppo irriconoscente. Ed è l’allontanamento dalla casa di Maria che fa decollare letteralmente la vicenda. A Trotili, immaginario paese della Sicilia, il destino di Vlada si intreccerà inevitabilmente con quello di don Fredo Laganà.

Irma Vitovska nei panni di Vlada in Koza Nostra.
Irma Vitovska nei panni di Vlada in Koza Nostra.

IL MONDO SCONVOLTO DI DON FREDO

Don Fredo Laganà, antagonista di Vlada nel film Koza nostra, altri non è che un boss mafioso che ha trascorso gli ultimi 15 anni della sua vita in carcere. I giornali lo descrivono come un uomo spietata e la sua scarcerazione in favore degli arresti domiciliari indigna l’opinione pubblica. E, del resto, non deve proprio essere un buon padre di famiglia, dal momento che appena tornato in libertà ad attenderlo fuori dal carcere c’è solo Fifì, il suo fedele braccio destro.

Don Fredo ha anche una famiglia. O, meglio, ha quel che resta della sua famiglia. La moglie lo ha abbandonato prima di morire perché stanca del suo modo di vivere e delle sue promesse di legalità non mantenute. E i tre figli da lei avuti sono talmente disfunzionali da non sembrare nemmeno una famiglia.

C’è Luca, il maggiore, che vorrebbe seguire le orme del padre ma che appare più vanesio e millantatore che mai. La sua è solo una spavalderia a parole, si crede boss in erba ma è solo un topolino fin troppo cresciuto che teme la sua stessa ombra. Gianni, il secondogenito, è invece quanto più lontano possa esistere da Fredo, è interessato più agli studi che alla criminalità ed è spesso oggetto di derisione in famiglia. E Francesca, la più piccola di casa, non è certo un modello di calma, fragilità o dolcezza. Nei quindici anni di assenza del padre, è anche diventata mamma del piccolo Sacha, un bambino che solo da grande deciderà chi vuol essere, maschio o femmina. “Questa non è più una famiglia da quando sei andato in galera”, urlerà Francesca in faccia al padre.

A don Fredo non va meglio con l’altra famiglia, quella criminale. La parte di Sicilia in cui vive non è più il suo regno. Gli affari malavitosi sono finiti in mano alla mafia nigeriana, che controlla ogni business, dalla prostituzione allo spaccio di stupefacenti. E ciò non va giù a don Tano Soldi, il boss dei boss latitante che vorrebbe riappropriarsi del controllo del territorio. Con tutte le conseguenze del caso.

Giovanni Calcagno nei panni di don Fredo in Koza Nostra.
Giovanni Calcagno nei panni di don Fredo in Koza Nostra.

Famiglia, integrazione e identità di genere

In Koza Nostra, il primo film diretto da Giovanni Dota, l’incontro di Vlada con Fredo Laganà apre prospettive uniche di racconto. La sceneggiatura firmata da Dota con Anastasiia Lodkina, Giulia Magda Martinez e Matteo Visconti, sa di osare e si diverte a sparigliare le carte in tavola.

La carne al fuoco è tanta. Partiamo innanzitutto dal concetto di famiglia, istituzione sacrosanta a ogni latitudine del mondo. Vlada lascia l’Ucraina per ricongiungersi alle persone a lei più care. È diventata nonna e a muoverla è il desiderio di stare vicina al piccolo Mykhail, alla figlia Maria e al genero Davide. Una volta rifiutata, il destino la porta in casa di un’altra famiglia, i Laganà. E, qui, come in una versione riveduta e corretta di Mary Poppins, si adopera per creare legami da sempre inesistenti tra persone accomunate dallo stesso sangue.

Vlada è colei che aiuta Fredo a capire chi siano realmente i suoi figli. Ma aiuta anche i figli a capire, in primis, chi siano loro stessi, quale la loro natura e quali i loro bisogni. Con i suoi modi di fare e la sua volontà ferrea, spinge Luca, Gianni e Francesca, a guardarsi dentro. E insegna loro cosa significhi unione, al di là delle differenze caratteriali, dei gusti sessuali e dell’imprinting ricevuto.

La malavita, la mafia in questo caso, non viene di certo inneggiata o glorificata, nonostante si arrivi a provare simpatia per la disastrata famiglia dei Laganà. La loro filosofia criminale si rivela perdente perché priva delle regole basilari di convivenza. Solo imparando a guardare senza sospetto l’altro i Laganà possono riprendersi in mano tutto ciò che era loro. Ma devono far prima cadere le barriere che vedono i nigeriani come nemici. Molto spesso, il nemico è chi ti sta accanto e non colui che viene da un’altra terra. È interessante notare come Koza nostra ribalti tutti i cliché sui criminali africani e prospetti un nuovo modello di integrazione, surreale ma efficace. Un modello in cui ad avere la meglio sono i sentimenti d’amore su quelli discriminatori o vessatori.

L’integrazione, già citata, raggiunge il suo apice nel finale, quando anche Vlada trova una sua dimensione al di fuori della natia Ucraina. Per molti aspetti, si “italianizza” anche lei ma senza perdere quei tratti che la rendono unica. Come unico, in fondo, è anche don Fredo, un uomo che trova una forza e nuova linfa nel legame che forgia con il nipotino Sacha. È per il suo bene che per la prima volta difenderà la famiglia biologica da quella a cui è affiliato.

Koza nostra, in più, è uno di quei film che affronta a modo proprio il tema dell’identità sessuale. Apre ad esempio le fila della criminalità a uno dei figli di Fredo che confessa di non essere attratto dagli uomini. Fa cadere il mito del machismo sinonimo di eterosessualità, senza condanne e con un pizzico di naturalezza. E, a proposito di naturalezza, non si può non sottolineare come il film tratti l’identità di genere del piccolo Sacha, fluido già a cinque anni e certo di voler scegliere il proprio genere quando sarà adulto. Con la complicità di una madre che ha imparato a sue spese quanto pesanti siano le imposizioni.

Lorenzo Scalzo, Giuditta Vasile e Gabriele Cicirello in Koza Nostra.
Lorenzo Scalzo, Giuditta Vasile e Gabriele Cicirello in Koza Nostra.

Un cast azzeccato

A rendere Koza nostra un film imperdibile, oltre all’attenta regia, sono le interpretazioni degli attori, volti perfettamente incollati a personaggi spesso borderline. Primi tra tutti, la brava Irma Vitovska, attrice ucraina poco nota in Italia, e il superlativo Giovanni Calcagno, volto di tanti film di genere (a cominciare dai due capolavori Il traditore e Il mio corpo vi seppellirà), nei panni di Vlada e Fredo. Con loro vanno ricordati senza dubbio Vincenzo Pirrotta, attore che sta per esordire alla regia con Spaccaossa, come il mefistofelico don Tano e Maurizio Bologna come Fifì, “l’infame” della storia.

Giuditta Vasile, Lorenzo Scalzo e Gabriele Cicirello supportano con convinzione e credibilità il ruolo dei tre figli di Fredo mentre Yuliia Sobol e Adriano Pantaleo si prestano ai personaggi di Maria e Davide. Una menzione tutta sua, infine, merita Jimi Dutotoye, attore di origine nigeriana in grado con il suo personaggio di far cadere i mille e più preconcetti sull’altro che viene dal di là del mare.

Koza Nostra: Le foto

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