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Emanuela Grimalda: “In viaggio, alla ricerca della mia essenza” – Intervista esclusiva

Emanuela Grimalda
Emanuela Grimalda, attrice di talento e anima dietro il personaggio di Iole nella serie televisiva di successo di Rai 1 Gloria, ci apre le porte del suo mondo e ci conduce in un viaggio attraverso le sfumature e le profondità del suo ruolo e della sua carriera.

Incontriamo Emanuela Grimalda telefonicamente, appena rientrata da New York, ancora immersa nel vortice di emozioni suscitate dal suo ritorno. Scherza sul fatto di essere un po' "rimbambitella" dopo il lungo viaggio, ma la sua energia e la sua passione per il suo lavoro traspaiono chiaramente dalle sue parole.

Iole, il personaggio interpretato da Emanuela Grimalda nella serie televisiva Gloria, è molto più di una semplice assistente. È un'anima complessa, ricca di sfaccettature e di segreti che si svelano poco a poco durante lo sviluppo della trama. Emanuela Grimalda ci rivela che interpretare Iole è stata una sfida affascinante, una chance per esplorare i meandri dell'umanità e per rompere gli stereotipi tipici del mondo dello spettacolo.

Parlando della serie Gloria, Emanuela Grimalda ci racconta come sia stata una piacevole sorpresa trovarsi di fronte a una narrazione che rompe gli schemi convenzionali, affrontando con leggerezza temi profondi e attuali come il passare del tempo, le fragilità umane e le dinamiche delle relazioni interpersonali.

Una delle caratteristiche più interessanti di Gloria è infatti la rappresentazione di personaggi femminili complessi e autentici, un aspetto che Emanuela Grimalda sottolinea con passione. Attraverso il personaggio di Iole, la serie offre uno sguardo diverso sulle relazioni umane e sulle sfide che le donne affrontano nel mondo dello spettacolo e nella vita di tutti i giorni.

Emanuela Grimalda condivide anche la sua lotta contro gli stereotipi di genere nel mondo dell'intrattenimento, evidenziando la disparità di opportunità per le attrici più mature e sottolineando l'importanza di un cambiamento culturale per garantire una rappresentazione più equa e inclusiva sullo schermo.

Ma Emanuela Grimalda ci porta nel suo mondo personale, riflettendo sulla sua identità artistica e sul suo percorso professionale. Con umorismo e sincerità, ci racconta le sfide e le gioie di essere un'artista in un mondo in continua evoluzione, dove la risata e la passione sono le armi più potenti contro le avversità della vita.

Emanuela Grimalda (Foto: Fabio Lovino; Press: Simona Pellino @CZ24 Comunicazione).
Emanuela Grimalda (Foto: Fabio Lovino; Press: Simona Pellino @CZ24 Comunicazione).

Intervista esclusiva a Emanuela Grimalda

“Sono appena tornata da New York, arrivata questa mattina e un po’ più rimbambitella del solito”, scherza Emanuela Grimalda quando la raggiungo telefonicamente per parlare della sua Iole, il ruolo dell’assistente di Sabrina Ferilli nella serie tv di Rai 1. Non ha dunque potuto godersi il successo della prima puntata direttamente e lo ha visto da molto lontano: “Il viaggio era programmato da tempo… e mi dispiace anche molto: amo vedere ciò che faccio, soprattutto per la televisione, nello stesso momento in cui le vede il pubblico”.

Iole è uno dei personaggi che animano Gloria, una serie tv generalista che rompe una serie di stereotipi e schemi prestabiliti, a partire dalla chiave scelta per il racconto: la commedia.

Sin dalla prima puntata si evince quanto sia stato per tutti un azzardo il mescolare le carte in chiave anche subdola, perfida e ironica. Alla base, c’è un umorismo cinico e divertente nel tentare di raccontare in maniera non troppo convenzionale le fragilità e le tentazioni che si celano dietro un mestiere che mette duramente alla prova da tanti punti di vista.

Si tratta di fragilità e tentazioni che possono però essere allargate oggi anche ad altri mondi: vanno al di là degli artisti e degli attori e arrivano a ognuno di noi, nel frattempo trasformato in “diva” attraverso i social media. I social sono responsabili di un certo infragilimento proprio perché offrono una vetrina che nessuno aveva mai avuto prima: se da un lato hanno reso più facile il divenire qualcosa, dall’altro lato sono estremamente pericolosi. È una riflessione ovviamente mia, non so se sia nell’intento di chi ha scritto la serie.

Uno dei temi affrontati con leggerezza è quello relativo al tempo che passa.

L’invecchiare non è un problema che ha solo Gloria ma tutte quante: oggi nessuno porterebbe le rughe come le portava un tempo mia zia, Anna Magnani o qualsiasi altra donna in generale. Si soffre l’età che passa e non è un retaggio solo delle attrici, interessa tutte le ragazze e anche tutti i ragazzi con tutte le fragilità che ne conseguono. Non voglio fare un’indagine sociologica ma, essendo portata per mia natura ad approfondire le cose, mi viene naturale rifletterci. Gloria ne parla in chiave di commedia: non vuole sicuramente sottolineare messaggi o far trattati ma è comunque possibile intravedere certe letture.

Iole è l’assistente di Gloria da anni e anni e sin dalla prima puntata sembra quasi platonicamente innamorata di lei…

Cosa vorresti sapere di più (ride, ndr)?

Sarebbe interessante sapere se c’è qualcosa che va oltre: rappresenterebbe una bella novità per la serialità all’italiana, dove mi pare ci sia ancora un po’ di paura o timore nel raccontare gli amori al femminile. Se quelli al maschile sono più o meno sdoganati, quelli al femminile sembrano ancora una realtà che, seppur esista, sia tenuta nascosta.

Sono d’accordo: se fosse stato per me, avrei spinto di più tale aspetto. Tuttavia, facendolo, avrebbe sbilanciato la figura di Gloria: lei è un po’ come un sole attorno a cui ruotano tutti, dall’agente all’ex marito, passando per la sua assistente e la figlia. Da questo punto di vista, è stato forse più interessante raccontare qualcosa che rimane sottotraccia pur essendo anche dichiarata in qualche modo: non è stata una scelta moralistica. Personalmente, però, mi piacerebbe molto interpretare prima o poi un personaggio femminile che si spinge un po’ più in là.

Gloria è chiaramente eterosessuale ma sa che Iole è innamorata di lei: potrebbe esserci un pregresso non raccontato… dopotutto, si conoscono da vent’anni, vivono insieme e sono una la migliore amica dell’altra: il loro è uno di quei rapporti tra donne che per ragioni culturali anche molto antiche non travalicano la probabilità di diventare altro che esula dalle relazioni codificate o istituzionalizzate. Chissà, magari tra una tisana e l’altra potrebbe anche essere accaduto qualcosa che non sappiamo (ride, ndr).

Dal mio punto di vista, Iole è uno dei personaggi più complessi della serie tv: non è solo l’agente ma è anche la consigliera e pure l’antagonista della diva… è colei che la ama ma che allo stesso tempo, in qualche modo, la detesta: proprio perché la conosce così bene, si può permettere di prendere il suo arco, tirarle le sue freccette e di dirle ciò che pensa. Ma aspettatevi anche un’evoluzione ulteriore: il racconto è pieno di colpi di scena, rocambolesco.

Emanuela Grimalda e Sabrina Ferilli in una scena di Gloria.
Emanuela Grimalda e Sabrina Ferilli in una scena di Gloria.

È un po’ come se fosse il suo Grillo Parlante…

…io avrei voluto andare in Cina dove si allevano i grilli parlanti per averne uno. Ma, forse, li ho anche avuti: il destino dei grilli parlanti è purtroppo quello di non essere compresi e ascoltati, le loro verità sono quelle che meno vogliamo sentire. E probabilmente negli anni non ho ascoltato quel grillo che ha provato a mettermi in guardia su certe cose colpendolo con una ciabatta.

Quand’è stata l’ultima volta che hai lanciato la tua ciabatta?

Non saprei dirti, non ne ho la consapevolezza. Sconfina con l’idea degli errori fatti, che sono talmente tanti da non poterli contare… Gloria è sicuramente una donna che gioca, che azzarda e che quindi stimola parecchio i grilli, soprattutto sul lavoro: a differenza sua, non ho mai avuto la tendenza ad azzardare molto più o a essere più guascona sia per le mie insicurezze sia per la mia indole che mi ha sempre fatto procedere con i piedi di piombo nel mio percorso di attrice.

Lo faccio semmai quando scrivo, come nel caso dello spettacolo Dio è una signora di mezza età: in quel caso, non ho paura di affrontare temi forti in chiave divertente solo per il gusto di cambiare l’ottica con cui vediamo le cose. Immaginare Dio come donna rovescia completamente la prospettiva delle cose in maniera divertente: per me, divertimento e ironia sono una chiave di lettura e anche di restituzione di ciò che mi circonda, un’arma efficace. Come artista mi sento molto più coraggiosa che come attrice: Gloria di sicuro ha tutta quella spregiudicatezza e quella destrezza che io non ho. Sono del resto di Trieste, sono asburgica e non esco fuori dalla linea (ride, ndr).

Eppure, il tuo volto è ugualmente riconoscibile.

Il volto ma non il nome: non sono mai stata un “nome”, nell’accezione che il termine significa nel mio lavoro. Volevo tra l’altro scrivere un pezzo, una sorta di divertente decalogo per un giovane attore o una giovane attrice su come a un certo punto nel suo percorso avrà a che fare con quell’entità che si chiama “nome”… tutti cercano il nome, dal casting al produttore, per cui occorre diventare un nome. Ed io, nonostante cent’anni di questo lavoro, non ho ancora un nome ma ho un volto: devo ancora cercare di mettere insieme le due cose.

La prima volta che sono stata riconosciuta come Emanuela Grimalda è stato anni fa, uscendo dalla metropolitana di Napoli, una città che ammiro tantissimo e che è legata anche al mio lavoro. Ho partecipato al film d’esordio di Vincenzo Salemme, L’amico del cuore, e ho poi fatto Premiata Pasticceria Bellavista, una commedia trasmessa anche da Palcoscenico quando ancora si davano le opere teatrali in televisione. In quella città, ero dunque molto apprezzata come attrice evidentemente.

Ma la cosa buffa è che anche durante a New York sono stata fermata ma senza che chi mi riconoscesse si ricordasse il mio nome: la “condanna” mi ha perseguitata sin lì (ride, ndr). Io mi auguro che possa arrivare prima o poi a quel famoso “nome” per cui tutti mi cercheranno per essere la Grimalda e in cui tutti mi vorranno come il pane! È comunque anche vero che per essere riconosciuto un nome deve essere sentito mille volte, come può capitare se fai radio o se vai ospite in altrettante trasmissioni televisive.

Emanuela Grimalda.
Emanuela Grimalda.

Il nome ha a che fare, direttamente o indirettamente, con il riconoscimento della propria identità e la propria affermazione. Tu volevi fare la pittrice ma anche la poetessa: quando hai capito che la tua identità era quella di attrice?

Ero già fluida prima che esserlo diventasse un fatto assodato: nel mio caso non era fluidità di genere ma fluidità di essenza. Sono sempre stata interessata all’arte in generale e, soprattutto, alla scrittura: sono una stata e sono una grande lettrice e mi piace scrivere. Dipingere era poi una delle attività in cui riuscivo meglio. Era naturale che desiderassi che le attività che amavo diventassero un mestiere ma ho poi capito quanto difficile fosse farlo accadere.

La pittura mi ha spinto a trasferirmi a Bologna per frequentare il leggendario DAMS (all’epoca, era solo a Bologna) pensando di fare qualcosa di similare a ciò che amavo. Per mantenermi, ho cominciato a fare mille lavori differenti e, pullulando la città di mille circoli ARCI, ho cominciato a fare teatro. Chi aveva qualcosa da dire poteva salire facilmente su un palcoscenico, a differenza di oggi che invece è più facile andare in televisione.

Sono cominciate così le serate in giro, nei locali, nelle pizzerie o nelle feste dell’Unità. Mi sono servite sia per mantenermi sia per vincere la mia timidezza: per catturare l’attenzione della gente che era lì per mangiare dovevi necessariamente tirare fuori la tua carica… a poco a poco, ho cominciato a scrivere e a proporre i miei personaggi comici: avevo 24 o 25 anni quando mi sono cimentata nella mia parodia delle dive decadenti facendo appello alle voci di certe doppiatrici dei film degli anni Quaranta che mi piacevano tantissimo.

E hai trovato oggi la tua essenza?

Una volta un grandissimo insegnante russo, Nikolai Karpov, mi disse che avrei dovuto trovare la mia essenza ma è molto complesso per me: non mi sento solo un’attrice, una comica, una scrittrice…. Forse un giorno troverò la mia essenza: ne sono quasi sempre alla ricerca, sempre in viaggio. Come un fiume carsico, ho i miei lati solari ma anche la mia parte oscura molto forte. Forse un giorno, le due cose si bilanceranno. Sarà anche per questo che ho amato Iole e il suo non dire tutto se non con lo sguardo.

Detesto le etichette o chi ha la presunzione di sapere chi sono solo perché mi ha visto per varie stagioni in Un medico in famiglia: spesso gli addetti ai lavori si adagiano a letture superficiali che, cosa molto grave, ti incasellano. Dovrebbero essere invece più brillanti nel cercare di decodificare chi hanno davanti.

Dopo il ruolo di Ave per quattro stagioni, avrei voluto fare qualcosa di diverso ma tutte le proposte che mi arrivavano non erano altro che la reiterazione di quel personaggio. Avevo amato Ave, avevo avuto libertà assoluta nel crearlo a partire da una traccia e mi aveva portato anche una certa sicurezza economica. Ma volevo far altro: ho dovuto aspettare Volevo fare la rockstar per cimentarmi in un ruolo del tutto diverso. Paradossalmente, bisogna dirlo, è qualcosa che accade maggiormente alle donne che fanno il mio mestiere: gli uomini, al contrario, possono fare qualsiasi cosa.

Che tu non abbia mai amato le etichette è evidente anche sul fronte privato: hai sfidato gli stereotipi diventando mamma a un’età che i benpensanti vogliono “avanzata”.

Dal punto di vista privato, non mi è mai importato molto di ciò che dicessero gli altri. Non mi riguardavano i commenti: non sono nemmeno arrivati alle mie orecchie. Mentre sul lavoro risento delle opinioni altrui, sul fronte privato non mi lascio interessare.  Non mi sono messa a leggere cosa ne pensava la gente… e ho anche rifiutato di posare per delle copertine o di concedere interviste perché sapevo che dietro c’era una curiosità quasi pruriginosa. È curioso come spesso durante le interviste ancora oggi, anziché soffermarsi sul mio oramai trentennale percorso, gli argomenti di conversazione siano sempre due, la relazione con un collega e la maternità: riflettono una certa concezione per cui le donne sono sempre l’appendice di qualcun altro.

Mi sarei anche esposta maggiormente sulla maternità, poteva essere anche molto interessante come esperienza da raccontare, ma non mi sono mai sentita rassicurata. Ancora meno oggi con i social, dove tutti si ergono a giudici delle scelte altrui… ed io le mie scelte personali le ho sempre fatte in assoluta libertà. Così come quelle artistiche: come mi ha detto una volta Milena Vukotic in tutto il suo candore, “faccio questo lavoro perché mi piace recitare”. E mi sembra una buona ragione, soprattutto quando di questo lavoro vivi, non campi di rendita e devi pagare le bollette.

Nata a Trieste, trasferita prima a Bologna e poi nella capitale: che rapporto hai con Roma?

Qualche anno fa, le ho dedicato anche un poemetto in romanesco in cui svisceravo le ragioni per cui la ami così tanto nonostante sia difficile e diversa da me. Roma mi ha fato tante tranvate sui denti (la mia comicità, ad esempio, è totalmente differente da quella romana, come lo è tutta quella ‘nordica’) ma io la amo profondamente, mi affascina e mi seduce.

Quando sono arrivata, mi sono sentita spaventata: venivo da una città piccola ma efficientissima, la trovavo molto indietro… eppure, la sua inamovibilità era qualcosa che aveva a che vedere con ciò che mi riguarda, con il mio essere un dinosauro. Roma è anche quella città in cui le domeniche non sono mai state per me pesanti. Amo la sua luce e il suo presentare costantemente qualcosa di nuovo che mi stupisce.

Gloria: Le foto della serie tv

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Le donne se la ridono è il titolo di un tuo spettacolo del 2016. Per cosa se la ride Emanuela Grimalda?

Rido di tante cose, anche di me. Credo mi abbia salvato quando ho scoperto, nel mio pessimismo cosmico delle superiori, che esisteva la possibilità di vedere tutto da un’altra angolazione, anche un evento tragico. Ridere mi ha permesso di staccarmi da certe situazioni dolorose o che mi facevano soffrire: è un dato scientifico che sia salvifico.

Viviamo oggi in un periodo in cui non c’è molto da ridere e questo si riverbera anche sulle nuove generazioni: è peggiorato quel mondo che io volevo addirittura migliorare da ragazza. Ciò mi rimette molto in discussione come persona, come cittadina, come essere umano e come artista: di cosa si ride o come si ride è qualcosa che mi chiedo spesso. Ecco perché la commedia e gli attori di commedie non dovrebbero essere considerati di serie B, come purtroppo accade: tutti sanno che è più difficile far ridere che commuovere.

Mi piace anche ridere insieme agli altri. Con Sabrina Ferilli abbiamo riso molto sul set di Gloria e ridevamo delle stesse cose: il che significa avere sintonia. Non avrei mai potuto innamorarmi nella vita di un uomo che ride di qualcosa che non mi fa ridere: la condivisione della risata rappresenta per me la sintonia massima di amicizia, oserei dire quasi erotica. È grazie alla risata che ho trovato i miei più grandi amici e i miei più grandi amori.

Gloria ha anche un grandissimo pregio da non sottovalutare: propone personaggi femminili che solitamente non si vedono rappresentati in tv.

È anche una delle ragioni per cui ho amato Iole: ci sono pochissimi ruoli in generale per le donne e ancora meno per le donne meno giovani. A fronte di tantissime attrici brave, trovo ingiusto tale squilibrio. Ed è una battaglia per cui mi prodigo molto: sono nel direttivo della RAAI (Registro Attrici e Attori Italiani), con cui abbiamo cercato dopo la pandemia di creare un registro che, non escludendo nessuno, prova a individuare un professionismo all’interno di un mondo dove chiunque può dire di essere un attore o un’attrice.

Un osservatorio finanziato dal Ministero di qualche anno fa evidenziava come in maniera statistica la disparità di ruoli tra uomini e donne si allargasse con l’aumentare dell’età: se a trent’anni è del 20%, a 50 anni arriva al 70%. Mentre i colleghi invecchiando diventano autorevoli e trovano ruoli variegati appositamente scritti per loro, noi donne a cinquant’anni siamo destinate a quelli di nonna o comunque a quelli di figure che non esulano dalla famiglia, come se non avessimo peso sociale.

È una questione seria su cui si dovrebbe cominciare ad agire e anche a scrivere maggiormente: solo così possiamo auspicare in un cambiamento culturale che scardina gli stereotipi, anche sui personaggi che si è soliti proporre alle donne man mano che passano gli anni.

Emanuela Grimalda.
Emanuela Grimalda.
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