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Delmonte: “Impariamo ad ascoltare e ad ascoltarci” – Intervista esclusiva al cantautore

Delmonte ha da poco pubblicato il suo secondo singolo, Non è niente, un brano in cui non nasconde le sue fragilità di giovane uomo. Lo abbiamo raggiunto per un’intervista in esclusiva in cui ci racconta chi è, del mare e della terapia che lo ha aiutato a ritrovare se stesso.

Non è niente (Luppolo Dischi/Ada Music Italy) è il nuovo singolo del cantautore romano Delmonte. La canzone arriva a pochi mesi dal suo debutto con Niente panico e racconta cosa significhi mettersi a nudo di fronte a chi si ama, ammettendo desideri, paure e mancanze.

Al secolo Gianluca Gabrieli, Delmonte ha chiare due cose: occorre guardarsi bene dentro e non avere fretta. Se la musica gli ha permesso di farsi conoscere dagli altri, la terapia lo ha invece aiutato a conoscere meglio se stesso. Non è un caso che nell’intervista che ci ha concesso in esclusiva ne parli senza il timore di essere giudicato e di giudicarsi, sebbene la cultura del machismo che impera in una società in cui nessuno è disposto ad ascoltare gli altri.

E quanto Delmonte sia disposto ad ascoltare gli altri è chiaro già dal momento in cui risponde al telefono. Alla risposta del canonico “come stai?”, accompagna un “e tu?”, dando il via a una discussione su quanto il lavoro possa essere un ottimo espediente per non darsi una risposta. “Ammazzarsi di lavoro mettendo da parte la vita privata è un buon diversivo”, mi dice. “Ma sai qual è il problema? Alla fine, le cose rimangono sempre lì: anche se le accantoni, devi trovare prima o poi una soluzione. È comodo farlo o concentrarsi su cose che distraggono o tengono impegnata la mente”.

Delmonte.
Delmonte.

Intervista esclusiva a Delmonte

Hai esordito quest’anno come cantautore. Ma la musica non è arrivata ora nella tua vita.

Suonavo prima in una band. Il periodo della pandemia ha però stravolto tutto. Per forza di cose, mi sono ritrovato da solo e ho potuto dedicare tanto tempo a me stesso e a mettere un po’ d’ordine nella mia vita. Mi è così venuta voglia di mettermi alla prova. Sono nato dentro alle band, ho sempre avuto gente alle spalle ma mi son detto che era arrivato il momento di provar a far tutto da solo e d espormi al 100%.

Mi sono assunto oneri e onori e la responsabilità di tutto quanto: il confronto alcune volte è positivo mentre altre allunga tutto quanto. In una band si decide in maniera democratica, si ascoltano le opinioni di ognuno ma non sempre rispecchiano quello che vuoi fare tu. Lavorare da solo significa riuscire a gestire ogni tua attività in maniera più personale: è stata una bella sfida ma devi mettere d’accordo solo te stesso. Ero abituato a fare il frontman e a occuparmi di tutto: ora lo faccio solo per me stesso. Ed è stimolante: ogni giorno trovo nuovi stimoli non solo artistici ma anche per parlare della mia musica.

È una bella responsabilità, come dicevi. Non hai l’alibi della colpa agli altri se qualcosa non funziona.

Esatto, zero alibi. Non so, deve essere successo qualcosa che mi ha portato a questa presa di coscienza. Forse, appunto, lo star per conto mio durante la pandemia oppure il percorso di terapia che avevo cominciato poco prima. Evidentemente i due fattori mi hanno aiutato a trovare il coraggio di espormi in questo modo. Però, è una situazione in cui mi trovo veramente molto, molto bene. Quindi, va bene così.

Cosa ti ha spinto ad andare in terapia?

Fondamentalmente, non riuscivo più a sentirmi. Avevo bisogno di ritrovarmi. La terapia mi ha dato una mano a rientrare in contatto con me stesso, a riconnettermi con un lato di me che avevo perso per strada. Ho capito quali erano i miei limiti e quando non far sì che i problemi degli altri diventino anche miei. Avevo la tendenza a farmi carico dei problemi delle altre persone. Mai farlo: ovviamente, si deve star vicino agli amici, alla compagna e a chiunque si vuol bene ma la responsabilità è sempre la loro.

Mi ero fatto un po’ mangiare da questo meccanismo e avevo perso un po’ il mio baricentro. La terapia è stata essenziale e adesso la reputo fondamentale. Anzi, le persone che ho conosciuto ultimamente e che stanno meglio sono proprio quelle che hanno affrontato un percorso terapeutico. Ci vuole coraggio a entrare in contatto con i propri limiti e le proprie problematiche ma vanno affrontate e superate.

Superiamo il mito per cui chi va in terapia è un perdente: è l’esatto contrario. Non bisogna mai avere paura di mostrarsi per quello che si è, con i propri pregi e i propri difetti. Quando entriamo in contatto con gli altri o con qualcuno che non conosciamo, facciamo vedere per quello che siamo: mettiamo sì in evidenza la nostra parte più bella ma non temiamo di dire agli altri che esiste anche un lato di noi che è fragile. Non nascondiamolo per paura di essere vulnerabili o venir feriti. Mettere nero su bianco le proprie fragilità non è semplice ma la fatica è ripagata poi dallo star meglio: è liberatorio!

Niente panico è il titolo del tuo primo singolo. Cosa mandava Delmonte nel panico?

Il non sentirmi più. Mi mandava nel panico la percezione di non percepire più ciò che mi sta accadendo in un determinato momento. La terapia è stata utile ma va fatto un esercizio quotidiano: bisognerebbe chiedersi ogni mattina cosa si ha voglia di fare per stare bene. Mettendo da parte chiaramente il lavoro e gli impegni, cosa vogliamo fare è una domanda che dovremmo porci sempre e a cui dovremmo dare attuazione. Portare a termine qualcosa che ci piace ci aiuta la sera a sentirci anche meglio: la giornata può essere stata pesante ma avrai fatto qualcosa che ti avrà in quel momento reso felice anche con poco.

Non è niente, il singolo appena pubblicato, lascia trasparire il tuo timore il tuo timore di giudicarti e di essere giudicato. Tipo di chi ha il Sole in Vergine e la Luna in Toro.

Chi tende a giudicare gli altri è molto severo anche con se stesso. È un po’ colpa del segno zodiacale: un po’ ce ne portiamo appresso le caratteristiche. Mi giudico molto e ho dovuto lavorare quotidianamente su questo aspetto per evitare di farlo. Scrivere la canzone è stato un bell’esercizio: non mi sono giudicato nel momento della scrittura e mi ha aiutato molto non farlo. Ha aperto la strada e mi ha dato una mano anche per scrivere altro. Perché giudicarsi? È vero che il giudizio fa parte comunque di noi, ce l’avremo sempre, ma è importante lasciarlo andare e restituire la fotografia di quello che si è in quel momento, di quello che si sta ascoltando o vedendo. Quindi, formuliamo un giudizio ma poi liberiamocene.

L’atto più rivoluzionario che abbiamo è amare. Però, cito versi tuoi, amare non è niente se lo dici solamente. Quindi, cos’è amare?

L’atto rivoluzionario è applicare l’amore. Di amore si parla tanto però poi non lo si mette in atto. A parole tutti possiamo essere dei grandi poeti ma quello che contano sono i gesti. Ognuno di noi ha un proprio modo per esprimere l’amore e in questo periodo storico abbiamo più bisogno di gesti concreti che passano attraverso le piccole cose. Traduciamo il bisogno d’amore in gesti tangibili, ognuno a modo proprio. Il bello dell’amore consiste proprio in ciò: in un piccolo gesto fatto nei confronti di chi quel gesto vuol dire amore. In un momento in cui tutti sentiamo la voglia di prevaricare l’altro o di farci ascoltare come se fossimo tutti dei pazienti, diamo qualcosa anche agli altri. È bello farsi ascoltare ma impariamo anche ad ascoltare.

Ti descrivi come un ragazzo che non ha mai avuto fretta.

In realtà, ho imparato a non aver fretta. Ero una persona che aveva voglia di arrivare subito al dunque ma nel tempo ho imparato a godermi il viaggio. Il non aver fretta è un reminder per me: da persona ansiosa, la fretta è mia nemica.

Cosa rappresenta per te il mare? È presente sia nelle copertine dei tuoi singoli sia nelle immagini promozionali che ti ritraggono.

Il mare mi smuove sempre qualcosa dentro. Mi dà ispirazione ma mi trasmette anche calma, questo è facile da dire. In realtà, il mare è l’unico posto in cui io riesco a respirare. Vivo vicino al mare e durante la giornata sento l’esigenza di andare in spiaggia per schiarirmi le idee. Basta a volte una passeggiata con un amico o con una persona speciale e tutto improvvisamente diventa più chiaro. È una strana terapia, il mare mi dà pace, tanta pace.

Eri così introspettivo anche da bambino?

Sono figlio unico. Non sono mai stato solitario: sono cresciuto in un momento storico in cui i bambini potevano ancora giocare tuti insieme sotto al palazzo. Mi piaceva molto stare in mezzo agli amichetti ma amavo anche starmene per conto mio, con i miei giochi e le mie cose. Stavo in camera mia – ma non con la porta chiusa – e giocavo da solo: mi piaceva tantissimo inventare storie e trascorrere pomeriggi interi a giocare con la mia fantasia.

L’introspezione penso abbia sempre fatto parte di me, così come la musica. Adoravo ascoltare musica, far audiocassette (al tempo ancora si facevano) e registrare le canzoni alla radio, anche se poi i tuoi pezzi preferiti venivano sempre aperti o chiusi con la voce del dj o con la pubblicità. Ma quello che mi piaceva era l’attesa: dovevi star pronto per registrare la piastra e capire dalla prima nota se quella fosse la canzone che stavi cercando. A volte, si aspettava anche delle ore prima che passasse quel brano!

Perché stavi con la porta aperta? Paura di qualcosa?

I miei genitori ci tenevano che fosse aperta (avevano paura di ciò che potessi combinare!), anche se un po’ di paura c’è sempre stata. La porta è rimasta aperta fino intorno ai dieci anni. Poi è cominciata l’adolescenza con la sua ribellione: mi chiudevo in camera ad ascoltare musica, a suonare, a guardare video. Era il mio mondo: se non c’era la porta chiusa, non era la mia intimità.

Com’è stato per te crescere da figlio unico?

Da una parte, bello perché non devi condividere l’affetto dei tuoi genitori con nessuno. Dall’altra parte, crescendo, mi sarebbe piaciuto avere comunque un fratello o una sorella. Avrei voluto una sorella perché ho sempre trovato conforto nella figura femminile: con una sorella minore avrei potuto mettere in atto il mio bisogno di protezione mentre con una maggiore quello di confronto. Il fratello, invece, avrebbe dovuto essere sempre maggiore: il piccolo di casa avrei dovuto essere sempre io!

Che direzione avrà il tuo primo disco da solista?

Lo capirò man mano che si definirà meglio il progetto. Al momento, so di avere un’esigenza produttiva diversa. I primi due singoli sono nati in casa, in una dimensione più intima, mentre ora sto lavorando con uno studio. Ho anche cambiato produttore: mi piace l’idea di far crescere i brani insieme a qualcun altro con cui confrontarmi e con cui condividere quello che è il mio sentore.

A cosa devi il tuo nome d’arte?

Delmonte è il cognome di mia madre. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che mi hanno sempre lasciato fare le mie esperienze: l’importante per loro è che non esagerassi. Mi hanno sempre supportato: mio padre in gioventù era un batterista!

Delmonte.
Delmonte.
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