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Costanza Quatriglio: ‘Il cassetto segreto di mio padre’ – Intervista esclusiva

Costanza Quatriglio
Il cassetto segreto, film di Costanza Quatriglio, esplora l'eredità visiva e sonora del padre Giuseppe, giornalista e fotografo. Attraverso la vasta collezione di immagini e suoni custodita nella casa d'infanzia, il film intreccia memorie personali e collettive del Novecento. Ne abbiamo parlato con la regista che con la sua opera indaga il legato familiare e culturale, rivelando come il passato dialoghi continuamente con il presente.

Nel gennaio 2022, Costanza Quatriglio ha riaperto la casa di famiglia per donare alla Regione Siciliana la biblioteca e il ricco archivio del padre, Giuseppe Quatriglio, giornalista e intellettuale riconosciuto. Tra le porte della sua vecchia casa, Costanza Quatriglio scopre oltre 60.000 negativi fotografici, decine di bobine 8mm e centinaia di ore di registrazioni che documentano la vasta eredità culturale del padre dal dopoguerra fino alla fine del Novecento. Questi materiali diventano parte del film Il cassetto segreto, che esplora non solo la storia personale della famiglia Quatriglio ma anche quella di Sicilia e dell'Europa nel corso del secolo scorso.

Giuseppe Quatriglio, la cui carriera giornalistica ha preso il via nel 1944, è stato una figura centrale nel giornalismo siciliano, noto per i suoi contributi culturali e i suoi viaggi, che lo hanno visto corrispondente in America e collaboratore di prestigiose riviste italiane. Oltre al giornalismo, si è distinto in letteratura e fotografia, ottenendo riconoscimenti come il Premio Pannunzio.

Il cassetto segreto racconta questo intreccio di storie personali e collettive, facendo da ponte tra passato e presente e confermando l'importanza di conservare la memoria storica attraverso il cinema e la letteratura. Il fondo Giuseppe Quatriglio, ora di interesse culturale, resta un testimone essenziale dell'intersezione tra la vita privata e gli eventi storici del Novecento.

Dopo essere stato presentato al Festival di Berlino 2024, nella sezione Forum, Il cassetto segreto, prodotto da Indyca e Luce Cinecittà con Rai Cinema (in coproduzione con Rough Cat e RSI Radiotelevisione svizzera), arriva dal 18 aprile nei nostri cinema distribuito da Luce Cinecittà, dandoci l’occasione per tornare a dialogare con Costanza Quatriglio, regista e direttrice artistica della sede siciliana del Centro Sperimentale di Cinematografia dedicata al documentario.

Costanza Quatriglio (Foto: Azzurra Primavera; Press: Studio Punto e Virgola).
Costanza Quatriglio (Foto: Azzurra Primavera; Press: Studio Punto e Virgola).

Intervista esclusiva a Costanza Quatriglio

Nel cuore pulsante della Sicilia, un viaggio intimo e storico prende vita attraverso il film Il cassetto segreto, di cui Costanza Quatriglio è sia regista sia parte del racconto. L'opera esplora le profondità di una memoria personale e collettiva custodita nella casa d'infanzia della regista, dove ha riscoperto l'imponente archivio del padre, Giuseppe Quatriglio. Giornalista, fotografo e storico culturale, Giuseppe ha lasciato un'eredità visiva e sonora che abbraccia quasi un secolo di storie italiane e globali, catturate con estrema cura attraverso decine di migliaia di negativi, bobine 8mm e registrazioni audio.

Il cassetto segreto non solo rivela la saggezza visiva di Giuseppe, ma anche la sua impareggiabile capacità di raccontare storie attraverso l'obiettivo, rivelando eventi e figure culturali del Novecento con una freschezza sorprendente che sembra anticipare il modo in cui la memoria si intreccia con il presente. Questo dialogo tra ieri e oggi, personalmente curato da Costanza Quatriglio, offre un ponte narrativo che sfida il tempo e la distanza, rendendo il passato un vivido compagno del presente.

In questa intervista, Costanza Quatriglio si apre riguardo le scoperte fatte mentre navigava attraverso questo vasto mare di memorie, riflettendo non solo sul legato professionale e personale di suo padre, ma anche sul proprio percorso creativo e identitario. La regista discute di come Il cassetto segreto serva come metafora di un viaggio interiore e storico che connette generazioni e geografie attraverso l'arte del cinema.

Giocando con il titolo stesso del film, cosa ti ha permesso di scoprire il cassetto segreto sia su tuo padre sia su te stessa?

La scoperta maggiore non è stata in termini di ciò che prima non sapevo e ora so. C’è stata semmai un’acquisizione di consapevolezza di come per mio padre l’immagine fosse molto più importante di quanto io pensassi: corredare un articolo giornalistico con l’immagine fotografica che egli stesso scattava già a partire dagli anni Quaranta è stata una sua scelta ben precisa. Nell’archivio ho trovato persino una lettera di un giornalista tedesco che nel 1949 gli chiedeva qualche negativo perché durante un viaggio fatto insieme ad altri colleghi era stano l’unico ad aver scattato delle fotografie: all’epoca, non era solito che accadesse ed era qualcosa di molto particolare. Ho, dunque, acquisito maggiore consapevolezza di quanto per Giuseppe Quatriglio l’immagine fosse fondamentale.

Su di me non ho scoperto chissà che cosa. L’aver riportato insieme tante cose che mi riguardano molto da vicino e l’aver girato il film nella casa dove sono nata e cresciuta mi ha permesso però di riprendere confidenza con i luoghi della casa, con i suoi libri e con i quadri, con tutto quello che era molto familiare, ritrovando anche un lessico famigliare che a volte crediamo di non avere ma che in fondo forse tutti quanti abbiamo.

Il film mostra quanto tuo padre avesse uno sguardo molto particolare come fotografo e anche operatore video. Da frequentatore dell’isola di Favignana, dove trascorrevate le estati, non posso non notare come nel tuo film siano presenti delle immagini in movimento del noto ‘Zu Sarino’, artista dell’isola. A memoria, sono le uniche in circolazione.

Di ‘zio Sarino’ ho molto di più, anche perché è stato mio padre a scoprirlo e a farlo, sostanzialmente, scoprire agli altri, anche sui giornali, per averne scritto. Ho tantissime fotografie e altrettante immagini in movimento, molte più di quelle che ho montato, e tante testimonianze: è stato colui che ha anche ispirato il personaggio dello scultore del mio primo film, L’isola.

Tantissime immagini sono quelle con cui ovviamente ti sei ritrovata ad avere a che fare per costruire Il cassetto segreto. Il lavoro per te più difficile sarà stata la catalogazione delle stesse per capire cosa mostrare e cosa no. Su che basi hai operato la scelta?

Il film è arrivato abbastanza facilmente. Man mano che emergevano le fotografie attraverso l’opera della fotoriproduzione, mi rendevo conto di quali avevano una portata decisamente storica, collettiva, che risuonasse nella memoria di tutti, e di quali mi affascinavano di più. Ho, quindi, scelto di inserire nel film quelle immagini che mi permettevano di costruire un discorso a tu per tu con lo spettatore, solleticando in qualche modo la memoria di chi guarda. E ha funzionato: a Berlino, dove il film è stato presentato nella sezione Forum e c’era un pubblico internazionale, ci sono stati durante la proiezione molti applausi, segno che il racconto del Novecento a cui stavano assistendo risuonava come un’eco nella memoria di tutti.

Il cassetto segreto viaggia su due dimensioni temporali parallele. Da un lato, c’è la storia del Novecento mentre dall’altro lato c’è l’oggi. Come convivono i due momenti?

Il racconto del Novecento e il racconto dell’oggi convivono illuminandosi a vicenda: il Novecento è tutto contenuto dentro la casa e, quindi, dentro gli archivi, nelle immagini, nelle bobine e nelle registrazioni sonore che ho inserito nel film, ma questi contenitori sono di oggi.  In qualche modo, c’è un continuo rimandare tra ieri e oggi tanto che nel film c’è anche un momento in cui non si percepisce più cos’è ieri e cos’è oggi… E questo è il potere del cinema, ti può portare a quel presente continuo per cui il passato non è altro che una rimessa in discussione del presente: il passato provoca in chi guarda una sorta di eterno presente.

Vedere per esempio le foto di Mosca e di Kiev negli anni della guerra fredda mi riporta inevitabilmente alla guerra di oggi così come vedere Konrad Adenauer, negli anni cinquanta, andare negli Stati Uniti per fare un gesto di pace, mi riporta a quello che sta accadendo oggi, con la riproposizione dei due grandi blocchi del Novecento. In qualche modo, il dialogo tra ieri e oggi continua.

Il poster del film Il cassetto segreto.
Il poster del film Il cassetto segreto.

Di chi è stata la decisione di donare ciò che era contenuto negli studi di tuo padre alla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana?

Ho deciso io di donare i libri e l’archivio di mio padre alla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana e, quindi, alla Regione Sicilia, mentre ho tenuto per me tutte le fotografie e le bobine. L’intero corpo archivistico è stato vincolato dalla Sovrintendenza Archivistica della Sicilia- Archivio di Stato, quindi dal Ministero della Cultura, come bene culturale.

Un bell’atto di coraggio, no?

Non credo che sia un atto di coraggio: penso che sia semmai un atto di cittadinanza che ho voluto fare perché mi sembrava giustissimo che la gente potesse usufruirne: è un patrimonio culturale e, dunque, è inutile che stia negli scaffali solo per me.

Non hai mai pensato al valore economico, grande tanto quanto quello affettivo?

No, non ci ho pensato perché credo che restituire il percorso di vita di uno studioso non possa essere in nessun modo oggetto di una valutazione economica, certamente non da parte mia. Penso piuttosto che, se istituisci un fondo e tale fondo porta il nome di tuo padre, questo debba essere il più onesto possibile, restituendo al massimo tutto ciò c’era dentro agli archivi. Per cui, ho donato anche libri molto preziosi e molto rari con la gioia di farlo: erano importanti per restituire gli interessi poliedrici contenuti nella biblioteca di mio padre. L’ho fatto per far sì che la gente possa leggerli.

Il cassetto segreto si conclude nel Cretto di Burri, un labirinto dentro cui muoversi è come muoversi negli studi di tuo padre. Perché questa scelta?

Il cassetto segreto è un film fatto anche di strade, di tante strade possibili, di tante vie anche impervie, sottili e nascoste, di vivi e di morti, tutti insieme. La scelta di andare lì corrisponde sostanzialmente a un desiderio di toccare con mano tutto ciò che emerge dall’archivio, così come l’andare in giro per Palermo. Il territorio di Gibellina è molto raccontato nel film e, quindi, non poteva che essere anche oggetto di un sopralluogo.

Il territorio di Gibellina è quello, per chi non lo sapesse o ricordasse, devastato da un terremoto nel 1968. Nel film, racconti anche che è sempre stato tra i tuoi propositi quello di realizzare un film sulle zone terremotate d’Italia. Perché?

È dal 2012 che penso di fare un film on the road in Italia sulle regioni terremotate. Tale interesse mi è nato quell’anno quando mi sono ritrovata a presentare un libro del sociologo Lorenzo Barbera, allievo di Danilo Dolci, I ministri del cielo, pubblicato nel 1980 e rieditato, appunto, nel 2012.

L’ho presentato all’Aamod, l’Archivio Audiovisivo del movimento operaio e democratico, nello stesso giorno in cui, per i casi della vita, c’è stato il terremoto in Emilia-Romagna… è stata una presentazione a cui ha preso parte anche Roberto Nobile: all’epoca, stavo montando Terramatta e gli ho chiesto di venire a leggere delle parti del libro. Avevo anche cercato le immagini d’accompagnamento alla presentazione e il tutto si è poi trasformato in una sorta di happening.

Ed è da allora che penso a un film sulle zone terremotate: prima o poi l’avrei fatto. Tuttavia, non l’ho ancora fatto ma dall’archivio di mio padre sono spuntate talmente tante di quelle immagini e di quelle suggestioni che mi è tornato il desiderio di farlo.

Il numero di buste contenenti i negativi delle foto che tuo padre ha scattato nel Belice sono impressionanti. Forse non esiste documentazione storica più grande di quella che ha lui conservato.

Questo non posso saperlo… certamente le numerose immagini che ha scattato raccontano tanto di quei giorni. Ma la cosa per me più emozionante è stato ritrovare il sonoro: restituisce la tridimensionalità che normalmente non si ha.

Giuseppe Quatriglio e Leonardo Sciascia (Foto: Fondo Quatriglio).
Giuseppe Quatriglio e Leonardo Sciascia (Foto: Fondo Quatriglio).

A proposito di sonoro, ci sono tante canzoni a far da sfondo a Il cassetto segreto. Sono legate a qualche momento particolare della tua vita o sono scelte inerenti al racconto o al ritmo che volevi dare alla immagini?

Le scelte musicali rispondono alla mia volontà di fare un viaggio dentro i decenni e i generi, per cui sostanzialmente si va su e giù dagli anni Ottanta e sono frutto del desiderio di giocare con le epoche e con la mia memoria. Con Giovanni Di Giandomenico, il compositore delle musiche, abbiamo chiamato Elodie Gervaise, cantante franco-australiana, a interpretare le canzoni come se fosse un’attrice che interpreta i sentimenti del film… canzoni di cui abbiamo scritto i testi partendo da parole chiave, mi sono divertita molto a farlo. Ci sono poi dei brani che riguardano invece il mio percorso, come quello dei Mano Negra (Mala vida) e le rivisitazioni di Schubert o Mozart.

Le immagini di tuo padre che si vedono nel film risalgono a una decina di anni fa. Cosa ti aveva spinto a filmarlo?

Quando tra il 2010 e il 2011 ho filmato mio padre non pensavo di fare un film su di lui: mi divertivo semmai a farlo chiacchierare e a cercare di fargli raccontare esperienze o aneddoti. È solo nel tempo che ho pensato che mi sarebbe piaciuto ripercorrere più approfonditamente la sua avventura professionale ma ho sempre rimandato. Nel caso di Il cassetto segreto sono stati più i produttori a convincermi che fosse arrivato il momento di fare il film: di mio, non sentivo che ancora fosse il momento e invece hanno avuto ragione loro.

Non sentivi che fosse il momento per paura della memoria che ne sarebbe venuta fuori o perché temevi di essere coinvolta troppo emotivamente?

No, non avevo nessuna paura. Pensavo che non fosse il momento perché ero troppo affaccendata a lavorare in casa con i bibliotecari e le archiviste. Ma poi mi sono resa conto che in realtà era proprio quel gesto spontaneo che poteva costituire la natura del film stesso.

Il cassetto segreto: Le foto (Copyright: Fondo Quatriglio)

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Natura… la natura è presente nel film attraverso una magnolia che sorge nel giardino di casa Quatriglio. Sotto le sue radici, erano sepolte le ceneri di tuo padre, ceneri che vengono disseppellite per essere trasportate nella sepoltura di famiglia. Perché hai voluto mostrare un gesto che poteva essere privatissimo?

Perché credo che non ci sia nulla di privato nel momento in cui si sceglie di trasferire una biblioteca privata in una Biblioteca pubblica. Lo smantellamento di una biblioteca è un’impresa importante ed epica, come andare sulla Luna. Non è un gesto quotidiano ma definitivo che, come tale, va rispettato e onorato.

Qual è stata la prima sensazione che hai provato nel rientrare nei due studi che costituivano la biblioteca di tuo padre e trovarli spogliati?

Una sensazione, se vogliamo, di atto compiuto. Il trasferimento dei libri alla Biblioteca Centrale è uno dei momenti narrativamente più importanti del film, tanto che a Berlino alla fine della sequenza gli spettatori in sala hanno applaudito spontaneamente, come se fossero partecipi di quel gesto tanto, tanto che dopo si è creata anche una grande attenzione su cosa ne sarebbe stato di quello spazio rimasto vuoto. Quell’attenzione è la stessa che ho provato io, cercando di capire cosa dopo mi avrebbe detto quello spazio, mettendomi in suo ascolto.

E cosa ti ha rivelato l’ascolto? La risposta è privata o la possiamo condividere?

La risposta è il film.

Un film che ha una struttura narrativa molto particolare: inizia dall’epilogo e termina col prologo. Ci spieghi perché?

Perché il film è un percorso che fa i conti con le genealogie delle immagini, della lingua, delle storie familiari e delle radici comuni di una cultura che è quella del Mediterraneo. Per tale ragione, ho giocato con l’idea di un romanzo d’avventura che porta in scena le gesta di quest’uomo del Novecento e della sua esplorazione. È un film di esplorazioni: Mio padre era un esploratore ma noi esploriamo lo spazio.

Molto spesso i registi di documentari non si mostrano mai in prima persona nei loro film per non diventare oggetto stesso del racconto. Tu invece lo fai. Perché?

Quando ho chiamato il cinema in soccorso delle riprese che facevo in casa, l’ho fatto per filmare lo spazio nel suo mutamento, è lì che mi sono resa conto che non avrei potuto non entrare dentro il racconto. Sarebbe stato un grande infingimento: facevo parte di quello spazio e come tale dovevo essere raccontata.

Presenti il film in varie città d’Italia, tra cui Palermo, la città in cui tuo padre ha vissuto. Cosa ti aspetti dai tuoi concittadini?

Mi aspetto quel calore che c’è stato anche altrove, con la differenza che Palermo è più casa…

Costanza Quatriglio nel film Il cassetto segreto.
Costanza Quatriglio nel film Il cassetto segreto.
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