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“Non uso il corpo come oggetto sessuale ma lo spoglio del suo significato erotico”: Intervista esclusiva a BoyRebecca

BoyRebecca è un’artista a tutto tondo. La crazy lolita della musica italiana si appresta a pubblicare il suo primo album e nel corso di questa intervista esclusiva si toglie più di un sassolino nella scarpa. Perché il sistema musica, prima o poi, in Italia dovrà cambiare e promuovere le differenze piuttosto che cercare di osteggiarle.

Cercare di appiccicare un’etichetta a BoyRebecca è un compito che lasciamo decisamente agli altri. Preferiamo usare la definizione che BoyRebecca stessa ha coniato per lei: crazy lolita. E come una crazy lolita si è affacciata nel panorama spesso assopito della musica italiana per scardinarlo, dargli una scossa e reinventarlo, con un uso dei testi e del corpo femminile che non ha eguali.

Spesso si accomuna BoyRebecca a Myss Keta. I giornali scrivono che potrebbe essere sua figlia. In realtà, seppur le due collaborino spesso, parliamo di identità e percorsi artistici differenti. Dietro l’enigmatica Myss Keta si nasconde un collettivo che manda avanti un progetto solido e ben affermato. Dietro BoyRebecca, invece, si cela la sola Rebecca Griffith, il cui unico supporto morale è quello della madre. Una madre che, figlia del Sessantotto, non sempre ha apprezzato certe sue scelte.

Di BoyRebecca è appena arrivato sulle piattaforme digitali il nuovo singolo, Tanto, in collaborazione con Boro Boro. È un pezzo basato su un ritmo reggaeton abbinato ad atmosfere notturne, ammiccanti e un po’ canzonatorie, e arricchito dal flow del rapper nella seconda strofa. Ma non solo di reggaeton è fatto l’estro creativo di BoyRebecca. Come ha modo di rivelarci nel corso di quest’intervista esclusiva, BoyRebecca uscirà presto con il suo primo album, un lavoro sorprendentemente eterogeneo in cui esce dai confini del genere scelto finora per abbracciare altre sonorità.

È un album che le è costato parecchia fatica realizzare. Il sistema musica italiano non l’ha di certo agevolata. BoyRebecca non è una di quelle cantanti showgirl, come le definisce lei, che vanno tanto di moda adesso. È un’artista a tutto tondo che usa la provocazione solo per arrivare là dove altri nemmeno si spingono. Dietro alle sue canzoni, si cela sempre un messaggio molto profondo, un inno alla libertà che solo in pochi comprendono. Lo ha di certo compreso la regista Florencia Wehbe, che ha scelto la sua Dulce de leche per aprire e chiudere il film Paula, la storia di una quattordicenne con problemi di auto accettazione e anoressia.

Non lo capiscono, purtroppo, le radio e le tv musicali italiane, che spesso boicottano i suoi pezzi. E forse non lo capisce nemmeno chi dovrebbe incoraggiarla a portare avanti, senza reticenza, le sue idee e le sue creazioni. Ma, fortunatamente, BoyRebecca può contare su un nutrito numero di fan grazie a cui la sua musica ha già superato i confini geografici e si è sparsa a macchia d’olio in mezza Europa. E non è un caso che la comunità queer l’abbia eletta come una delle sue madrine.

BoyRebecca.
BoyRebecca.

Intervista esclusiva a BoyRebecca

La tua Dulce de Leche apre e chiude il film Paula, presentato nei giorni scorsi al Giffoni Film Festival.

Ho visto solo pochi minuti del film, quelli iniziali in cui sarebbe stata inserita la canzone. Sapevo ovviamente l’argomento che trattata: i disturbi alimentari e l’accettazione sociale. L’idea di coinvolgermi è partita da Populous, che curava l’intera colonna sonora. Il suo è stato un supporto spontaneo, nato da una sua iniziativa, e non ho avuto esitazioni.

Tra l’altro il film è una coproduzione italo-argentina e uscirà anche dall’altra parte del mondo, permettendo alla tua musica di varcare il confine.

È incredibile come in realtà io abbia già una nutrita fan base anche fuori dall’Italia, senza io o la mia casa discografica si siano spesi in alcun tipo di promozione. Un movimento spontaneo, anche in questo caso, di persone si sta interessando al mio progetto e ciò mi gratifica: si vede che c’è del merito in quello che faccio. Basta solo andare oltre le apparenze per capirlo.

La spontaneità delle tante forme di supporto non pianificate qualifica senza dubbio il lavoro che hai fatto finora. Un lavoro che considero difficile: al di là dell’immagine che hai scelto per presentarti, molto forte, la crazy lolita, i tuoi testi contengono spesso dei messaggi che non sono così banali come sembrano a un primo ascolto.

Ed è per questo che mi dispiace che la mia musica non possa raggiungere un numero maggiore di persone. Dopo i concerti, mi rendo conto di come il pubblico riesca a decifrare in maniera approfondita quelli che sembrano testi certamente stupidi. Progetti come il mio hanno bisogno di un vero palcoscenico per esprimersi e per prendere colpo, altrimenti sono destinati a morire senza nessuno che ci creda in fondo.

È appena sbarcato nelle radio e nelle piattaforme digitali Tanto, il tuo nuovo singolo. Com’è nata la collaborazione con Boro Boro?

Quando ho scritto la canzone, insieme al mio produttore Pierpaolo abbiamo avuto come l’impressione che il testo, più esplicito ma anche più semplice rispetto agli altri, ben si adattasse a un bravo rapper come Boro Boro. Poiché, come sempre in tutto ciò che faccio, non ho ricevuto l’aiuto di nessuno, mi sono mossa da sola per trovare chi poteva collaborare con me.

Ho cominciato a perlustrare la mia rubrica e sono arrivata al numero di un mio amico che conosceva il manager di Boro Boro. E, così facendo, ho proposto la collaborazione direttamente al suo manager.

Ma per riuscire a portarmi a casa la collaborazione ho dovuto poi far leva sul manager di Il Pagante, socio del manager di Boro Boro: l’ho incontrato durante un concerto a Milano e ho ribadito il mio desiderio. Boro Boro ha infine accettato, ha registrato in studio la sua parte e finalmente la canzone è uscita. Con un bel po’ di ritardo rispetto a quando è stata scritta.

Quanto costa è una delle domande che si ripete nel testo. Quanto costa a te far questo lavoro?

Mi costa tantissimo a livello di energia. Le ragazze che come me scelgono di fare le artiste, le performer o le cantanti, devono sapere che la cosa più importante è quella di non abbattersi mai. Le difficoltà sono tantissime e cambiano anche nel tempo. Ho notato che a un certo punto tante persone abbandonano il loro lavoro perché stressante o pesante. Ciò che dobbiamo invece mantenere ben salda è la pazienza. E il coraggio di andare avanti con pazienza e determinazione, senza fermarsi di fronte agli ostacoli.

Quando hai cominciato il tuo percorso di artista, ti sei presentata come 50% Boy e 50% Rebecca.

In realtà, quella descrizione è oggi obsoleta. Ho scritto quell’accenno nella mia biografia di presentazione due anni fa e non è mai più stata aggiornata. Adesso mi definirei una ragazza cisgender, come tante altre. L’evoluzione fa parte di tutti noi ma che senso ha oggi l’identità di una persona? Ognuno di noi la vive come vuole in maniera diversa però ricordiamoci che è sempre fluida e variabile. È possibile anche cambiare nel tempo. Non rinnego quella che sono stata ma adesso non lo sono più.

La stessa cosa vale per la musica. Quando ho cominciato, avevo un’idea di musica che era diversa da quella che ho oggi. La mia scelta di prendere una certa distanza anche dal reggaeton è quasi politica: ma che cos’è questa cavolata che mi sono imposta un limite entro cui stare? E nell’album che spero esca presta ci saranno delle canzoni che nulla hanno a che fare con il reggaeton ma che completano il quadro di come mi sento.

Sei nata il 10 agosto, la notte di San Lorenzo e delle stelle cadenti. Sarai sempre stata legata all’idea che bisogna esprimere desideri.

Che comunque non si sono mai avverati. Da quando ho iniziato a fare musica ho incontrato momenti difficili e ostacoli che senz’altro mi hanno temprata. Sono adesso più forte e determinata. Come dicevo prima, non mi ha mai abbattuto niente. Ho anche più carica addosso: dopo tre anni di sfighe, un po’ di fortuna prima o poi dovrà arrivare anche per me. Su cento volte che si tira un dado, vuoi che non esca almeno una volta il sei?

Quali sono gli ostacoli maggiori che hai incontrato?

Sono tuti legati al sistema della musica italiana. A livello socio-culturale, quello musicale è un sistema ancora maschilista e fallocentrico. Fare musica per le artiste è diventato difficilissimo se non si è inquadrabili sotto la facciata di quelle che io definisco showgirl. Per non parlare poi di Sanremo o delle radio che devono decidere quale artista scegliere o quale hit mandare in rotazione continua.

È terrificante per un’artista che fa un lavoro come il mio essere considerate ai margini o venire escluse. Sovvertire le regole non ripaga quasi mai subito. Se devo stare ai margini, è qualcosa che devo decidere io. Ma la cosa ironica è che poi il sistema venga da me per chiedermi consigli su come muoversi con determinati artisti facendomi partecipare di nascosto a vari progetti a livello di art direction musicale.

Prendono spunti da me per poi darli a qualcun altro: mi spogliano di tutto ciò che non piace al grande pubblico e lo masticano per risputarlo in una forma più pop e commerciale. Quindi, se da un lato mi tengono ai margini, dall’altro servo al sistema.

Usi spesso il termine artista perché in effetti lo sei dal momento che nasci nel mondo dell’arte e dai grande importanza al linguaggio del corpo.

Sì, faccio anche l’artista di professione. A settembre terrò una mostra a Torino di cui sono artista e curatrice. Lo faccio di rado perché mi dedico maggiormente alla musica e al mio lavoro di grafica. Nasco nell’ambito delle arti visive e do importanza al linguaggio del corpo, che non è così scontato come si pensa.

Linguaggio del corpo non significa infatti farsi riprendere in un video mentre ci si cimenta in due passi studiati da un coreografo. Linguaggio del corpo vuol dire comunicazione vera e propria di un messaggio da trasmettere. Nel video di Dulce de Leche, per quanto spinto possa sembrare, non c’è mai nulla che non sia in sintonia con ciò che canti. Quanto questo tuo modo di usare il corpo è associato al femminismo moderno?

Totalmente, per quanto qualcuno possa dire di no. Mia madre, ad esempio, che era una femminista del ’68, sostiene che contribuisce invece alla mercificazione del corpo femminile e non fa bene alla lotta femminista. Ma io non uso il corpo come oggetto sessuale: anche quando lo espongo al massimo della nudità, lo spoglio del suo significato erotico o pornografico.

Di te abbiamo sempre saputo poco. Per molto tempo, hai rappresentato quasi un enigma. Cosa ti ha spinto verso la musica? Qual è la normalità di Rebecca Griffith?

Ho usato il progetto BoyRebecca per arrivare a dei punti della mia personalità che sapevo di avere ma che erano stratificati dalle insicurezze. Sapevo che, in qualche modo, se avessi portato avanti ciò che avevo in mente, avrei sbloccato totalmente la mia identità, quella che sono io. Ho scoperto così di essere più coraggiosa di quello che pensavo e di avere la capacità di affrontare da sola problemi pratici e lavorativi di ogni tipo.

In questo periodo, mi sto interfacciando con la nightlife, sto organizzando delle feste e ho iniziato anche a fare la dj. La mia normalità, quella di una giornata tipo, è fatta dal desiderio di continuare a combattere per quello che ho in testa. E nel farlo mi si sbloccano sempre dei passaggi che mi portano a capire chi sono. In questi anni sono cresciuta molto e ho pochissima paura di espormi, paura che invece prima avevo.

Ci hai appena rivelato che tua mamma era una femminista, una figlia del ’68. Come ha accolto il tuo desiderio di fare musica?

Femminista e lesbica, tra l’altro. Mia madre era molto scettica rispetto al mio linguaggio. Mi chiamava per dirmi che ero troppo nuda in qualche foto, che avrei dovuto essere meno esplicita, che avrei dovuto pensare a quello che pensano gli altri di me e via di seguito. Fino a quando non le ho detto di finirla e che quello era ciò che mi piaceva. Ha cominciato allora a capire il mio linguaggio: invece di arrabbiarsi, ha cominciato a mettersi nei miei panni e a cercare di capire ciò che faccio. Andiamo d’accordo da circa tre o quattro anni ma prima ogni cosa che riguardava le mie scelte era motivo di scontri anche molto forti.

Avrebbe voluto che avessi fatto delle scelte di lavoro più concrete. Secondo lei, avrei potuto fare tante cose. Piano piano però ha capito quanti sacrifici questa mia scelta comporta tutti i giorni e oggi conosce ogni retroscena, anche quelli meno belli e più deludenti. Il suo supporto morale è necessario soprattutto di fronte a un sistema musicale che vuole necessariamente cambiare le personalità come la mia.

La tua immagine così forte ha influito nelle tue relazioni interpersonali o sentimentali?

Tantissimo. Non mi fa paura non piacere a qualcuno. Spesso i ragazzi si spaventano di fronte a certi miei comportamenti che considerano insoliti. Tuttavia, devono capire che non ci sono regole prestabilite da seguire nel corteggiamento. E se ci sono vanno abolite per fare un passo avanti verso certi retaggi culturali enormi che in Italia ancora persistono.

Quanto è stato importante nel tuo percorso artistico l’incontro con Myss Keta, a cui spesso ti hanno paragonato?

Io e Myss Keta abbiamo realizzato insieme il remix di Dulce de Leche e la nostra collaborazione musicale si è arricchita con Security. Ma in realtà ci siamo conosciute molto tempo prima. Mi ha contattato quando è uscito il mio secondo singolo e mi ha chiesto di aprire un suo concerto a Roma. Da quel momento in poi si è aperta una bella strada di conoscenza e di rapporto professionale che ancora oggi continua e che continuerà (nel mio prossimo disco, ci sarà anche la sua presenza).

Mi piace che ci sia un intreccio continuo ma una cosa tengo a ribadirla: non sono la figlia di Myss Keta e non sono un suo surrogato. Certe testate giornalistiche devono smetterla di associarmi necessariamente a lei: siamo due realtà distinte che collaborano insieme. E il fatto che siamo due realtà distinte è anche sottolineato da un aspetto produttivo molto differente: dietro a Myss Keta c’è un collettivo, io invece sono da sola.

Lo abbiamo accennato prima, hai una fan base molto forte, che ti sostiene a ogni passo. Che rapporto hai tu con le forme di comunicazione social? Che peso dai ai giudizi negativi che ricevi online?

Cerco di capire come utilizzarle al meglio. In questo periodo ho cominciato a usare Tik Tok. Non ne ho ancora capito il linguaggio ma sto migliorando. Ai commenti negativi reagisco bene: sono comunque una forma di energia, di amore. Se dai fastidio, vuol dire che qualcosa nel tuo percorso sta andando bene. Quindi, trovo che il commento negativo sia una forma di complimento, non mi faccio ferire né dalle critiche dirette alla persona né da quelle verso la mia arte.

Cosa risponderesti a chi ti definisce la cattiva ragazza della musica italiana?

Che va bene come definizione. Ma non perché io mi comporti da cattiva ragazza ma perché ho il coraggio di descrivere dinamiche che sono atroci e che, secondo me, vanno denunciate a fin di bene.

Il tuo cognome nasconde chiaramente origini inglesi. A cosa si deve invece la tua passione per lo spagnolo che usi nei testi?

Sono per metà inglese e nel nuovo disco ci saranno anche dei brani tutti in inglese. Mi sono data molto da fare per produrre un disco abbastanza variegato con pezzi techno, reggaeton e persino soul. La scelta dello spagnolo, invece, deriva dal fatto che ho frequentato il liceo linguistico. Ho scoperto lì il fascino per lo spagnolo.

BoyRebecca.
BoyRebecca.
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