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Ambrosia Caldarelli: “La libertà di scelta di una donna” – Intervista esclusiva

Ambrosia Caldarelli
Ambrosia Caldarelli è la protagonista della serie tv di Rai 1 Circeo, in cui interpreta il ruolo della giovane Donatella Colasanti, sopravvissuta a uno dei casi più atroci di violenza sulle donne. L’abbiamo incontrata per un’intervista in esclusiva.

Interpretare Donatella Colasanti nella serie tv di Rai 1 Circeo è la sfida che attende Ambrosia Caldarelli. Attrice romana più che ventenne, è chiamata a portare in scena colei che è diventata nell’immaginario collettivo la sopravvissuta di uno dei più orrendi episodi di violenza esercitati contro le donne in Italia, colei che con tutte le sue forze ha lottato prima per la vita e poi per ottenere giustizia sullo sfondo di un Paese in cui il patriarcato dettava legge anche nelle aule dei tribunali.

Perché tanta violenza?” è una delle domande che hanno accompagnato Ambrosia Cardarelli sul set della serie tv Circeo, che Rai 1 proporrà per tre martedì consecutivi. La risposta alla sua domanda, purtroppo, ancora oggi non c’è: nonostante siano passati quasi cinquant’anni, le cronache quotidiane ci raccontano di continui episodi di cui le vittime sono ancora le donne, troppo spesso paragonate a un oggetto da possedere e non a esseri umani con una propria volontà, determinazione e scelta.

La libertà di scegliere, sebbene si lotti costantemente contro gli stereotipi e i cliché, sembra essere ancora un’arma che solo i “maschi” possono impugnare, un concetto contro cui Ambrosia Caldarelli, consapevole del suo essere donna, si pone senza mezzi termini e non solo per le ricorrenze “comandate”. Libera dal giudizio e dalla presunzione che si mostra quando ci si arroga il diritto di sindacare le vite altrui, Ambrosia Caldarelli si è immersa nel ruolo di Donatella Colasanti dando tutta se stessa come attrice, nonostante – come dice lei nel corso di quest’intervista esclusiva – fosse soltanto al suo secondo ruolo importante.

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Ambrosia Caldarelli (foto: Maddalena Petrosino; Make up and hair: Alessandro Joubert per Simone Belli Agency; Styling: Flavia Liberatori; Ass. Stylist: Vittoria Pallini).

INTERVISTA ESCLUSIVA AD AMBROSIA CALDARELLI

“Inizialmente, ho mandato un self tape, come ne mando tanti altri. È stato facendo i vari call back che ho cominciato ad addentrarmi nella storia e ad appassionarmi alla vita di Donatella, una donna che ha reinventato tutta la sua vita e che si è immolata per ottenere giustizia”, mi risponde Ambrosia Cardarelli quando le chiedo com’è stato entrare nei panni di Donatella Colasanti, il personaggio che è chiamata a interpretare nella serie tv Circeo, in onda su Rai 1 e ispirata a uno dei più atroci casi di violenza contro le donne verificatosi in Italia. “Per me, oltre che una grandissima opportunità lavorativa, è stato un grandissimo onore interpretare una donna come lei, una donna che non si è mai arresa, nemmeno quando aveva tutto contro”.

Nell’entrare nei panni di Donatella, ti sarai da donna posta tante domande. Qual era quella a cui ti risultava più difficile trovare una risposta?

Come fosse riuscita a rimanere viva. Me lo chiedevo in continuazione: non riuscivo a capire come, fisicamente, una persona di 17 anni fosse riuscita a sopravvivere a tutta quella violenza. Mi sono anche chiesta come si ponesse una diciassettenne della fine degli anni Settanta con gli altri, provando ad avvicinarmi al suo carattere. Avevo a disposizione molti video e molte testimonianze su cui fare affidamento da una parte, ma anche una sceneggiatura a cui attenermi.

Sceneggiatura che racconta cosa è avvenuto in quella casa in cui Izzo, Ghira e Guido portarono Donatella Colasanti e Rosaria Lopez. Quanto è stato difficile psicologicamente pensarsi vittima di una violenza così efferata anche solo per esigenze sceniche?

Le sceneggiatrici hanno scelto di raccontare i fatti del Circeo senza addentrarsi troppo sulla violenza: c’è ma non la si vede nei suoi più disturbanti dettagli. Una scelta che condivido. A mio avviso, non occorre rappresentarla: la violenza si percepisce lo stesso. Emotivamente e psicologicamente, è stato molto difficile calarmi in quella situazione, non è qualcosa a cui si pensa tutti i giorni. Perché una ragazza che dovrebbe vivere la sua vita in maniera serena dovrebbe subire tutto ciò che ha subito Donatella per mano di qualcuno il cui unico scopo è esercitare violenza senza alcun motivo?

La tua è una domanda che ritorna attuale sfogliando le recenti pagine di cronaca italiana, che hanno raccontato episodi, a cominciare dallo stupro di Palermo, che appaiono disumani. Qual è oggi la tua reazione quando senti una notizia del genere al telegiornale?

Per prima cosa, penso a quanto i tempi non siano cambiati da allora: sono trascorsi quasi cinquant’anni dal massacro del Circeo ma ancora certi uomini devono essere educati al rispetto delle donne, al consenso e al non superamento di certi limiti. Occorrerebbe ragionare su ciò tutti i giorni dell’anno e non solo in occasione delle celebrazioni comandate, come il 25 novembre o l’8 marzo. Tra l’altro, Circeo arriva su Rai 1 in un momento storico particolare, in cui si susseguono fin troppi casi di violenza sulle donne che non differiscono molto da quanto è accaduto allora: sono cambiati i tempi ma non le modalità di relazionarsi.

La tua Donatella, dopo gli eventi di cui è protagonista, evita di cadere preda della vittimizzazione secondaria. Orgoglio, forza di reazione e volontà di vivere la sua vita così come se l’era prospettata muovono i suoi passi, anche quando la sua stessa avvocata le indica cosa può fare e cosa no.

La voglia di alzare la testa, di non abbassare lo sguardo e di andare avanti è stata la sua forza. Mentre la interpretavo, volevo dimostrare che la vita è altro: tutti si aspettavano da lei che soffrisse, che rimanesse a casa a piangere per tutta la vita e che non si riprendesse mai. Ma Donatella voleva essere altro dalla sopravvissuta del Circeo: voleva diventare una cantante ed esprimersi attraverso il suo lato artistico, una ragazza come tante nonostante le fosse successa una determinata cosa. E, onestamente, sono molto contenta che emerga quest’aspetto: una donna può innamorarsi, voler cantare o semplicemente andare a ballare, anche quando nel frattempo lotta per la giustizia. I vari aspetti possono benissimo convivere e procedere di pari passo. Mostrarla castigata, dimessa e a testa bassa, significa renderla vittima di una seconda violenza psicologica, quella dell’etichetta e del giudizio.

Pensi sia ancora così forte il giudizio e il pregiudizio nei confronti delle donne?

È costantemente presente non solo nei confronti delle donne ma anche delle minoranze e di tutto ciò che viene ritenuto “diverso”. Ogni azione di una donna viene analizzata e giudicata mentre la stessa, se compiuta da un uomo, non viene nemmeno notata. Siamo oggetto di giudizi e di critiche anche quando non vengono richiesti.

Qual è il giudizio o la critica che ti ferisce maggiormente?

Tutti quelli che vengono ad esempio rivolti a una donna quando è lei a decidere di porre fine a una relazione sentimentale. Potrei farti mille esempi ma quando una donna prende posizione e decide anche stupidamente di lasciare il suo ragazzo non viene quasi mai socialmente accettato, come se la donna si fosse presa una libertà che non le spettava o un potere che non le apparteneva.

Circeo: Le foto della serie tv

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In Circeo, reciti per molto tempo al fianco di Greta Scarano, l’avvocata di Donatella Colasanti, un personaggio di fantasia che racchiude tutte le femministe che in qualche modo le sono state accanto. Quello tra Donatella e Teresa diventa un rapporto quasi simbolico: sono necessarie l’una all’altra per andare avanti, crescere e smussare i loro angoli. Che consigli vi siete scambiati tu e Greta?

È stata più Greta a dare consigli a me che io a lei. Ed è naturale che fosse così: è un’attrice con una grandissima esperienza sulle spalle mentre io ero solo al mio secondo progetto importante. Quando avevo qualche dubbio o non sapevo come affrontare una determinata scena, Greta mi è stata vicina: tra noi si è creato un rapporto molto solido sia sul set sia fuori. Raccontare di due donne che, con esperienze di vita e provenienza differenti, si influenzano a vicenda e cambiano la storia è stato per me molto importante: non siamo abituati ai racconti di donne come loro. Dovrebbe essere la normalità ma, a quanto pare, genera ancora stupore.

Il tuo primo progetto importante è stato Non sono quello che sono di Edoardo Leo, passato al Festival di Locarno e non ancora arrivato in sala, dove interpreti una moderna Desdemona.

Desdemona è un personaggio molto diverso da Donatella a livello storico e culturale. Ma si tratta pur sempre di una donna forte che vive degli abusi e delle privazioni per mano maschile.

Eppure, tu cominci a recitare prestissimo. Nel 2012 sei stata sul set di una pubblicità per una compagnia ferroviaria ed eri ancora una bambina.

Ho girato quella pubblicità senza neanche troppo pensarci. Non pensavo nemmeno di voler fare l’attrice ai tempi… è un pensiero che poi ho maturato mentre frequentavo il liceo: recitare mi rendeva felice e mi faceva sentire come se mi trovassi nel posto più adatto a me. È stata la sensazione di sentirmi a mio agio il segnale che mi ha spinto a intraprendere questa strada seriamente.

E come hanno reagito i tuoi genitori quando hai comunicato loro la tua volontà di recitare?

Da persone non giudicanti, libere e dalla mentalità aperta, non mi hanno mai posto limiti. La loro unica preoccupazione iniziale riguardava le poche certezze che la professione di attore garantisce. Sono stata fortunata nel non avere due genitori, come talvolta capita, che volevano impormi cosa fare a dispetto della mia volontà.

Hai preso parte indistintamente a film e serie tv. Ti vedremo anche in Hanno ucciso l’uomo ragno, la serie tv targata Sky sugli 883. Trovi che ci siano differenze tra cinema e televisione?

Nessuna differenza di linguaggio o di approccio al lavoro. Cambiano semplicemente il modo di lavorare e le tempistiche: al cinema, l’impegno dura di meno mentre le riprese di una serie televisiva possono anche andare avanti per sei o otto mesi, richiedendo una mole di lavoro non indifferente. Non cambia però la percezione finale del mio mestiere: non faccio differenza tra cinema e televisione, il mio impegno è sempre lo stesso. Non esistono prodotti di serie A e altri di serie B ma buoni prodotti che richiedono un lavoro valido: non trovo giusto porre delle etichette.

La lavorazione di Circeo, a tal proposito, è stata particolarmente lunga. Avete girato in epoca CoVid (si sottoponevate fino a tre tamponi al giorno) e il che ha protratto i mesi di impegno. Come ci si leva di dosso dopo così tanto tempo un personaggio come Donatella Colasanti?

Credo che Donatella se ne sia andata via da me molto gradualmente, anche se solitamente per come sono fatta io mi scrollo di dosso un personaggio nel momento in cui si chiude la lavorazione. Quando giro, sono totalmente immersa in ciò che sto facendo e non ho distrazioni alcune: preferisco concentrarmi esclusivamente sul personaggio e sulla storia. Ma, nel momento in cui un set si chiude, mi resta solo un bel ricordo e l’affetto incredibile per il personaggio ma cerco di non portarmi nulla dietro: si chiude per me un cerchio.

Qual è stata la sensazione che hai provato la prima volta che hai visto Circeo ultimato?

Il regista Andrea Molaioli ha voluto che vedessimo la serie in una sala cinematografica, con uno schermo enorme: l’effetto è chiaramente diverso. Mi sono emozionata molta: era il risultato di sei mesi di lavoro e volevo capire se fossi riuscita a rendere giustizia a Donatella. Sono iper critica nei miei confronti e anche su quel set non mi ero smentita. Ma, quando ho visto il lavoro che avevo fatto e che avevano fatto i miei colleghi, non ho nascosto la commozione: ho cercato di guardarmi senza giudizio e ci sono riuscita… c’era Donatella in scena e non io: sarebbe stato inutile giudicare me stessa.

Donatella Colasanti è morta nel 2005 quando tu avevi appena cinque anni. Non potevi dunque avere ricordi nitidi di lei e della sua storia.

Ho imparato a conoscerla attraverso i servizi dei telegiornali o alcune riprese in cui lei era in tribunale. Guardando quelle immagini, ho provato a studiare i suoi movimenti e a carpire le sue espressioni facciali, il suo modo di parlare e il suo tono di voce. La sua voce, ecco, mi ha colpito particolarmente: nonostante avesse solo diciassette o diciotto anni, sembrava una donna adulta, cresciuta in un sol colpo. Era un dettaglio che mi addolorava: dietro la sua voce, si intravedeva il trauma che l’aveva spinta a salutare per sempre la sua spensieratezza.

Sia Donatella Colasanti sia Rosaria Lopez non erano delle sprovvedute. Sono semmai cadute vittima dell’arte della manipolazione di Izzo.

La manipolazione è una forma di violenza. Nel loro caso, era favorita anche dalla differente estrazione sociale delle due ragazze: provenivano da un quartiere considerato inferiore rispetto a quello dei loro carnefici. Nell’uscire con Izzo, Ghira e Guido, Donatella intravedeva la possibilità di frequentare non solo gente della sua borgata ma anche i rampolli della borghesia: voleva semplicemente cambiare un po’ la sua vita, inconsapevole di come invece i tre avevano ben altra intenzione. Lo scopo dei tre era quello di sovrastare una donna, un essere umano, e la manipolazione consiste anche nello schiacciare qualcuno che ai tuoi occhi è più piccolo di te e nell’avere la presunzione di poterlo fare senza chiedere mai il consenso dell’altro. Ci si arroga tale potere solo perché si ritiene che l’altro non sia del tuo stesso rango o della tua stessa pasta.

Se avessi una sorta di macchina del tempo e potessi tornare al giorno prima in cui Donatella e Rosaria accettarono di uscire con i loro tre carnefici, cosa diresti loro?

Non è alle ragazze che direi qualcosa. Cadremmo nello sbaglio di coloro che solitamente addossano la responsabilità sulle donne: se non fossero andate, se non fossero uscite, se fossero state più accorte… Scegliere di uscire o di accettare un passaggio rientra nelle nostre decisioni e nella nostra libertà: il problema sta dall’altra parte, in chi decide di esercitare violenza. Ancora oggi si dovrebbe cercare di pensare all’educazione dell’altro: le donne non devono rimanere in casa o essere private della libertà delle loro scelte per paura di incontrare il lupo cattivo. È, semmai, il lupo cattivo che non dovrebbe essere tale, che non dovrebbe avere certe intenzioni e che dovrebbe essere educato al rispetto delle donne sia dai genitori sia dalle istituzioni, a partire dall’asilo.

Si dovrebbe cominciare presto a debellare la differenza di genere ma vedo e sento ancora in giro delle robe allucinanti. Pensiamo anche agli esempi sbagliati che si leggono sui libri di scuola: perché la mamma va a fare la spesa mentre il papà va a lavorare? A me sembra che anche la cultura abbia qualche pregiudizio con cui fare i conti: sembrano esempi stupidi ma ci pongono di fronte alle discriminazioni già da piccolissimi.

Cosa ti aspetti dalla messa in onda di Circeo?

Non mi fermo a riflettere sul mio percorso di attrice ma su altro. Una serie tv come Circeo può aiutare anche i più giovani, quelli che non leggono più la cronaca sui giornali, ad avvicinarsi in maniera diretta a dinamiche su cui riflettere. Il nostro compito non è quello di insegnare niente a nessuno ma è semmai quello di raccontare cosa è successo nella vita di quelle due ragazze e di come grazie alla determinazione di una delle due lo stupro in Italia sia stato considerato come un reato contro la persona e non più contro la pubblica morale.

Ambrosia Caldarelli (foto: Maddalena Petrosino; Make up and hair: Alessandro Joubert per Simone Bell
Ambrosia Caldarelli (foto: Maddalena Petrosino; Make up and hair: Alessandro Joubert per Simone Belli Agency; Styling: Flavia Liberatori; Ass. Stylist: Vittoria Pallini).
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