Cos’è la femme invisibility e perché è essenziale parlarne

queer
04-08-2022
Alessia Ferri
La femme invisibility è una forma discriminazione poco nota ma ancora praticata verso alcune donne queer

Fortunatamente con il passare del tempo i membri della comunità LGBTQ+ stanno acquisendo sempre più diritti e se da un lato questo è assolutamente un fatto positivo, dall’altro non deve far diminuire la lotta per la parità di genere, visto che la strada per la vera uguaglianza è ancora molto lunga. Sono ancora molte, infatti, le categorie marginalizzate e questo porta a fenomeni estremamente spiacevoli, come quello della femme invisibility.

Cos’è la femme invisibility

Stereotipi e luoghi comuni non risparmiano nessuno e il motivo è che anche la società odierna è costellata da cliché duri a morire. Molti purtroppo riguardano le donne e se la maggior parte sono noti, ne esiste uno del quale non si parla moltissimo e che colpisce alcuni membri della comunità queer, vittime della così detta femme invisibility, o invisibilità femminile.

Credenza comune è che la maggior parte delle donne lesbiche assuma atteggiamenti e prediliga look estremamente maschili, identificati principalmente con capelli corti, abiti larghi, jeans e anfibi.

Sembra quasi superfluo dire che ovviamente non sia così e che l’orientamento sessuale non determini in alcun modo le preferenze in fatto di stile, eppure si tratta di una convinzione ancora molto radicata, anche all’interno della stessa comunità LGBTQ+.

A farne le spese sono donne queer che si presentano con un aspetto più femminile di quanto ci si aspetterebbe e considerato più vicino al mondo cisgender, e che a causa di make up, minigonne, tacchi alti o altri particolari, vengono non di rado marginalizzate perché non riconosciute a pieno come appartenenti alla comunità.

Con il termine femme invisbility, o invisibilità femminile, si intende proprio questo fenomeno molto spesso associato principalmente alle donne lesbiche ma che in realtà colpisce a livello trasversale all’interno del mondo LGBTQ+.

Quando è nato il termine Femme

Il termine femme ha iniziato a circolare per la prima volta nella società del dopoguerra degli anni Quaranta e Cinquanta per descrivere donne lesbiche con caratteristiche femminili.

La necessità del tempo di dividere le relazioni sentimentali in schemi e ruoli precisi e pre costituiti aveva fatto nascere la parola femme in contrapposizione a butch ed entrambe erano utilizzate per identificare le appartenenti di una coppia lesbica in cui la persona butch aveva caratteristiche maschili e mascoline e la femme femminili. Una divisione che oggi sembra grottesca ma che allora era considerata la regola e nella quale non tutte le persone godevano di eguale considerazione.

Essendo esteticamente conformi alle donne eterosessuali, le femme non erano viste completamente come persone lesbiche, a differenza delle butch, e si dava per scontato che potessero avere relazioni con donne ma anche con uomini cis.

Attualmente, l’idea che esistano solo relazioni butch-femme e che le femme siano per forza bisessuali appartengono al passato, soprattutto considerando che l'espressione e le identità di genere hanno fatto molta strada da quegli anni, tuttavia non essendo visibilmente queer, le femme ancora oggi non sono sempre e pienamente accettate dalla comunità LGBTQ+ e raramente riescono ad arrivare a ruoli di primo piano a livello di attivismo, proprio perché considerate meno riconoscibili all’esterno.

Fortunatamente, anche grazie ai social network e all’attivismo che dalle piazze si è spostato sempre più nelle community online, le cose stanno progressivamente cambiano e un rossetto rosso è sempre meno considerato poco in linea alla causa, anzi, in molti casi è assunto a carattere identitario.

Non mancando però casi di marginalizzazione che rendono fondamentale continuare a parlare di femme invisibility.

I problemi che le vittima di Femme Invisibility devono affrontare

La femme invisibility è una marginalizzazione a tutti gli effetti e come tale deve essere combattuta. Proprio per questo parlare di vantaggi legati a questa convinzione è assolutamente sbagliato.

Certo, il fatto che una donna che si definisce femme a livello esteriore non desti sospetti di appartenere alla comunità queer la espone molto meno a bullismo, aggressioni omofobe, azioni di odio legate proprio all’orientamento sessuale e discriminazioni in ambito lavorativo ma questo non basta per poter definire il fenomeno in termini positivi.

Non riconoscere o sminuire l’identità di genere o l’orientamento sessuale di una persona, infatti, rappresenta sempre un sopruso e si tratta di un’azione da stigmatizzare senza se e senza ma.

Come se non bastasse, la femme invisibility spesso ostacola l’ascesa nella comunità LGBTQ+ e rende più difficile per queste donne essere credute quando dicono di essere queer. Molte volte la loro sessualità non viene presa sul serio e anche per questo spesso invece vengono apostrofare con appellativi sessisti e sono vittime di molestie da parte degli uomini.

Per tutti questi motivi, anche se si crede che quello della femme invisibility sia un fenomeno destinato con il tempo a sparire naturalmente, è importante continuare a battersi per l’uguaglianza di genere e per la libertà di ognuna di essere ciò che vuole a prescindere dagli abiti che indossa.

Nessuna donna dovrebbe più sentirsi discriminate o non all’altezza di un modello creato da altri e al quale si pretende debba conformarsi.

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