Leila Belhadj Mohamed: “Vi spiego perché il privilegio è una responsabilità”

Oggi parliamo della differenza tra privilegio e diritto, ma soprattutto parliamo di consapevolezza. O meglio: di come stimolare e diffondere una vera consapevolezza di ciò che accade dentro e fuori l’Italia. Parliamo di come coltivare menti lucide, indipendenti, critiche. A cimentarsi in questa prova è Leila Belhadj Mohamed attraverso il podcast La mia parte, prodotto da Chora Media in collaborazione con ActionAid

È ossimorico che, in un’epoca ad altissima frammentazione mediatica, esistano ancora narrazioni largamente accettate e propugnate come verità indissolubili. Spesso è difficile smascherarle, poiché sono parte del nostro substrato culturale, di ciò che pensiamo rappresenti la nostra identità.

L’eurocentrismo, insieme alla tendenza a considerare l'Occidente come simbolo di democrazia, è soltanto uno dei sintomi di un racconto profondamente fazioso del mondo. Tra questi c’è anche la confusione tra diritto e privilegio: se il primo è un riconoscimento da parte dello Stato dell’individuo in quanto persona, il secondo consiste in una caratteristica casuale, una condizione che si trasforma in una corsia preferenziale ad appannaggio di alcuni.

Siamo dei privilegiati inconsapevoli di esserlo. Servizi, assistenza sanitaria gratuita, diritto di voto: c’è chi li dà per scontati, chi per dovuti. Ma a chi dovrebbero essere dovuti? E soprattutto: cosa possiamo fare concretamente per fare in modo che vengano estendesi ai più, e non solo ai meno?

Prendete in mano la vostra carta d’Identità, guardatela. Rappresenta il vostro privilegio. Con quella potete accedere al welfare, votare, candidarvi, partecipare a concorsi pubblici, andare all’estero senza il timore che al vostro ritorno l’Italia vi chiuda la porta in faccia

Con queste parole inizia il podcast La mia parte, dove l’attivista ed esperta di geopolitica Leila Belhadj Mohamed racconta le storie di donne e uomini che hanno vissuto sulla propria pelle la sostanziale differenza tra diritto e privilegio, ma anche di coloro che hanno scelto di agire per combattere la marginalizzazione.

Secondo Leila Belhadj Mohamed, prendere coscienza dei propri privilegi può diventare uno strumento di lotta per rivendicare, difendere e tutelare i diritti di chi è ai margini. Perché nascere privilegiati non è una colpa, ma una responsabilità

Partendo da questa tesi, La mia parte affronta in quattro episodi i temi del diritto alla cittadinanza, della violenza di genere, della migrazione e dello sfruttamento del lavoro agricolo, creando un racconto corale sull’umanità più fragile, spesso invisibile eppure più vicina a noi di quanto pensiamo.

Un podcast per provare a osservare la realtà da prospettive diverse, a esercitare il dubbio e la critica, a guardare oltre. Ma soprattutto a esercitare l'empatia.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Leila sui grandi argomenti che dovrebbero percorrere più spesso il dibattito pubblico.

Il podcast parte subito con un tema forte, che vuole scuotere dal torpore: il privilegio. Un tema che si intreccia con la consapevolezza più ampia di ciò che accade nel mondo e di ciò che abbiamo intorno a noi. In questo anche i media fanno la loro parte, relegando le notizie dal mondo alle note marginali: come si può davvero muovere le coscienze e far capire che siamo noi l'eccezione, e che niente ci è dovuto in quanto bianchi e occidentali?

I media non solo fanno la loro parte, ma sono centrali nella creazione della narrazione maggioritaria eurocentrica. Come dico sempre, la narrazione è quella parte dell’orazione che permette di diffondere la conoscenza di un determinato argomento o di una determinata situazione. La modalità con cui si sceglie di narrare qualcosa difficilmente è neutra, e influisce inevitabilmente sulla percezione che l’altr* ha rispetto a ciò che sta leggendo o ascoltando. La narrazione è ciò che muove la reazione a ciò che viene narrato. E questo vale anche per ciò che non viene narrato. Il fatto che non siamo più al centro del mondo è evidente da come gli altri Paesi e gli altri popoli si stanno muovendo su alcune istanze, in maniera diametralmente opposta all’Occidente.

Ecco, questo dovrebbe far capire che non siamo più il centro della storia, che tutto quello che l’Occidente ha dipende dalla sua posizione storica privilegiata. Serve un cambio di paradigma: comprendere che il privilegio che si è ereditato per questioni storiche serve per far sì che si raggiunga equità

Mutilazioni genitali: se ne parla soltanto quando ricorre la loro giornata mondiale, dimenticando che si tratta di un abuso praticato anche molto vicino a noi, in tutta Europa. Eppure sembra che, anche durante la Giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, sia considerata una violenza di serie B, meno importante. Perché, e in che modo secondo te, anche alcune tematiche legate ai diritti delle donne soffrono di una strisciante discriminazione?

Viene considerata una violenza meno importante perché, anche qui, non tocca direttamente le persone privilegiate.

Anche la narrazione sulle mutilazioni genitali femminili va smontata e ricostruita, ci sono troppi luoghi comuni antropologicamente scorretti su questa pratica, in primis l’idea che sia legata alla religione islamica

Come raccontiamo nel podcast, l’origine è sempre il patriarcato, fondamentalmente la base di ogni violenza di genere - e non solo. Chiaramente, quando si parla di 25 novembre, si cerca di portare alla luce le discriminazioni di genere più diffuse localmente. Siamo il Paese dei femminicidi e dell’abbandono delle survivor, non mi sento di condannare il fatto di concentrarsi su questi temi. Questo, però, non vuol dire invisibilizzare completamente altre questioni, come le MGF.

Migrazione: durante i primi mesi dell'invasione dell'Ucraina, si è parlato molto di come i rifugiati ucraini siano stati trattati, dai Paesi Occidentali, in modo diverso rispetto alle persone provenienti da altre zone di conflitto. Perché? Perché è necessario ribadire, ancora oggi, che essere costretti ad abbandonare la propria casa può succedere a tutti, anche a noi, in un futuro?

La questione della gestione dei rifugiati ucraini e delle discriminazioni contro i rifugiati mi tocca personalmente. In pochi si ricordano che a febbraio io sia stata una delle prime persone che lavorano nell’informazione a parlare dei respingimenti alla frontiera tra Polonia e Ucraina di persone razzializzate, principalmente studenti provenienti da Africa, Subcontinente Indiano e Paesi del Centro e Sud America. Nei primi giorni, prima che qualsiasi altro giornalista bianco confermasse la notizia, ho subito una shitstorm senza precedenti, la cui sintesi era “voi stranieri dovete sempre essere le vittime”. Peccato che poi, appena un giornalista bianco - non faccio nomi, ma era ovviamente un maschio bianco conosciuto nel mondo dell’informazione - ha confermato la notizia, tutti hanno iniziato a crederci.

La dinamica è la stessa che ha portato i Paesi dell’UE ad attivare finalmente la direttiva CE 55/2001 solo per i cittadini ucraini, nemmeno per tutti coloro che vivessero in Ucraina. Il punto è sempre lo stesso: il razzismo

Sempre a causa della narrazione di cui parlavamo prima, molti Paesi sono stati descritti solo come portatori di miseria, scenari di guerra perpetua, di povertà e terrorismo - ma mai che si spieghino quali siano le cause di queste situazioni - mentre quelli Occidentali come portatori di pace e democrazia - anche qua, dimenticandosi che sono stati gli scenari delle peggori atrocità della storia. Se ci fosse vera informazione sul mondo, se si educasse all’empatia, forse le cose cambierebbero.

Cibo etico: tra le varie cause del fenomeno del caporalato c'è lo sfruttamento delle aziende agricole da parte delle catene dei supermercati, che pagano pochi centesimi per chili di frutta e verdura. Si tratta però di dinamiche raccontate poco, pochissimo. Il risultato è un'estrema inconsapevolezza nell'acquisto del cibo.

Il problema della filiera agricola è centrale a livello sociale, eppure è come se fosse completamente invisibilizzato.

Questa necessità di avere tutto 365 giorni l’anno, senza quasi rispettare il ciclo della frutta e della verdura di stagione, il consumismo sfrenato che tocca anche l’alimentazione, e la poca consapevolezza sul fatto che tutto ciò che costa poco ha dietro altri costi - come lo sfruttamento del lavoro - sono la benzina di uno dei peggiori sistemi di sfruttamento generalizzato, quello del caporalato

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Eppure è come se non si percepisca il problema, anche perché, oggettivamente, da un lato abbiamo un potere di acquisti molto basso che quasi obbliga le persone a comprare in maniera inconsapevole per sopravvivere, dall’altro il tentativo di nascondere sotto il tappeto quello che succede nella filiera agricola. C’è tanto lavoro da fare.

Oggi lo sfruttamento del lavoro emerge anche tra le maglie dei lavori legati alle consegne e ai delivery. Si tratta del nuovo volto della schiavitù, eppure si continua a ordinare cibo online e a fare acquisti sulle maggiori piattaforme di e-commerce perché "è comodo". Fa comodo anche dimenticare che questi modelli di business spesso si appoggiano sullo sfruttamento delle persone.

Il sistema del caporalato, oggi, va oltre la sola filiera agricola: lo sfruttamento dei riders, ma anche contratti con condizioni di lavoro indecenti, i contratti di stage, e chi più ne ha più ne metta. Io credo che spesso non ci sia consapevolezza quando si usano certe app di consegna, ma dall’altra parte molte persone immigrate, senza quelle app, non avrebbero nessuna altra opzione di lavoro.

Il vero problema è la condizione di sfruttamento che sta dietro il sistema del delivery, il fatto che nessun sindacato si stia veramente impegnando affinché si crei un contratto collettivo nazionale che possa tutelare i corrieri

Oggi nessun settore lavorativo è esente dallo sfruttamento, dal settore della consulenza a quello della ristorazione. Anche i più puristi comunque, in un modo o nell’altro, contribuiscono alle filiere dello sfruttamento. Il punto è iniziare a esserne veramente consapevoli, iniziare a limitare le nostre azioni, e tentare di smantellare un sistema economico basato sull’eterno profitto dei proprietari delle grandi aziende sulle spalle dei lavoratori.

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