Eugenia Romanelli, l’imprenditrice che ha fondato un brand culturale per riscrivere la contemporaneità

Scrittrice, giornalista ed esperta nell'ambito della comunicazione valoriale, Eugenia Romanelli ha fondato nel 2020 ReWriters, brand culturale che vuole avviare un cambiamento sociale a partire da un concetto ampio di sostenibilità, che abbraccia ogni aspetto della vita. Da questa esperienza oggi Eugenia ha lanciato ReWorld, la start up nata per certificare l'eticità delle aziende. Le abbiamo chiesto di raccontarci il suo percorso

In piena pandemia, quando l'isolamento entrava nella quotidianità di milioni di persone, Eugenia Romanelli aveva la lungimiranza di creare un progetto, ReWriters, che costruiva una comunità incentrata sul bene comune. Un progetto che ha riscosso immediato successo e che è diventato un vero e proprio movimento - con tanto di Manifesto - con l'obiettivo di riscrivere l'immaginario legato a temi come la giustizia intergenerazionale, il cambiamento climatico, i diritti civili, la gender equity e l'antirazzismo.

Ci piace l’idea di accendere con luci brillanti quello che sembra già visto e, se è vero che le differenze sono un valore, che un punto di vista è solo la vista da un punto, per noi quella della molteplicità è l’unica via,

recita il Manifesto di ReWriters.it, che oggi include una testata giornalistica digitale, una galleria d’arte, una collana di libri e un premio annuale indirizzato ai leader del cambiamento.

Oggi, Eugenia Romanelli ha lanciato la start up ReWorld, che rilascia la prima certificazione italiana multi parametrica in ambito etico-valoriale e di buone pratiche, nata in collaborazione con i ricercatori e le ricercatrici del DIAG, Dipartimento di Ingegneria Informatica e Gestionale Antonio Ruberti di Sapienza Università di Roma.

Il certificato si basa sui 16 valori base presenti nel Manifesto etico sviluppato da Rewriters e tiene conto di parametri quali, per esempio, inclusione, sostenibilità, pari opportunità, giustizia sociale, diritti delle minoranze, tutela della diversità, digital responsability, worklife balance e body positivity.

Eugenia, che nel nel 2005 ha ottenuto il riconoscimento DONNAèWEB nell’ambito del Premio Web Italia patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, è oggi una rappresentante attiva del cambiamento sociale. A The Wom racconta il suo progetto.

Partiamo dall'inizio: come sei arrivata a fondare ReWriters.it?

Facevo la mia vita, scrivevo libri, articoli, insegnavo all’università. Mentre stavo lavorando a un mio libro su crisi climatica, ambiente e sostenibilità, intitolato Il corpo della terra: la relazione negata, mi resi conto, facendo qualche calcolo sul punto di non ritorno del surriscaldamento terrestre, che mia figlia avrebbe potuto non compiere 30 anni. Mi venne una tale angoscia (emozione che oggi ha un nome preciso: Climate Despair) che decisi di passare il resto della mia vita facendo il possibile per aprire gli occhi alle persone. Ho mollato tutto e ho aperto un’associazione culturale con un manifesto di 16 punti dedicati ai grandi temi della contemporaneità, che contengono gli obiettivi dell’Agenda ONU 2030, e fondai la testata ReWriters.it per divulgarli.

L’obiettivo era ed è la riscrittura dell’immaginario della contemporaneità per costruire nuovi modelli ispirazionali e nuovi paradigmi capaci di guidare cittadini, cittadine e organizzazioni verso la creazione di una rete valoriale

Che tipo di cambiamento vuole avviare ReWriters e perché si definisce anche un movimento?

Perché è basato sulle pratiche di sorellanza, cooperazione, rete: da soli forse si va più veloci, ma insieme si va più lontano. Non ci può essere alcun cambiamento se qualcuno resta indietro. A cominciare dai giovani e da chi verrà dopo di noi. Il cambiamento virtuoso, oggi, è quello legato all’etica come primo movente di un’identità compiuta e felice, sia a livello personale che di organizzazioni.

Da dove nasce invece l'idea di ReWorld?

Dopo aver posizionato ReWriters (associazione e testata giornalistica) tra i progetti italiani più autorevoli in termini di sostenibilità sociale, mi importava esportare il modello virtuoso anche tra le organizzazioni, creando un network simile: aggregare imprenditori e imprenditrici illuminati, imprese leader del cambiamento.

Come funziona esattamente la certificazione e come è stato selezionato il panel di esperti che vi hanno aiutati a sviluppare il metodo di certificazione?

I punti del Manifesto ReWriters sono diventati un progetto di ricerca dell’Università Sapienza di Roma, Dipartimento di Ingegneria Informatica Automatica e Gestionale (DIAG): ne è scaturito un questionario scientifico basato sulle ricerche internazionali di ultima generazione riguardanti ogni singolo punto del Manifesto. Lo somministreremo alle imprese che vogliono mettersi davanti allo specchio e diventare consapevoli della responsabilità che hanno, insieme all’opportunità di essere dei leader di changemaking: laddove vorranno migliorarsi, laddove il punteggio sul questionario dovesse risultare debole, noi li affiancheremo per rafforzarsi e diventare campioni di buone pratiche in ottica di giustizia intergenerazionale.

La nostra è la prima certificazione etica multiparametro italiana, ossia funziona in ottica intersezionale e non per “fette di torta” separando le problematiche

Sui 16 punti del Manifesto ReWriters, da cui tutto è partito, vigila un comitato scientifico di assoluta eccellenza, composto, tra gli altri, dallo scrittore Erri de Luca, lo psicoanalista Massimo Recalcati, la giudice cassazionista Paola Di Nicola, il Presidente della LAV Gianluca Felicetti, oltre a Fridays For Future, il Presidente dell’associazione Rete Lenford, impegnata nella tutela legale dei diritti delle persone LGBTQIA+, Francesca Vecchioni, founder di Diversity Lab, e tanti altri e altre.

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Oggi sono moltissime le aziende che si spacciano green e inclusive senza esserlo davvero: in che modo ReWorld evita di certificare aziende che fanno "washing"?

La nostra è una certificazione decorativa, non obbligatoria né certificata da altri enti certificatori: noi lavoriamo sull’immaginario, aiutiamo le aziende a diventare consapevoli. Sono percorsi lunghi, non crediamo nell’atteggiamento prescrittivo, dogmatico o minatorio ma lavoriamo sul desiderio: non ci può essere cambiamento profondo senza passare dalla presa di coscienza. Noi aiutiamo le organizzazioni in questo preciso passaggio.

Perché è importante che le aziende oggi siano il motore di un cambiamento e come si è arrivati, secondo la tua opinione, ad aspettarsi che le aziende, più che la politica, promuovano messaggi etici e di inclusione?

La politica ha rinunciato a dialogare con i cittadini che rappresenta: un tradimento imperdonabile che ha come conseguenza la totale perdita di fiducia da parte di organizzazioni e persone. Le organizzazioni, se invece di fare washing si impegneranno davvero nel cambiare le vecchie pratiche viziose in altre che portano, oltre al profitto, anche innovazione socio-culturale e che sviluppano valore in sostenibilità anche sociale, conquisteranno davvero un ruolo determinante in termini di impatto sulla nostra possibilità di salvarci come specie.

A questo proposito, ti chiedo di dare ai lettorə di The Wom qualche consiglio per capire se un'azienda è realmente etica.

Diciamo che, come un’azienda decide di comunicare se stessa, non è una garanzia di etica reale all’interno dei suoi processi, che andrebbe verificata praticamente. È tuttavia una parte importante perché contribuisce alla riscrittura dell’immaginario e determina l’aspetto obsoleto, tossico e disfunzionale dei vecchi modelli organizzati solo ed esclusivamente intorno alla P di profitto. 

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