WomenX Impact: il racconto dell’evento italiano sulla leadership femminile

23-11-2022
There is a special place in hell for women who don’t help other women, ed io vi aspetto tutte in paradiso! È con questa frase di Madeline Albright che conclude il suo talk Cristina Macina, Corporate Communication director Nestlé in occasione dell’evento WomenX impact, un evento ideato da Eleonora Rocca, una delle prime donne a occuparsi di innovazione e strategie digitali in Italia, romana di origini e londinese d’adozione. Un evento creato da donne per altre donne. Ecco il mio racconto di questo forum tenutosi dal 17 al 19 novembre al FICO Eataly di Bologna

WomenX Impact è un evento internazionale dedicato alla leadership femminile, un viaggio unico nel mondo dell’imprenditoria, leadership, carriera, innovazione sostenibile e molto altro, tutto in chiave femminile.

In Italia meno di un terzo delle posizioni dirigenziali sono occupate da donne: questo dato ci dovrebbe far riflettere su quanto ancora ci sia da fare. WomenX impact è un’opportunità per ascoltare grandi menti e condividere idee innovative

Il palinsesto è stato ricco di molti nomi di aziende autorevoli e si è articolato in 4 sale in contemporanea. Su questi palchi tantissime donne hanno raccontato la loro storia personale e professionale con lo scopo di poter ispirare gli altri. Tanti sono stati inoltre i workshop formativi pratici e le occasioni di confronto e networking come la cena di gala.  

Ma chi sono queste donne che hanno messo a disposizione le loro competenze , esperienze personali e professionali per aiutare ed ispirare gli altri? Conosciamole insieme! 

Un momento dell'evento

Partiamo da Benedetta De Cecco, social media manager e project manager di WomenX Impact, colonna portante dell’evento stesso.

Ciao Benedetta, ci puoi raccontare com’è nata la tua collaborazione con WomenX Impact? 

Sono entrata in WomenX Impact quasi per caso. Ero in un momento di crisi personale da un punto di vista lavorativo e non solo, e ho avuto il coraggio di raccontare questo momento di difficoltà e chiedere supporto (cosa che non amo fare per carattere) a una persona che stimo molto, Giulia Lapertosa, che conoscevo solo attraverso i social e con la quale non avevo mai parlato prima. Poi tramite un incredibile passaparola in rosa, Giulia mi ha fatto conoscere Eleonora ed è scattata subito la scintilla. Non è una meravigliosa dimostrazione di empowerment femminile?

Certo, lo è. Hai tenuto inoltre uno speech durante l’evento. Qual era il titolo dello speech e su cosa era incentrato? 

Dreamability. Questo è stato il titolo del mio speech, un intervento motivazionale e ispirazionale con il quale, raccontando le varie sfaccettature della disabilità ma soprattutto mettendo a nudo la mia esperienza personale, ho voluto lasciare un messaggio al pubblico presente in sala e da casa: quello di superare i momenti di crisi rincorrendo sempre ciò che ci rende felici e i nostri sogni, quelli possibili.

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Super interessante davvero e posso dirlo in quanto ero lì in platea ad applaudire! Un’ultima domanda: essere donne con disabilità in certi contesti è ancora purtroppo considerata una situazione di doppia discriminazione: secondo te qual è il livello di inclusione nei vari ambiti della società rispetto agli uomini con disabilità? 

Credo che le donne con disabilità, oltre a subire tutte le discriminazioni delle donne normodotate in tutti gli ambiti (lavorativo, sociale, amicale) abbiano un altro grande ostacolo da superare rispetto agli uomini, ovvero quello legato al proprio corpo, alla bellezza, alla seduzione. Veniamo spesso viste come angeli asessuati, come delle eterne bambine “sedute su una macchinina giocattolo” perdendo - agli occhi esterni - tutte quelle caratteristiche che una donna può avere e scegliere di manifestare o meno. Se io decidessi di vestirmi in modo seducente o provocante, di mettermi qualche trucco in più o di esaltare in altro modo il mio corpo, so per certo che nell’80% delle persone il primo pensiero sarebbe “guarda come si è conciata quella, ma può una ragazza con disabilità mettersi così in mostra?

Grazie Benedetta! 

Chiara Longhi, a sinistra, insieme a Daniela Cerrato, Direttrice Marketing di Mondadori Media

Passiamo ora a un’altra giovane e ambiziosa donna, Chiara Longhi - Digital Innovation Principal, APJ @ Amazon Web Services. Due sono stati i momenti in cui è stata protagonista: uno speech dal titolo “Diventare una leader in Tech - i tre insegnamenti più importanti che ho ricevuto” e il suo workshop “Emotional intelligence for leadership and success”

Ciao Chiara, puoi dare un piccolo consiglio ai giovani e alla Gen Z su quali sono le soft skill che questa generazione può sviluppare e come si può migliorare la propria leadership anche attraverso l’intelligenza emotiva? 

A prescindere da quale sia la generazione a cui tu appartenga, da che lavoro tu faccia o voglia fare, o da quale sia la strada che tu voglia intraprendere, l’intelligenza emotiva (I.E) rappresenta una skill essenziale se vuoi avere successo, e ancor di più se vuoi ricoprire posizioni di leadership.

Il mio consiglio è innanzitutto quello di effettuare un test per capire il tuo quoziente di intelligenza emotiva (QE), e in questo contesto suggerisco di acquistare il libro Intelligenza 2.0, che al suo interno contiene un codice di accesso a un test di I.E certificato. Una volta ottenuto il punteggio (misurato in scala 1-100), è consigliabile lavorare con costanza per aumentarlo.

Infatti, l’ottima notizia è che l’intelligenza emotiva puo essere considerevolmente migliorata e sviluppata grazie alla neuroplasticità del cervello

L’intelligenza emotiva è composta da 4 elementi principali: la consapevolezza di sé (riconoscimento delle proprie emozioni, limiti, punti di forza), l’autogestione (autocontrollo), la consapevolezza sociale (riconoscimento delle emozioni, limiti, punti di forza altrui), e la gestione degli altri (comunicazione, cooperazione, gestione conflitti ecc).

Prima si inizia a educarsi sull’argomento, prima si potrà iniziare un percorso conscio di miglioramento, e prima si potrà beneficiare dei risultati di un alto quoziente di I.E. Ci sono poi una serie di consigli di cui ho fatto tesoro negli ultimi 10 anni, un mix tra lezioni imparate da miei sbagli passati, e tips ricevuti da colleghi, mentori, manager con cui ho avuto la fortuna di lavorare. Anni fa ho messo tutto insieme, creando il mio “manifesto” personale, uno strumento che tuttora mi aiuta a prendere decisioni e fare scelte che siano in linea con i miei valori e obiettivi personali. Eccone una parte:

Manifesto di Chiara:

  • Come compagna, non trattare la tua relazione come una transazione lavorativa.
  • Come mamma, “love first, bitch later”.
  • Come sorella, realizza che essere differenti non comporta che una delle due sia giusta e  l’altra sbagliata. Si puo essere diverse e comporre bellissima musica insieme.
  • Come collega, cerca di capire prima di giudicare.
  • Come mentore, pratica empatia, ma non dimenticarti dell’esecuzione.

E non scordarti mai di questo:

  • If there is a will, there is away.
  • Se non chiedi, non riceverai.
  • Non lasciare che la paura si metta di mezzo.
  • Stay true to yourself, prima di chiunque altro.
  • Qualsiasi cosa tu faccia, falla bene.
  • Tratta qualsiasi interazione come un’opportunità di fare differenza
  • Non comparare mai te stesso agli altri, non esiste  via più veloce per l’infelicità
  • Nessuna azienda vale la tua felicità, salute, e rispetto per te stesso. Work to live, not the other way around.

Lavorare per vivere e non viceversa, dovremmo davvero tutti fare tesoro delle sue parole e da questi preziosi consigli , grazie Chiara! 

Nicoletta Iacobacci

Tra i corridoi frenetici ed emozionanti di WomenX Impact ho raggiunto Nicoletta Iacobacci, studiosa e scrittrice, autrice di diversi saggi, esperta in etica e tecnologie emergenti, con particolare attenzione agli effetti del progresso tecnologico sulla coscienza collettiva, una vera pioniera nella comunicazione digitale e nei linguaggi visivi. Iniziamo una chiacchierata anche con lei.

Parliamo del suo libro l’Etica è Donna: come mai l’etica è donna? Oppure questo titolo è una provocazione?

È sicuramente una provocazione ma è vero, l’etica è donna. Morfologicamente, noi donne siamo tarate in maniera differente, mi spiego meglio: l’uomo se ha una sfida deve arrivare al risultato guardando poco alle conseguenze, mentre per le donne non è così. Per questo devono lavorare insieme, uomini e donne. Se così non fosse avremo problemi per il futuro delle generazioni che verranno. L’etica è donna anche perché a livello tecnologico le donne hanno avuto poco spazio, parlo almeno per la mia generazione, mentre oggi le donne hanno un importante ruolo decisionale e attorno a me vedo tante donne determinate. L’etica è donna è stato un viaggio a ritroso per cercare di capire il motivo per il quale è nato il patriarcato. Cosa c’era prima del patriarcato? C’erano delle società gestite anche da donne ed erano società molto più serene, non c’era la guerra. Oggi ai tavoli di guerra ci sono solo uomini, non c’è una donna. La donna è multitasking, può sembrare una parola banale, ma è effettivamente così. L’etica è donna nasce dunque per motivare le giovani donne.

A proposito di giovani donne, la Generazione Z è molto più sensibile a questa tematica. Le risulta?

Sí, questa è la generazione più empatica che abbiamo, soprattutto perché il problema energetico e del cibo, ad esempio, è un problema, purtroppo, di questa generazione. Abbiamo il dovere di rafforzare quello che ci differenzia dalla tecnologia per non farci sovrastare da essa.

Noi adulti cosa possiamo dare a questa generazione? 

Io credo nella circolarità delle relazioni, ovvero noi adulti dobbiamo imparare dai giovani, e credo nel reverse mentoring. Un esempio: Jack Welch CEO della General Electric ha instaurato il reverse mentoring nel periodo di nascita di internet, dando a dei ragazzi il potere di insegnare agli anziani cosa significasse l’internet. Credo che sia questo il segreto: i ragazzi insegnano, gli adulti scendono dal pero, imparano. Nella circolarità si fa la differenza. 

Intelligenze artificiali proibite: chi lo decide?

Per adesso la Commissione Europea ha preso questa importante iniziativa. Però non la chiamano proibita ma responsabile. Perché? Perché se dici la parola proibito è la prima cosa che fai. Cosa potremmo ottenere così?

Grazie dott.ssa Iacobacci per queste preziose parole!

Miriam Frigerio

Il tempo di finire questa intervista e scappo a un altro speech di un'altra straordinaria donna al fianco delle donne, la dottoressa Miriam Frigerio, nata nella comunicazione e formatasi nel marketing, dopo diverse esperienze in agenzia e azienda, dal 2003 lavora in Sorgenia, dove ha seguito l’evoluzione del posizionamento e della comunicazione. Convinta sostenitrice della centralità del contenuto e delle parole come strumento di analisi della realtà, considera il brand come l’identità di un’azienda, costruita sui valori che ne esprimono la visione del mondo. Durante il suo speech dal titolo Sempre25Nomembre: per combattere la violenza non basta un hashtag ci ha raccontato la storia, i motivi e i contenuti della campagna #sempre25novembre, che ha come obiettivo quello di ricordarsi che ogni giorno c’è bisogno di riflettere sulle forme di violenza e discriminazione che avvengono nel mondo del lavoro e nella vita privata. Un percorso che è diventato molto più di una campagna aziendale, che ha coinvolto addettə ai lavori, associazioni e docentə universitari, ma anche e soprattutto molte donne che grazie a questo si sono incontrate e messe in gioco per un raggiungere un importante obiettivo comune.

Dottoressa Frigerio, perché non dovremmo parlare di violenza di genere solo il 25 Novembre?

Perché un giorno non basta. Tutti i giorni, anche in Italia, anche negli ambienti che sembrano apparentemente immuni da questo fenomeno, ci sono donne che vivono situazioni di violenza, che non è solo quella fisica, ma anche quella psicologica, verbale, economica, digitale. Tutti i giorni bisogna rendersi conto di dire no, indipendentemente se si è uomini o donne, bisogna considerare che questo è un problema di tutta la società. Infatti, quest'anno l'iniziativa per il 25 Novembre ha come sottotitolo Non ti voltare, perché un fenomeno che ha coinvolto un terzo delle donne italiane evidentemente ha coinvolto la totalità della popolazione italiana come genitori, amici, parenti, colleghi e non possiamo restare in silenzio e voltarci dall'altra parte.

Secondo lei quanto la Generazione Z è sensibile a queste tematiche?

Credo che la situazione sia ambivalente, nel senso che la Generazione Z è meno sensibile perché grazie al cielo è cresciuta senza i bias di genere che aveva ad esempio la mia generazione, quindi apparentemente per loro il problema della diversity tra uomo e donna esiste meno. Il problema subentra a due livelli: uno con l'ingresso nel mondo del lavoro e con il confronto della società più adulta dove, soprattutto le ragazze, si rendono conto che, quello che fino ad ieri sembrava un mondo nel quale avevano le stesse opportunità dei compagni di scuola, poi non è più così, come ad esempio nelle difficoltà che si incontrano a livello sociale e nel mondo del lavoro nei confronti delle donne.

Più in generale le difficoltà e i bias che le ragazze incontrano sono quelli di cui a livello sociale siamo meno consapevoli, come la violenza verbale, la violenza economica, il cat-calling e l'assurdità di confonderlo con un complimento

Dunque queste sono realtà con le quali i giovani si confrontano dopo, cogliendoli impreparati. In questo caso i social, il mondo del gaming, twitch sono mondi che si pongono con una doppia faccia, perchè sembra di avere tutti le stesse opportunità e poi invece ci si rende conto, soprattutto nel mondo del gaming, che le donne vengono ermarginate. Fortunatamente le ragazze hanno più alleati nei ragazzi giovani di quanto non avessero invece le persone che hanno la mia età e questo mi fa sperare in positivo per la sostenibilità sociale e futura per la creazione di una società in cui tuttə, indipendentemente da quello che vogliamo, siamo, facciamo, siamo liberi di essere noi stessə.

Benedetta de Luca, a sinistra, insieme a Fiorella Passoni

Tra tutte queste donne autorevoli conosciamo anche la dottoressa Fiorella Passoni, CEO e General Manager Edelman Italia, una professionista della comunicazione con oltre 30 anni di esperienza, la maggior parte dei quali trascorsi in Edelman – la più grande azienda indipendente di comunicazione integrata – ricoprendo ruoli globali, regionali e locali nel business, nello sviluppo dei talenti e nell’apprendimento. Negli anni Fiorella ha affrontato e risolto sfide di business in una pluralità di settori, creando strategie di comunicazione volte a costruire fiducia, consolidare la reputazione, fidelizzare i consumatori e coinvolgere tutti gli stakeholder nel rispetto di una clientela altamente differenziata.  Membro del Global Strategy Committee, del Global Trust Barometer Committee e dell’EMEA Leadership Team, Fiorella guida l’evoluzione di un nuovo modello di comunicazione che aiuta i clienti a creare relazioni dirette con i consumatori, in cui la creatività – guidata dai dati, insight e tecnologia – è l’elemento chiave per la risoluzione dei problemi aziendali. Un approccio “earned at the core and social by design”: idee semplici e originali per una comunicazione empatica, trasparente e incentrata sull’azione. Ha portato sul palco uno speech dal titolo “L’approccio alla diversità attraverso l’ascolto” con l’idea di ripercorrere una lunga carriera vissuta all’insegna del confronto con una pluralità di culture, esperienze e vissuti diversi. Una carriera volta a cogliere il cambiamento, dove la capacità di tendere l’orecchio in modo proattivo è stato l’elemento chiave per la costruzione di una leadership positiva.

Fiorella, è un piacere conoscerla. Volevo chiederle quanto la Generazione Z premia i brand inclusivi e come fa un brand per esserlo effettivamente?

La Gen Z è molto attenta all’aspetto valoriale dei brand. Lo rivelano i dati delle indagini di Edelman, ma è qualcosa che osservo anche nella mia quotidianità, sia perché ho un figlio di 22 anni sia perché ho l’opportunità di lavorare con tanti giovani professionisti. Si tratta di una community di persone autentiche, che scelgono i brand in base alle proprie convinzioni personali e che le aziende devono sforzarsi di comprendere in maniera più profonda. Siamo davanti ad una generazione che ha voglia di far sentire la propria voce, che più di tutte sente la pressione dei problemi sociali e, soprattutto, l’urgenza di doverli risolvere. Un tema che ho affrontato nella mia presentazione qui a WomenX Impact è stato quello per cui, oggi, ci troviamo di fronte ad un cambio di paradigma da “Business in Society” a “Society in Business”. Una nuova realtà, in cui tutti gli stakeholder chiedono al settore privato di intervenire sulle questioni sociali più importanti, proprio perché sono convinti che aziende e brand abbiano il potere di realizzare un cambiamento reale. Un esempio di ciò che le imprese possono fare per migliorare la società è quello di fornire soluzioni concrete alle problematiche legate alla Diversity, Equity & Inclusion. Attraverso il proprio operato, i brand devono fare la differenza nel mondo, abbracciando le tensioni sociali, generando un impatto reale a beneficio delle persone e rispondendo alle sfide che interessano la popolazione globale.

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