La vittimizzazione secondaria è violenza: cosa racconta il “caso Grillo” dei processi per stupro

La vittimizzazione secondaria è un modo per intimidire e umiliare chi denuncia una violenza, mettendo in dubbio la sua versione dei fatti e costringendola a rivivere il trauma subito. Sebbene la Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha firmato nel 2013, all’articolo 18 preveda di evitarla e di «proteggere tutte le vittime da nuovi atti di violenza», si verifica ancora regolarmente nei processi per stupro. Ciò che è avvenuto lo scorso 14 dicembre al tribunale di Tempio Pausania ne è testimonianza: ecco cosa è successo

Degradanti e insistenti: le domande che Antonella Cuccureddu - l’avvocata di uno dei quattro imputati nel processo di violenza sessuale di gruppo in cui è coinvolto anche Ciro Grillo, figlio di Beppe Grillo – ha rivolto alla parte offesa durante la deposizione disattendono le indicazioni della Convenzione di Istanbul e ricalcano uno dei meccanismi tipici dei processi per violenza sessuale: a differenza di altri iter giudiziari, la vittima deve dimostrare di aver subìto il reato. Nel caso dello stupro, infatti, o si dimostra che non c’è stata nessuna violenza o si punta tutto sulla mancanza di credibilità della vittima.

Questo è il percorso seguito dalle domande di Cuccureddu – che non ripeteremo né diffonderemo – e pensato appositamente per smontare un’accusa, quella di stupro, e dimostrare che invece che il rapporto con “Silvia” (il nome di fantasia utilizzato sui media) era consensuale.

La vittima che dev’essere “abbastanza vittima”

«Se vogliono sfuggire a una violenza sessuale, le donne possono farlo in qualsiasi momento»: secondo i dati Istat lo crede il 39,3% degli uomini e il 20% ritiene che gli stupri siano causati dall’abbigliamento provocante.

Su queste convinzioni si crea terreno fertile per la legittimazione di domande come quelle poste dall’avvocata Cuccureddu. Anche se diverse sentenze della Cassazione adottano il criterio del consenso, rimane ancora solidamente radicata l’idea che lo stupro preveda una resistenza da parte della vittima

In realtà, grazie al contributo di diversi studi scientifici, oggi sappiamo che le reazioni a una violenza sessuale possono essere assolutamente diverse e soprattutto che non tutte sono in grado di difendersi, specie se hanno assunto alcool o sostanze: un aspetto che comunque costituisce un’aggravante nell’ordinamento italiano.

Le conseguenze della vittimizzazione secondaria su chi subisce violenza

Poiché è facile riscontrarla in ogni passaggio dell’iter giudiziario, la vittimizzazione secondaria è un forte deterrente alla denuncia della violenza sessuale e domestica: ciò che infatti risulta particolarmente grave, nell’episodio del processo a Grillo e i sui compagni, è la conseguenza diretta che questi interrogatori hanno su chi, avendo subìto una violenza, intende denunciare o si trova già coinvolta nel processo.

Si tratta di una violenza ulteriore che si aggiunge alla violenza già subìta per cui occorre ribadire che se sei costretta a un rapporto orale non basta mordere, perché qualcuno che ti costringe a un rapporto orale non sai a quali livelli di violenza potrebbe arrivare. Sottrarsi a una violenza, a prescindere dallo stato di coscienza in cui ci si trova, non è sempre possibile.

Come sottolinea la scrittrice femminista Giulia Blasi il punto non è l’avvocata in questione. Ma il fatto che la strategia di vittimizzazione secondaria utilizzata per invalidare la vittima sia ammissibile: «Antonella Cuccureddu fa il suo mestiere, e lo fa con tutta la spregiudicatezza che le è consentita, perché il suo mestiere, in questo momento, è difendere qualcuno che è accusato di un crimine orrendo in maniera molto credibile, con tanto di video. Distruggere l’accusa sotto il profilo della credibilità e della tenuta psicologica potrebbe essere l’unico modo per arrivare a un pronunciamento favorevole per i suoi assistiti. Che questa strategia sia ammissibile e possa funzionare, quello è il vero problema: ed è su questo che dobbiamo concentrarci».

L’attendibilità a tutti i costi: il progetto STEP indaga i pregiudizi sulle donne in ambito giudiziario

L’attendibilità a tutti i costi è un parametro utilizzato con precisa severità solo per le donne, anche nei processi: è quanto emerge dal progetto STEP che indaga gli stereotipi e i pregiudizi nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nei media.

Nelle 283 sentenze analizzate - per reati riconducibili alla violenza di genere - ricorre sistematicamente un’aggettivazione edificante (attendibili, credibili, lineari, congruenti) nella descrizione delle dichiarazioni rese della parte offesa: garantire l’accuratezza della testimonianza riproduce specifici stereotipi. Ovvero: donna che denuncia, sei credibile solo se “lucida, attendibile, credibile, lineare, congruente”. 

Le sentenze analizzate dallo studio, per puntellare ancora di più la solidità della narrazione proposta dalla vittima, ricorrono in diversi casi ad ulteriori «marker di credibilità» che valorizzano la testimonianza della vittima ma in parte riproducono una rappresentazione stereotipata della donna e delle relazioni di genere.

Non vale per gli uomini, per cui la violenza eventualmente commessa è ascrivibile alla dimensione dell’emotività, del raptus, della gelosia, della normale litigiosità all’interno di una coppia.

Ad esempio, tra gli esempi riportati dal progetto, una sentenza del Tribunale di Palermo recita che «l’imputato ha sostanzialmente ammesso frequenti e violente liti in seno alla relazione affettiva e di convivenza con la persona offesa, sminuendo la gravità delle stesse, quasi riportandole a un normale confronto interno alla coppia».

Dimostrare di dover essere credibili in un processo per violenza, a fronte di un sistema giuridico che invece è più indulgente con le motivazioni degli uomini “emotivi, in preda alla gelosia”: questo dimostra la disparità di un sistema giuridico dove la "vulnerabilità" è una condizione di accusa per le donne mentre diventa un'attenuante per gli uomini.

La credibilità di chi denuncia, infatti, è ancora minata dal suo status e dal suo genere, dagli stereotipi che incombono sul comportamento ritenuto corretto in quanto donna, dalla granitica convinzione per cui il consenso non sia la presenza di un sì. Ma semplicemente la mancanza di un no.

Al centro dell’attenzione non è mai il punto di vista di chi denuncia, ma da chi è il presunto carnefice: la preoccupazione non è quella di comprendere o stabilire la veridicità dei fatti, quanto di scagionare l’accusato

La vittimizzazione secondaria ha a che fare con la disparità di potere e con la cultura dello stupro di cui la nostra società resta intrisa: rendersene conto a livello collettivo è urgente, oltre che necessario.

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