La storia di Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson, madrine dei moti di Stonewall

I moti di Stonewall hanno messo a segno un punto di svolta importante per la comunità LGBTQIA+ e ripercorrerne la storia, in particolare nel mese di giugno dedicato al Pride, ne evidenzia la portata politica e rivoluzionaria. Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson sono state personalità chiave negli avvenimenti di quei giorni: scopriamo la loro storia tra leggenda e realtà

È una calda notte di luna piena quella del 28 giugno del 1969 a New York: allo Stonewall Inn, locale di riferimento per la comunità LBGTQIA+, la clientela sta ballando e si sta divertendo. Proprio quella sera, la polizia fa irruzione. È un’operazione di routine: i raid nei cosiddetti «gay bar», sono all’ordine del giorno.

 Lo Stonewall Inn di New York
Lo Stonewall Inn di New York

Come molte altre volte, il locale viene chiuso e la clientela viene cacciata o arrestata per «unnatural attire or facial alteration»: ogni manifestazione pubblica di un’identità di genere non conforme è un reato (così come la sodomia) e, nello stato di New York, così sarà fino al 1980

Tuttavia, è in quella notte che accade qualcosa di inaspettato: le persone rifiutano di lasciare il locale e oppongono resistenza tanto da creare una vera e propria sommossa. Si ribellano agli arresti, tra grida e lanci di oggetti.

I moti di Stonewall
I moti di Stonewall

Presto si capisce che la rivolta non ha a che vedere solo con la chiusura del locale, ma ha carattere più ampio. Iniziano a echeggiare gli slogan «Gay Power», insieme a «Black Power» delle Pantere Nere.

Dopo diverse ore di scontri, la polizia riesce a ristabilire l’ordine. Ma la sera successiva gli scontri riprendono più di prima, con centinaia di persone pronte alla lotta.

Tra coloro che hanno dato vita a questi moti vi sono Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson, pilastri dei moti di Stonewall e fondamentali nella storia della comunità LGBTQIA+.

Sylvia Rivera: una vita di rivoluzione

Attivista transgender, sex worker, drag, homeless: Sylvia Rivera è stata pioniera nel rappresentare e tenere insieme le battaglie della comunità LGBTQIA+. La sera dell'irruzione allo Stonewall Inn, furono i suoi gesti a dare avvio alla rivolta. Alcune storie narrano il lancio di una bottiglia, altre di una scarpa col tacco: in ogni caso, Rivera ha avuto un ruolo chiave nelle proteste, tanto da diventarne il simbolo.

La cosa più bella di quella sera fu vedere la rabbia sulle facce delle persone picchiate, avevano il sangue in faccia e sul corpo e non scappavano, tornavano indietro. Continuavamo a tornare indietro perché non ce ne fregava niente di morire. Volevamo lottare per quello in cui credevamo: era la nostra serata

La storia della sua vita racconta molto della tenacia con cui ha portato avanti rivendicazioni e battaglie.
Di origini portoricane e venezuelane, nasce nel 1951 a New York. A tre anni rimane orfana e va a vivere con sua nonna. La nonna non approva che la nipote, il cui sesso assegnato alla nascita era maschile, avesse modi e interessi giudicati da lei femminili. A causa delle tensioni nate in famiglia, Rivera scappa di casa e a 11 anni comincia la sua attività da sex worker.
Si unisce in seguito alla comunità Drag di New York, che diviene così la sua seconda famiglia.

Dopo i fatti di Stonewall, nel 1970 entra a far parte della Gay Activist Alliance e fonda nello stesso anno, insieme a Marsha P. Jhonson, la Sweet Transvestite Action Revolution (STAR): un’associazione dedicata a proteggere le giovani persone transgender discriminate.

Verso gli inizi degli anni 90 si trasferisce a Tarrytown, dove continua a dedicarsi alle esibizioni in spettacoli come Drag Queen. Continua a impegnarsi nell’attivismo, ma si rende presto conto che nella comunità LGBTQIA+ le battaglie per i diritti delle persone transgender sono poco considerate, se non osteggiate.
Infatti, già nel 1973 alcune attiviste lesbiche si oppongono alla sua presenza come speaker nelle celebrazioni di Stonewall.

Nel 1994 verrà respinta dalle persone che organizzavano il Pride di quell’anno. Rivera decide quindi di organizzare una marcia illegale, insieme a un altro gruppo di persone manifestanti che non erano state accettate nel corteo.

Anche a causa di queste delusioni, Rivera comincia ad abusare di sostanze e tenta il suicidio due volte: nel 1994 e nel 1995. Muore nel 2002, a causa di un tumore al fegato. Ma la sua battaglia non si è arrestata nella comunità LGBTQIA+.

Marsha P. Johnson, il potere della libertà

Marsha P. Johnson è stata ed è una figura iconica per la comunità LGBTQIA+. Nel giugno 2020 Google le ha dedicato un Doodle per giornata del Pride. RuPaul l’ha definita «la vera Drag Mother».

Dice di lei l’amica e compagna di lotte Rivera:

Marsha e io eravamo delle liberatrici. La gente di strada e le Drag Queen erano l’avanguardia del movimento

Marsha P. Johnson nasce nel 1945 in New Jersey. Racconta che già all’età di cinque anni inizia di nascosto a sperimentare l’utilizzo di vestiti femminili. Quando dirà a sua madre di pensare di essere gay questa risponderà «essere gay è peggio di essere un cane». Dopo il diploma, anche a causa delle difficoltà che ha con la sua famiglia di origine, si trasferisce a New York. Qui cambia il suo nome in Marsha P. Johnson.

A chi le chiede per cosa sta la P, risponde: «Pay it no Mind!» (Non pensarci!).

In quegli anni diventa molto famosa come Drag Queen, è tra le più note della città. Viene fotografata anche da Andy Warhol. La storia vuole che, insieme a Sylvia Rivera, Marsha P. Johnson sia stata una delle persone ad aver dato inizio alla rivolta del 28 giugno, anche se Johnson stessa affermerà di essere arrivata allo Stonewall Inn quando i moti erano già iniziati.

È innegabile comunque che sia stata una figura di riferimento per l’attivismo transgender degli anni ‘70, in particolare per la sua lotta contro l’AIDS e con la fondazione della Sweet Transvestite Action Revolution insieme a Rivera, la prima associazione fondata da una donna transgender e nera.

Il suo impegno è ancora ricordato: a lei è intitolata il Marsha P. Johnson Insitute, che supporta le donne transgender e nere in situazioni di difficoltà.

A partire dagli anni ‘80 Marsha P. Johnson inizia a soffrire di problemi di salute mentale, non ha una fissa dimora e trova sostentamento dal suo lavoro di sex worker. Nel luglio 1992, il suo corpo viene trovato senza vita nel fiume Hudson. Il caso viene archiviato rapidamente come suicidio, nonostante secondo molte persone questa tesi non fosse credibile. Infatti, molte testimonianze riportano che sul capo di Johson vi fosse una ferita e che un uomo si vantasse di averla uccisa.
Nel 2012 l’attivista Mariah Lopez riesce a fare riaprire il suo caso, ma per mancanza di prove la polizia riclassifica la causa della sua morte come sconosciuta.

A lei è dedicato anche il documentario di Netflix del 2017 The Death and Life of Marsha P. Jhonson, dove l'attivista americana Victoria Cruz indaga sulla sua morte.

STAR: la prima associazione a tutela delle persone transgender

La Sweet Transvetite Action Revolution (STAR), fondata da Jhonson e Rivera, è stata un’associazione con lo scopo di proteggere le giovani persone transgender discriminate. In quegli anni, le associazioni transgender incontrano non poche difficoltà a essere prese in considerazione nella comunità. Anche le donne lesbiche  non vedono di buon occhio le persone transgender, accusandole di non aderire al profilo del genere femminile. A causa di questi problemi e delle difficoltà nel reperire i fondi necessari, la STAR fallisce.

Ma il nuovo attivismo transgender, di cui la STAR è stato capostipite, è riuscito a creare le basi una coesione identitaria della comunità LGBTQIA+ e che ha visto il suo sviluppo negli anni a venire

Per questo, le storie di Johnson e Rivera - con l’aura di mistero e di leggenda che caratterizza le loro vite -  sono fondamentali per la comunità transgender che ha lottato e ancora sta lottando per il riconoscimento dei propri diritti.

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