“Mai dati”: l’inchiesta che denuncia l’assenza di dati sulla legge 194

In Italia come, dove e quando si può accedere all’aborto? Una domanda che può sembrare semplice ma che nasconde delle insidie. Queste informazioni non sono facili da trovare e laddove disponibili spesso non sono aggiornate. “Mai dati. Dati aperti (sulla 194). Perché sono nostri e perché ci servono per scegliere”, l'inchiesta delle giornaliste Chiara Lalli e Sonia Montegiove, nasce dall’esigenza di trovare una risposta a domande come questa

Nel 2020 sono state notificate 66.413 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) in Italia, pari a un tasso di abortività di 5,4 IVG ogni 1000 donne tra 15 e 49 anni: tra i più bassi a livello globale.

Il punto di partenza per conoscere questi dati è l’Istat che, annualmente, li raccoglie e da cui viene redatta la relazione che ogni anno il ministero della Salute trasmette al parlamento:

si tratta di un report in cui sono contenuti i dati relativi all’attuazione della L.194/78 e che stabilisce le norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza

L’ultima relazione al Parlamento è stata pubblicata nel settembre 2021 e riporta i dati definitivi relativi agli aborti volontari eseguiti nel 2019, nonché i dati provvisori relativi al 2020. Inoltre sono presenti solo i dati nazionali e regionali, cioè dati chiusi, aggregati solo per regione. Che cosa implica ciò? L’impossibilità di valutare realisticamente l’accesso all’IVG in Italia.

Come spiegano Chiara Lalli e Sonia Montegiove, non basta conoscere la percentuale media degli obiettori per regione per sapere se l’accesso all’IVG è davvero garantito in una determinata struttura sanitaria:

occorre sapere, tra i non obiettori, chi esegue realmente le IVG (in alcuni ospedali alcuni non obiettori eseguono solo ecografie, oppure ci sono non obiettori che lavorano in ospedali nei quali non esiste il servizio IVG, e quindi non ne eseguono)

Attualmente si è in attesa della pubblicazione della successiva relazione che è stata trasmessa in Parlamento l’8 giugno 2022, ma ancora non è possibile consultare i dati e le tabelle. Come specifica Montegiove «il Ministero ha una tabella con tutti i dati che però non pubblica. Le regioni hanno queste informazioni aggiornate trimestralmente, ma le regioni non le pubblicano, anche le aziende sanitarie le hanno almeno aggiornate trimestralmente perché hanno l'obbligo statistico, ma questo dato non viene pubblicato».

Come nasce l’indagine Mai dati

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Il libro-inchiesta Mai dati parte da lontano: bisogna risalire almeno a dieci anni fa, quando entrambe le giornaliste – Lalli e Montegiove – facevano parte della rete Wister (Women for Intelligent and Smart TERritories): «ci era venuta in mente l'idea di realizzare una mappa che potesse aiutare le donne a individuare la struttura ospedaliera che aveva una percentuale di obiettori più bassa nell'ambito della propria regione. L'idea era nata dalla condivisione di alcune storie di donne che ci avevano raccontato della difficoltà nel trovare la struttura giusta», racconta Montegiove.

Dall’idea di una mappa che promuovesse l’uso del digital, migliorando l’esperienza quotidiana delle vite delle persone sul territorio, nasce Mai dati: le giornaliste hanno provato a mappare la reale presenza di medici ginecologi, anestesisti e operatori sanitari obiettori attraverso le richieste di accesso civico generalizzato, il FOIA (Freedom of information act). 

La normativa permette ai cittadini di accedere a dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni e ha consentito di cominciare la raccolta dati sulle strutture sanitarie

Un lavoro non semplice perché, come spiegano le giornaliste, nella fase di raccolta dati nelle diverse strutture «sono arrivate risposte cartacee, risposte scritte a penna che abbiamo dovuto trascrivere, quindi abbiamo avuto anche il timore di aver trascritto male, per cui ci siamo rilette e dettate quelle informazioni 4-5 volte al telefono, con la paura di scrivere qualcosa che non fosse corretto, per poi renderci conto chiaramente che quando abbiamo finito il giro i dati erano già vecchi, ed è questo il valore dell'avere un dato aperto da parte della pubblica amministrazione», dice Montegiove.

Non tutte le strutture hanno risposto e a volte è stata necessaria un’ulteriore richiesta di sollecito. L’inchiesta ha individuato 31 strutture (24 ospedali e 7 consultori) con il 100% di obiettori di coscienza, a cui se ne aggiungono quasi 50 con una percentuale superiore al 90% e più di 80 con un tasso di obiezione superiore all’80%

Il quadro tracciato ha stupito le autrici:

nessuno aveva immaginato neppure che potessero esistere in Italia degli ospedali e dei consultori con un 100% di obiezione e invece questo dato è emerso

Montegiove continua dicendo: «Ci aspettavamo anche percentuali alte però che in un ospedale ci potessero essere solo obiettori di coscienza e magari quell'ospedale fosse anche punto per l'interruzione volontaria di gravidanza, perché non tutte le strutture ospedaliere lo sono».

Perché i dati da soli non bastano

Lalli e Montegiove dimostrano come la relazione annuale, basata su dati aggregati, chiusi e non aggiornati, sia uno strumento parziale di comprensione di un fenomeno.

I dati raccolti dalle giornaliste portano alla luce degli aspetti trascurati dalla relazione del Ministero della Salute. Infatti, non basta fare una divisione tra obiettori e non obiettori, c’è una terza categoria: i non obiettori che non praticano IVG perché lavorano in ospedali dove non c’è il centro IVG oppure perché impegnati in altri servizi.

«C'è sicuramente un problema grandissimo di formazione e conoscenza, per cui a una stessa domanda ricevi 15 risposte differenti che si appellano a decreti diversi. Inoltre, abbiamo registrato un'ignoranza diffusa anche rispetto alla possibilità e necessità di apertura dei dati. Bisognerebbe fare un'azione di sensibilizzazione nei confronti degli amministratori, dei politici, ma anche dei dirigenti della PA, facendo comprendere loro che l'apertura dei dati non va a discapito della pubblica amministrazione, ma anzi ne mette in evidenza il valore», afferma Montegiove. Poi continua:

saper raccogliere, gestire in maniera adeguata e poi aprire, laddove possibile, i dati è un ruolo importantissimo che probabilmente solo una PA attenta e che persegue l'obiettivo del bene comune può fare

La mancanza di aggiornamento fa perdere valore al dato per questo serve un costante lavoro da parte delle pubbliche amministrazioni. Il libro inchiesta di Chiara Lalli e Sonia Montegiove è stato pubblicato a maggio 2022 e i dati che avevano ricevuto risalivano ai mesi precedenti, quindi per avere una fotografia a fuoco sarebbe necessaria una revisione. Infatti, come afferma Montegiove: «in queste ultime settimane abbiamo rifatto un accesso civico generalizzato alle regioni e quindi stavolta direttamente alle regioni e non alle strutture sanitarie anche per vedere la differenza di risposta. Abbiamo chiesto i dati 2021 e ci siamo rese conto che in alcune regioni, come per esempio l’Umbria, la situazione è cambiata»,.

Da soli i dati non bastano. Bisogna intrecciare storie ed esperienze ai numeri. Come specifica Montegiove «è una sfida complessa: anche una sola storia di donna che non riesce ad accedere a un servizio che è garantito per legge dovrebbe risvegliare le coscienze. Ma se questa unica storia non basta, il fatto di avere dei dati ufficiali che arrivano direttamente dalle PA ci aiutano a capire il contesto».

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