Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili: perché non bisogna (mai) smettere di parlarne

Il 6 febbraio ricorre la Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili. Nel mondo sono oltre 200 milioni le donne che le hanno subite: tra le vittime, 44 milioni sono bambine fino ai 14 anni e 3,9 milioni di ragazze sono a rischio ogni anno. Dati che sono purtroppo in aumento, aggravati (anche) dalla pandemia

Duecento milioni di donne, 2 milioni delle quali bambine, hanno subito mutilazioni genitali femminili, e tra le vittime, 44 milioni sono bambine fino a 14 anni. I dati, agghiaccianti nella loro sterilità, riportati da ONU e Unicef, sono purtroppo di estrema attualità perché destinati ad aumentare.

Cosa sono le mutilazioni genitali femminili

Le mutilazioni genitali femminili sono pratiche brutali che comportano la rimozione parziale o totale degli organi genitali esterni femminili per motivi non medici ma culturali, sociali e religiosi. Vengono eseguite solitamente da un “circoncisore tradizionale”, con lame e senza anestetico, in condizioni igienico-sanitarie praticamente inesistenti.

I numeri nel mondo e il ruolo della pandemia

A oggi la mutilazione genitale femminile viene praticata in circa 30 Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, ma anche in alcuni paesi dell’Asia e dell’America Latina e tra comunità provenienti da queste regioni.

le stime dell’Unicef in Italia il rischio concreto di essere vittima di mutilazioni genitali femminili riguarda ben 15.000 ragazze di età compresa tra 0 e 18 anni le cui famiglie provengono da paesi in cui si eseguono, principalmente Egitto e, in minor misura, da Senegal, Nigeria, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Etiopia e Guinea. 

È vero che in molti Paesi dell’Africa la legge le considera un reato, ma – come sottolinea anche l’ONU – ad accompagnare la legge – soprattutto nel caso in cui vieti una pratica molto radicata – servono dei processi di formazione, sensibilizzazione ed empowerment, che riguardino non solo le comunità locali, ma anche tutti i settori coinvolti dal fenomeno: sociosanitario, educativo, legale e quello delle forze dell’ordine.

Il contrasto alla cultura della mutilazione genitale femminile e l’eliminazione di queste pratiche è inserita nell’agenda globale degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile per il 2030 insieme al raggiungimento dell’eguaglianza di genere e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze.

Un traguardo ambizioso e con tutta probabilità irraggiungibile nella sua interezza, ma la pandemia di Covid-19 ha peggiorato moltissimo la situazione bloccando uno dei principali strumenti a disposizione: l’istruzione e la scolarizzazione.

Il Parlamento europeo ha adottato norme e risoluzioni per combattere questa emergenza, raccomandando un’azione comune per sradicare la mutilazione genitale femminile. Nel febbraio del 2020 i deputati hanno votato una nuova risoluzione per chiedere alla Commissione europea di includere azioni per porre fine a queste pratiche nella nuova Strategia per la parità di genere dell’UE, e di fornire assistenza alle vittime.

Un anno prima, nel 2019, un gruppo di cinque studentesse keniane, The Restorers, ha sviluppato un’applicazione per aiutare le vittime e le potenziali vittime della mutilazione genitale femminile, arrivando nella rosa dei finalisti per il Premio Sacharov del Parlamento Europeo per la libertà di pensiero, incoraggiando i più giovani a fornire il loro contribuito alla lotta. Confermando così il ruolo fondamentale svolto dalle nuove generazioni nel cancellare secoli di stereotipi e pregiudizi sull’inferiorità della donna e la necessità di mantenerla “pura” per andare incontro alle aspettative degli uomini e della società. Quanto fatto sino a oggi però non è ancora sufficiente, soprattutto alla luce degli stravolgimenti degli ultimi due anni.

Che cosa si può (e si deve) fare in futuro

Se nel 2019 il sostegno a queste pratiche era in calo, e alcune indagini condotte dall’Unicef avevano dimostrato come le adolescenti tra i 15 e i 19 anni nei Paesi in cui le mutilazioni genitali femminili sono più diffuse fossero meno favorevoli alla pratica rispetto alle donne tra i 45 e i 49 anni, la pandemia ha cambiato le cose.

La rapida crescita demografica di questi paesi, che porta a un aumento della popolazione giovanile, può inoltre comportare una crescita nel numero di ragazze a rischio. E senza investimenti adeguati e un piano che coinvolga tutti, dalle istituzioni alle comunità,

«Gli stessi interventi che porranno fine alle mutilazioni genitali femminili favoriranno anche il potere e l’azione delle ragazze e delle donne di esercitare i loro diritti umani, raggiungere il loro potenziale e contribuire pienamente alle loro comunità e al loro futuro – sottolineano la direttrice generale dell’Unicef, Henrietta Fore, e la direttrice generale del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, Natalia Kanem –

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