DOTZ

DOTZ, la media company che crea contenuti intersezionali senza pregiudizi

DOTZ è la media company italiana che si propone come alternativa alla mancanza di diversità nelle redazioni e al linguaggio discriminatorio che i giornalisti e le giornaliste in Italia ed Europa utilizzano per parlare delle persone razzializzate

Lanciata ufficialmente a inizio ottobre su Instagram, Facebook e TikTok, DOTZ è il risultato del lavoro di cinque giornaliste - Sara Lemlem, Sonia Garcia, Leila Belhadj Mohamed, Ariman Scriba e Federica Bonalumi - con background etnici, sociali ed economici diversi da quelli che hanno le persone che lavorano nella maggior parte delle redazioni europee.

«Alle volte noto che si crea un po’ di confusione: le persone pensano che siamo un collettivo o una non-profit. Ma non è così: questa è una redazione, DOTZ è il nostro lavoro», spiega Sara Lemlem, fondatrice della media company DOTZ.

Secondo il report Talent and Diversity in the Media – Are Journalists Today’s Coal Miners? del Reuters Institute, il 6% dei giornalisti nel Regno Unito sono persone razzializzate, ovvero persone che ricevono un trattamento oppressivo o discriminatorio per via della categoria razziale assegnata loro dalla società; in Germania la percentuale oscilla tra il 2 e il 5%, in Svezia è del 5%. Una tendenza simile è possibile che si rifletta nelle redazioni italiane, anche se non esistono report specifici sul tema.

«Il problema non sono le singole redazioni, ma il fatto che fare giornalismo sia una questione di privilegio. Per diventare giornalisti in Italia, bisogna frequentare master molto costosi o scrivere in maniera continuativa e retribuita per almeno due anni per un giornale. Solo in questo modo è possibile iscriversi all’Ordine dei Giornalisti e ricevere il tesserino ufficiale, un sistema che esiste solo qui. Chi riesce a farlo sono persone che vengono da famiglie ad alto reddito, spesso bianche, che possono permettersi di pagare la retta e non lavorare per due anni», spiega Lemlem, che prima di fondare DOTZ ha lavorato come videogiornalista per numerose pubblicazioni.

L’idea di fondare DOTZ è nata nel 2021 dopo le manifestazioni di #CambieRAI

racconta, riferendosi alla serie di manifestazioni che sono nate in risposta all’uso della n-word (un insulto razzista) da parte dell’attrice Valeria Fabrizi in diretta durante il programma della RAI “A ruota libera”. «All’epoca nessuno prese posizione né in diretta, né nei momenti successivi, e fu un grande shock per molte persone», racconta la giornalista, che ricorda di aver conosciuto le sue attuali colleghe nei giorni precedenti alle manifestazioni di #CambieRAI organizzate a Milano, Roma e Torino.

In redazione lavorano infatti Sonia Garcia, che si occupa di musica e cultura, Leila Belhadj Mohamed, esperta in geopolitica, Ariman Scriba, che tratta di salute mentale e Federica Bonalumi, videogiornalista e caporedattrice. La redazione è quindi composta principalmente da persone razzializzate e da un’alleata, ovvero in questo caso una persona non razzializzata che si impegna a combattere il razzismo.

Un altro evento che ci ha spinte ad agire è stata poi la copertura mediatica del conflitto in Ucraina. In quel momento abbiamo avuto la conferma che nel mondo esistono conflitti di serie A e conflitti di serie B

racconta Lemlem, riferendosi ai numerosi casi in cui i giornalisti occidentali hanno sostenuto che i profughi ucraini fossero più simili al resto della popolazione europea e quindi degni di maggiore rispetto ed empatia rispetto ad altri profughi, come ad esempio quelli della guerra in Siria.

DOTZ: dall’idea al lancio

Dall’idea al lancio del progetto è passato quasi un anno, un anno in cui abbiamo pensato a come volevamo raccontare le notizie e a come trovare un modo per sostenere economicamente il nostro lavoro,

spiega Lemlem. «Abbiamo deciso di rispettare la deontologia giornalistica, la carta di Roma e la carta di Treviso. Abbiamo scelto di non pubblicare foto di bambini o di non fare pornografia del dolore», aggiunge la fondatrice, riferendosi alla diffusione di immagini o vicende particolarmente cruente o traumatiche.

«Scegliamo immagini che non restituiscono una visione stereotipata delle persone migranti e cerchiamo di utilizzare un linguaggio il più possibile neutro rispetto al genere. Riportiamo notizie, non opinioni, e segnaliamo le fonti. Infine, nelle videointerviste non interveniamo con voci fuori campo, ma restituiamo solo i discorsi di chi intervistiamo», spiega Lemlem.

Rispetto al rapporto con l’attivismo, Lemlem e la redazione di DOTZ hanno le idee molto chiare:

Individualmente siamo attiviste, ma DOTZ è un media che usiamo per fare informazione in maniera obiettiva. Si intravede il nostro posizionamento, ma l’attivismo lo facciamo in piazza, non su DOTZ

Verso il futuro

Riguardo alla selezione dei temi, DOTZ si focalizza sulla diversità. Siamo attente alle giornate internazionali, monitoriamo l’evoluzione di certe vicende e ci orientiamo non solo leggendo altri giornali e stando sui social, ma anche ascoltando i discorsi delle persone per strada o al bar,

racconta Lemlem. Tra le fonti di ispirazione del progetto, la giornalista cita gal-dem, una media company fondata nel Regno Unito per raccontare le storie delle persone razzializzate. «A differenza di gal-dem, noi non vogliamo parlare però solo a un pubblico di persone razzializzate, ma a tutte e tutti», precisa la giornalista. Gli stessi contenuti scritti sia in italiano che in inglese contribuiscono a questa missione: arrivare a più persone possibili.

A oggi, DOTZ si sostiene economicamente grazie a un bando dell’Unione Europea, ma per Lemlem questo è solo l’inizio. «In futuro vorremmo staccarci dai fondi del bando e diventare un progetto indipendente. Ci arrivano spesso proposte da persone che vorrebbero collaborare con noi, ma al momento la redazione è questa», conclude la fondatrice di DOTZ.

Con il tempo, il nostro obiettivo rimane quello di allargare la platea di giornalisti italiani diversi

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