Cura: perché dovrebbe essere una competenza di valore anche in azienda

Cosa succederebbe se provassimo a usare un talento in un contesto diverso? È questo l’interrogativo da cui si muove l’impegno di Lifeed, società milanese di education technology che attraverso la propria piattaforma digitale trasforma le transizioni di vita e le attività di cura (come la genitorialità, il caregiving, l’attraversamento di una crisi) in esperienza di formazione di competenze soft per i dipendenti delle sue aziende clienti

Fondata dall’imprenditrice Riccarda Zezza, Lifeed punta a cambiare la formazione, trasformando gli eventi di vita in momenti di apprendimento.

«La consapevolezza rappresenta il primo motore per far emergere le risorse dei caregiver», spiega Riccarda Zezza, CEO di Lifeed. «Si tratta di una competenza soft che può diventare elemento di business se viene tradotta in cultura, nella percezione del valore di sé per arricchire la cultura aziendale».

Il benessere mentale attraverso la cura

81.396 ore è la quantità di vita che passiamo al lavoro ed è inferiore solo al tempo che passiamo dormendo. Eppure solo il 4% degli italiani si sente coinvolto nel proprio lavoro e un lavoratore su quattro, nell’ultimo anno, si è dimesso per preservare la propria salute fisica o mentale, anche senza avere un’altra offerta di lavoro al momento delle dimissioni.

Dati dell'Osservatorio Vita - Lavoro di Lifeed

Dati dell’Osservatorio Vita – Lavoro di Lifeed

Trasformare le transizioni di vita e le attività di cura in esperienze di formazione di competenze soft: qual è il metodo attraverso cui Lifeed lo rende possibile e con quali iniziative?

Si chiama Life Based Learning ed è il metodo di apprendimento che permette alle persone di trasferire sul lavoro le competenze soft apprese nella vita quotidiana e viceversa. È stato inventato da Lifeed e ha solide basi scientifiche. Il metodo è stato sperimentato inizialmente da oltre 5.000 madri con il nome di MAAM – Maternity as a Master, con l’obiettivo di far emergere le competenze che le donne allenano diventando madri. Da allora si è esteso a tutti i ruoli e i cambiamenti di vita: diventare genitori, diventare caregiver, o più in generale attraversare un periodo di forte cambiamento personale o professionale. Nella pratica, si traduce in percorsi digitali di autoconsapevolezza rivolti ai lavoratori e alle lavoratrici in azienda.

Dati dell'Osservatorio Vita - Lavoro di Lifeed

Dati dell’Osservatorio Vita – Lavoro di Lifeed

Essere caregiver: stigma o poca consapevolezza?

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Nella maggior parte dei casi però le persone non sono consapevoli del ruolo di cura che ricoprono e di come questo possa essere valorizzato in termini di competenze in azienda. Ciò determina sempre più spesso che non esprimono i loro bisogni e non sanno di poter accedere ai servizi di welfare. Le aziende si ritrovano nella situazione paradossale per cui molti dei servizi di welfare messi a disposizione non vengono fruiti dai lavoratori. I dati dell’Osservatorio Vita – Lavoro di Lifeed lo confermano e fanno emergere anche evidenze di genere: i compiti di cura pesano ancora oggi per lo più sulle spalle delle donne.

Vige il timore che riconoscersi come caregiver possa influire negativamente sulla propria carriera?

L’essere caregiver, cioè prendersi cura di una persona cara anziana o non autosufficiente, è un compito di cura complesso e in molti casi ancora invisibile agli occhi della società e dei datori di lavoro. Alcuni caregiver sono semplicemente inconsapevoli del ruolo di cura che ricoprono, mentre altri hanno paura che comunicarlo sul luogo di lavoro possa influire negativamente sulla propria carriera. Se osserviamo però come si descrivono i partecipanti di quelle aziende che portano avanti un percorso di Lifeed dedicato ai caregiver, allora la percentuale di identificazione con il ruolo di caregiver sale al 24%, un numero molto più vicino alla realtà.

Il cambio di paradigma attraverso il metodo Lifeed

Per valorizzare il ruolo di caregiver in azienda  è necessario un cambiamento culturale capace di costruire un ambiente inclusivo, dove sia percepito il valore delle differenze e tutti (compresi i caregiver) possano far emergere le loro competenze a beneficio dell’azienda.

Ma a che punto siamo a livello di cultura aziendale?

La pandemia ha acceso i riflettori sul tema del benessere e della salute mentale, dopo decenni in cui è passato quasi inosservato. Di pari passo sono aumentate le ricerche che si concentrano su questi aspetti e che evidenziano quanta strada c’è ancora da fare: secondo una ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, meno di una persona su 10 sta bene in tutte e tre le dimensioni del benessere (fisico, psicologico e sociale), ma solo il 5% delle aziende lo considera un aspetto problematico.

Questo è solo uno dei tanti dati che tratteggiano una storia in cui il benessere mentale è diventata una necessità per le persone, ma che deve ancora diventare prioritaria anche per le aziende.

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