CHEAP

CHEAP, il collettivo che porta in strada arte e attivismo

CHEAP nasce nel 2013 come festival di street poster art a Bologna, ma, per dirla con le parole delle sei fondatrici «ha avuto il buon senso di diventare altro». Oggi è un collettivo che interviene sul paesaggio urbano attraverso progetti di arte pubblica e che resta alla costante ricerca di un difficile equilibrio tra pratica curatoriale e attivismo

«Abbiamo scelto il nome CHEAP perché crediamo che l'ironia sia una forma di intelligenza da coltivare», spiega Sara Manfredi, art director, curatrice indipendente e co-fondatrice del collettivo CHEAP. «Per noi funziona come un memento per evitare di scivolare nella self-mithology e prendere troppo sul serio il nostro lavoro: una tendenza piuttosto accreditata nell'ambiente in cui lavoriamo».

CHEAP è infatti un collettivo di donne che si occupa di arte pubblica utilizzando la carta, «il materiale più effimero che siamo riuscite a trovare, per molti il materiale più cheap a cui si possa pensare», precisa Manfredi, e che lo fa in maniere sempre diverse da circa dieci anni.

Nel 2012 eravamo interessate a lavorare sul paesaggio urbano e a farlo indagando il paste up, l’attacchinaggio di poster e tutte le modalità di stare in strada utilizzando la carta come strumento: un modo di attraversare lo spazio pubblico che per noi era la definizione dell’effimero,

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racconta Manfredi. Per questo motivo, dal 2013 al 2017, ogni maggio a Bologna le organizzatrici del CHEAP Festival hanno accolto 5 guest artist internazionali invitati a realizzare interventi site specific in quartieri diversi della città, hanno installato un migliaio di poster arrivati in risposta alla call for artist nelle bacheche delle strade del centro e organizzato numerosi altri eventi.

A gennaio 2018, il collettivo ha annunciato la fine del CHEAP Festival, nata dalla voglia di «sfuggire al tritacarne del festival e alle sue dinamiche non esattamente virtuose», commenta Manfredi. Da quest’esperienza il collettivo salva l’intuizione della call for artists, che ancora oggi ogni anno raccoglie il contributo internazionale di centinaia di artistə che si occupano di grafica, illustrazione, lettering, fotografia, collage e tecniche miste.

Per noi rimane il core del progetto perché continua ad essere un'esperienza collettiva di riappropriazione di spazio pubblico e simbolico, un incredibile dispositivo di decolonialità e un osservatorio sulle tendenze dei linguaggi visivi

spiega Manfredi, che tra i maggiori cambiamenti degli ultimi anni segnala anche il rapporto tra i diversi progetti e il tempo: «abbiamo modificato la modalità in cui interveniamo in strada: non ci annunciamo, non ci diamo scadenze, lavoriamo in maniera più progettuale e mirata».

CHEAP: da festival a laboratorio permanente

«Oggi siamo un laboratorio permanente, esprimiamo una visione più complessa, stiamo nello spazio pubblico con una consapevolezza diversa: la nostra azione è diventata più affilata», racconta Manfredi, la quale riconosce che all’interno di CHEAP «scorrono energie femministe, desideri decoloniali e strategie controegemoniche». Tutti gli interventi del collettivo nascono infatti da un’opportunità di dialogo con chi abita la città o la attraversa e che può prendere varie forme, dalle campagne di attacchinaggio alle installazioni d’arte.

In questo processo, le fondatrici di CHEAP operano talvolta come curatrici, selezionando progetti già realizzati e traducendoli in azioni di intervento sul paesaggio urbano di Bologna. In altri casi invece progettano i lavori da zero e ne curano la direzione creativa e artistica, mettendo in gioco le proprie competenze o coinvolgendo artistə visive, graphic designer, fotografə e street artist che non fanno parte del collettivo.

In entrambi i casi, la città rimane al centro del processo creativo:

Lavoriamo nello spazio pubblico con la consapevolezza che le città stratificano meccanismi di esclusione e privilegio, lo fanno (anche) sulla base del genere, della razza e della classe: in coincidenza di queste intersezioni, CHEAP pratica un conflitto simbolico facendo dell'arte pubblica (anche) un luogo di lotta

Tra gli interventi che hanno avuto un grande impatto sulla cittadinanza, Maniseri segnala il progetto di arte pubblica “La Lotta è FICA”, composto da 25 poster installati a giugno del 2020. Si trattava del primo intervento di CHEAP dopo il lockdown ed è stato scelto per sottolineare quanto il femminismo sia un’attività̀ essenziale, mettendo su carta lotte femministe, queer e antirazziste.

«Ci era molto chiaro che saremmo state attaccate ferocemente e funzionalmente da chi invece pratica un populismo becero come propria raison d'être, da chi produce ciclicamente discorsi d'odio e di indignazione retrograda», spiega Manfredi, che aggiunge:

Ormai pare inevitabile essere attaccate, insultate e minacciate: è successo a noi e allə artistə che hanno lavorato con noi

La nuova call for artists e molti altri progetti per il futuro

«L'ispirazione può arrivare da una scritta sul muro in Pratello, da un'installazione di Tony Cokes alla Haus der Kunst a Monaco, come da una perfomance di Kate Tempest», afferma Manfredi riguardo alle fonti di ispirazione del progetto. Tra la più recenti, la co-fondatrice di CHEAP segnala inoltre il «tentativo dell'ultima edizione di Documenta di mettere in crisi l'idea dell'artista come individuo e genio» e la biennale europea nomade Manifesta, che nel 2022 si è tenuta a Pristina, in Kosovo.

Al momento, il collettivo è al lavoro alla nuova call for artists che è prevista per gennaio 2023 e che, a detta di Manfredi, «sarà molto, molto politica».

Allo stesso tempo, stiamo valutando un'installazione e una presa di parola collettiva sul momento storico che stiamo vivendo, con il coinvolgimento di altrə artistə e visionariə, progetto che potrebbe concretizzarsi a febbraio,

spiega la co-fondatrice. Allargando ulteriormente lo sguardo, CHEAP rimane in dialogo con alcune artiste sui temi della decolonialità, della memoria, delle pratiche femministe e porta avanti anche l’impegno preso con Emilia-Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale sul progetto FUORI curato da Silvia Bottiroli, parallelamente ad una serie di interventi fuori Bologna nati da rapporti con realtà più indipendenti.

Ma nessun progetto, presente o futuro, sfugge mai all’idea che niente duri per sempre. Come ricorda, Manfredi, infatti:

la public art non si misura solo in centimetri, ma anche in secondi

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