Agricoltori in rivolta: qual è la causa delle proteste?

Problemi diversi ma un nemico comune: il Green Deal europeo. È questo il minimo comune denominatore che unisce le proteste degli agricoltori in tutta Europa. Partite dai Paesi Bassi, secondo paese al mondo dopo gli Stati Uniti per esportazione di prodotti alimentari, si sono diffuse a macchia d’olio, arrivando in quasi ogni paese comunitario, anche in Italia. Ma perché stanno manifestando gli agricoltori? Scopriamolo insieme

La cittadinanza è divisa: da un lato la professione dell’agricoltore sta morendo, ormai nessun giovane vuole più raccogliere il testimone della famiglia, e chi ha un’azienda è schiacciato da investimenti molto alti e duro lavoro; dall’altro, il rifiuto cieco, sconsiderato, folle e a tratti ignorante (non in senso dispregiativo) di qualsiasi cosa si discosti di poco dal vecchio modello di produzione.

Perchè uso il termine “ignorante”?

La risposta è semplice, basta conoscere giusto le basi dell’ecologia o banalmente chiedere ai nostri nonni, per venire a conoscenza dei danni irreversibili dei pesticidi (sostanze liposolubili e permanenti, questo significa che una volta nell’ambiente niente e nessuno potrà mai più degradarli). Informandoci un po’, scopriremo che continuando con il modus operandi che attualmente governa la nostra società ben presto esauriremmo la fertilità dei suoli (già inquinati, per altro) dato che nessun ristoro della natura e degli ecosistemi viene minimamente preso in considerazione.

Una delle più criticate politiche verdi dell’UE è il set-aside che chiede agli agricoltori di “mettere a riposo” il 4% dei loro terreni

Accanto a ciò, da non sottovalutare è il problema dei cambiamenti climatici causati dall’uso dei combustibili fossili (quindi per essere chiari, anche gasolio e benzina usati in agricoltura).

Quando ascolto cose del tipo: “il cibo ve lo produciamo noi” mi verrebbe da rispondere: “Vero, ma che tipo di cibo producete? E volendo ammettere che non sia praticamente avvelenato, per quanto pensate ancora di poterlo produrre stando ai dati scientifici e al problema dei cambiamenti climatici?”.

La Spagna per esempio, sta subendo gli effetti di una siccità senza precedenti e di conseguenza i prezzi dei cereali sono schizzati alle stelle.

Neanche il più stolto degli economisti e dei capitalisti penserebbe che il modello che stiamo perseguendo sia corretto: per produrre “capitale” stiamo bellamente esaurendo le uniche risorse di cui abbiamo bisogno per continuare a crearlo

In altre parole, stiamo segando il ramo sul quale siamo seduti

Stiamo esaurendo risorse non sostituibili e quindi viene da sé citare i concetti di “sostenibilità forte” e “sostenibilità debole”. Nel primo caso si ammette che il capitale naturale non sia sostituibile in nessun modo da quello artificiale (impianti, infrastrutture…) e quindi è molto importante mantenerlo nel tempo. Nella visione di "sostenibilità debole", al contrario, il capitale naturale anche se si esaurisce o diminuisce molto, può essere compensato da quello artificiale. Sappiamo tutti però che non funziona proprio così, neanche in teoria.

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Io non ce l’ho con gli agricoltori: i miei nonni da entrambe le parti erano grandi agricoltori ed allevatori. I miei genitori hanno preso strade diverse ma non per questo non riconosco il valore di chi lavora più di 60 ore a settimana con la schiena piegata dalla fatica, ma ad un certo punto, se non si vuole finire a far compagnia alle altre mega industrie del cibo che si piazzano seconde solo al settore dell’energia, per emissioni di gas climalteranti, bisogna fermarsi e guardare al futuro con lungimiranza.

La giustificazione dell’ignoranza in materia non è più contemplata e frasi come: “Oggi non sappiamo più se siamo qui per produrre cibo o mantenere il paesaggio” non dovrebbero esistere. Al contrario, dovrebbe essere scontato pensare che per produrre cibo è d’obbligo mantenere il paesaggio.

Stiamo parlando di un comparto agricolo (il  più sovvenzionato d’Europa, tra l'altro. Per essere più precisi, riceve 53,7 miliardi, ⅓ del bilancio totale del continente) che è contro la transizione ecologica e vorrebbe veder bruciata la Nature Restoration Law, la legge per il ripristino della natura e degli habitat.

Un po’ di colpa però ce l’abbiamo anche noi, perchè se consumassimo una quantità di carne ragionevole, come suggerisce la World Cancer Research Fund International, i lavoratori olandesi non sarebbero insorti alla richiesta di ridurre del 30% i loro capi di bestiame entro il 2030.

Se fossimo già a buon punto con la produzione di energia verde, gli agricoltori tedeschi ed europei non sarebbero schiacciati dai costi sempre più alti legati all’energia. Se non fossimo complici dei big della produzione intensiva, le aziende più piccole non sarebbero schiacciate da chi produce di più a costi più bassi e riuscirebbero a gestire il costo dell’aspettativa di una società che è sempre più attento all’inquinamento dei suoli, ai livelli di produzione di anidride carbonica, all’uso dei fertilizzanti e del benessere degli animali. Tutti questi sono “costi indiretti” che fino a pochissimo tempo fa non erano inclusi nel prezzo finale al pubblico ed oggi invece, pesano sul reddito di migliaia di agricoltori che non vedono aumenti di fatturato.

Come uscirne, dunque?

Chi oggi produce in maniera davvero sostenibile è costretto ad alzare i prezzi e dovrebbe al contrario avere più finanziamenti, essere premiato ed incoraggiato. Dovremmo poi avere un sistema informativo che metta gli agricoltori nella posizione di poter fare proprio il concetto di “pericolo” a cui sono esposti se continuano nel business as usual!

Purtroppo, sappiamo tutti che finchè la sostenibilità non sarà economicamente vantaggiosa… saranno pochi i passi in avanti!


Federica Gasbarro collabora con The Wom in modo indipendente e non è in alcun modo collegata alle inserzioni pubblicitarie che possono apparire all'interno di questo contenuto.

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