Una donna a caso, il profilo Instagram che smonta la narrazione dei media delle donne al potere

Ogni tanto vinco il Nobel, mi capita di andare nello spazio, sono a capo del New York Times, sono una ministra della Repubblica": questa è la bio di "Una donna a caso", il progetto Instagram che raccoglie esempi di titoli di giornali in cui i nomi e cognomi delle donne che raggiungono posizioni di potere vengono sistematicamente cancellati. Ma in che modo il giornalismo potrebbe comunicare meglio queste notizie? E soprattutto, la leadership femminile è sempre da raccontare come una vittoria?

«All’inizio facevo tutto da sola: ogni giorno mi facevo un giro su Google e cercavo parole chiave come ‘una donna’, ‘la regina’, ‘la signora’, ‘la principessa’. Altri esempi li trovavo la mattina semplicemente leggendo le notizie», racconta Valentina Falco, che nel 2020 ha fondato su Instagram il progetto di sensibilizzazione “Una donna a caso”.

«Mi ritengo una femminista principiante. Durante il primo lockdown ho iniziato a sviluppare una sensibilità sulla rappresentazione sui media delle donne, un tema che indagavo da tempo avendo studiato media e design alla NABA», racconta Falco.

Ho pensato che avesse senso creare un osservatorio che raccogliesse semplicemente titoli di giornale problematici in modo che questi esempi potessero essere visibili e le persone potessero sviluppare un’opinione in autonomia,

aggiunge Falco, riferendosi ai numerosi esempi in cui il nome completo della protagonista di una notizia viene sostituito con la famosa espressione ‘una donna’ (o qualche sua variante: la scienziata, la signora, la mamma, e via dicendo) o viene citato solo il nome (Kamala per la vicepresidente Kamala Harris, Sanna per la premier Sanna Marin, etc.).

«Esiste un lato del progetto che avviene in DM. Molte persone hanno paura di esprimere i propri dubbi su questo tema negli spazi pubblici; quindi, preferiscono avere un confronto in privato», spiega la fondatrice del progetto, assicurando che anche per messaggio il livello della discussione rimane molto alto e pacifico.

In base al punto del percorso in cui si è si percepiscono cose diverse. Ma gli esempi ormai sono tanti, quindi negare la realtà è quasi impossibile,

spiega Falco, che in due anni è riuscita a creare una community molto attiva di più di 70mila persone.

Quando la protagonista è una donna, un traguardo è sempre un traguardo?

«Non prendo in considerazione chi usa la provocazione, chi lo fa con consapevolezza. Quelli non sono inciampi, ma posizioni», spiega Falco, riferendosi ai titoli volutamente provocatori di certi quotidiani italiani. «Nella maggior parte dei casi invece so che chi scrive l’articolo non è la stessa persona che ne sceglie il titolo. Che è un peccato, perché alcuni articoli sono rispettosi e vengono rovinati da titoli pensati molto velocemente, e che quindi si portano dietro i bias e gli stereotipi di genere di chi li scrive», continua Falco, per cui il problema non è sempre (e solo) il sessismo, ma anche il tempo.

La materia prima del giornalismo non è la parola, ma il tempo. E il tempo è poco, e quando è così, il pensiero è veloce, e il pensiero veloce si tira dietro ciò che abbiamo introiettato

«Ci sono poi alcuni temi che creano più conflitto di altri», racconta Falco. Un esempio è quello delle ‘donne pioniere’, ovvero delle prime donne a raggiungere un traguardo importante. «Alcune ritengono che sia sempre utile comunicare la rottura del soffitto di cristallo, altre invece sostengono che dipenda da caso a caso».

Spesso il genere viene spettacolarizzato e le notizie passano in secondo piano. Le donne sono persone, non una specie a sé: fare passare il messaggio contrario è controproducente,

spiega Falco. «Alcuni traguardi sono ancora molto lontani, è vero, ma molti altri non sono più sconvolgenti come lo erano anni fa. Esiste poi una differenza tra traguardi femministi e femminili: i primi possono arrivare anche dagli uomini, per esempio», precisa la fondatrice del progetto.

Come dimostrano infatti le posizioni di alcune politiche conservatrici come l’ex prima ministra inglese Margaret Thatcher, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola o la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, le donne in posizioni apicali non sempre portano avanti istanze femministe come il diritto all’aborto e all’autodeterminazione.

Una donna a caso: la rassegna insieme a Michela Murgia

In questi due anni forse non sono cambiati i titoli, ma sono cambiati gli occhi

afferma Falco, che da un anno cura la rassegna di titoli che ogni sabato mattina pubblica su Instagram la scrittrice Michela Murgia.

«Quando ho aperto la pagina, lei mi ha scritto per ringraziarmi e per dirmi che le sembrava una bella operazione. Da lì è iniziato un piccolo rapporto epistolare su Instagram e a un certo punto ci è venuto in mente di preparare una rassegna insieme». Durante la settimana, Falco raccoglie e archivia titoli, che poi discute insieme a Murgia il sabato mattina.

«La domenica mattina Michela poi fa questa specie di performance in diretta, di 4-5 ore. L’ho fatta al posto suo a gennaio quando non stava bene ed è proprio un lavoraccio. Impegnativo, ma divertente!», racconta Falco. «Da settembre, però, abbiamo scelto di mettere in pausa la rassegna e dedicarci ad altro», spiega la fondatrice del progetto, che segnala che esistono molti altri temi su cui andrebbe creata una consapevolezza collettiva per dialogare con competenza, senza troppa indignazione.

«Mi interessa il tema della maternità nel linguaggio giornalistico, nel quale troviamo modelli secolari dai quali è complicato liberarsi»,racconta Falco. Un altro argomento da spuntare dalla lista rimane infine quello delle immagini scelte per accompagnare il racconto di casi di violenza di genere o femminicidi.

In Italia, chi fa il photo editor non ha il tempo o la cultura per fare una ricerca accurata, va sulla pagina social, prende l’ultima foto che c’è, che spesso è la foto di una coppia felice che stride con la notizia in maniera molto violenta

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