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Stigma invisibile: la prima docuserie italiana sulle persone che vivono con l’HIV

Cosa significa vivere con l’HIV oggi? Chi scopre di avere l’HIV dovrebbe forse chiudere con l’amore e il desiderio di una famiglia? Perché un o una minorenne, in Italia, non può fare il test senza il consenso dei genitori? A queste e tante altre domande Michela Chimenti tenta di dare una risposta nella docuserie Stigma Invisibile

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«Quando ero piccola mia madre faceva la parrucchiera a Voghera e io conoscevo bene le persone che lavoravano con lei o frequentavano il suo salone. A un certo punto, però, ricordo che molte di queste persone avevano iniziato a non farsi vedere più», racconta Michela Chimenti, autrice della docuserie Stigma Invisibile realizzata dalla casa di produzione milanese Story Farm con la regia di Alessandro Carlozzo e visibile gratuitamente sul canale Discovery+.

«Voghera negli anni ’80 e ’90 è stata fulcro dello smercio di droga fra Milano, Torino e Genova. A Voghera, che nulla aveva da offrire, si poteva ovviare alla noia con quantità industriali di eroina, fino a quando HIV e AIDS non hanno iniziato a far scomparire persone che conoscevo, di cui non ho mai perduto il ricordo», scrive Chimenti sul suo profilo Instagram per spiegare perché ha dedicato gli ultimi cinque anni della sua vita a lavorare a una serie su com’è cambiata la vita delle persone con HIV dagli anni Ottanta a oggi.

Michela Chimenti
Michela Chimenti

Per me fare Stigma Invisibile è stato un modo per restituire lo stesso stupore che ho provato quando ho scoperto che oggi chi convive con l’HIV può avere una qualità di vita al pari della popolazione generale

È affermata e incontestabile la ‘formula’ U=U: una persona che vive con l’HIV, in terapia, arriva ad avere una quantità di virus nel sangue non rilevabile (Undetectable) e di conseguenza non può trasmettere il virus (Untrasmittable)», spiega la giornalista, per la quale tuttavia è stato altrettanto incredibile scoprire che la PrEP, un protocollo medico che protegge le persone dall'infezione da HIV, in Italia è a pagamento, o che le persone minorenni in questo Paese non possono fare il test dell’HIV, se non accompagnate dai genitori.

Perché parlare di HIV oggi?

Prima di arrivare sullo schermo, il progetto ha ricevuto diverse porte in faccia.

La scena era sempre la stessa. Mi dicevano che l’idea era bella, ma non abbastanza commerciale. Perché parlare di HIV oggi?, mi chiedevano, come se non ci fosse più nulla da dire,

racconta l’autrice della docuserie. «Il peggio arrivava poi quando mi chiedevano se fossi io stessa una persona con HIV. Quando rispondevo di no, tutta la mia ricerca diventava ancora più incomprensibile, come se le lotte fossero appannaggio solo delle persone direttamente interessate. La cosa che più mi stupisce è che nessuna delle persone intervistate, protagoniste della serie, mi ha mai fatto una domanda simile», aggiunge Chimenti.

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«Chi in Italia parla di HIV e fa prevenzione, molto spesso, fa parte della comunità LGBTQIA+. E questo è un problema: se sono soltanto le stesse categorie, discriminate e marginalizzate da 40 anni, ad occuparsi di HIV ed educazione sessuale, la maggior parte del pubblico continuerà ad associare queste ‘categorie’ al virus, quando in realtà l’HIV (come le altre infezioni sessualmente trasmissibili) non fa distinzione per orientamento sessuale e identità di genere», afferma Chimenti, ha dovuto fare i conti in prima persona con lo stigma associato all’HIV durante la selezione del cast.

In Italia le persone che vivono con HIV disposte a mostrarsi si contano letteralmente sulle dita di una mano, e spesso sono attiviste. Lo stigma è invisibile per le persone che non ne sanno niente, ma per chi lo vive invece ha il peso del piombo

Questo è stato chiaro al momento di fare il cast: alcune persone, all’ultimo minuto, si sono sentite troppo esposte e hanno preferito non partecipare al progetto, o di partecipare nascondendo la loro identità», spiega l’autrice, che per realizzare la serie ha potuto tuttavia contare sullo straordinario supporto di associazioni quali ASA e Milano Checkpoint.

«L’obiettivo della serie, infatti, non è spingere le persone a fare coming out sierologico, ovvero a dire pubblicamente di essere persone con HIV,  ma spiegare cosa vuol dire vivere con l’HIV oggi e rendere chi guarda più consapevole e attento, a eliminare alla radice il pensiero stigmatizzante: questa persona se l’è andata a cercare», aggiunge.

Una docuserie che non dovrebbe esistere

Dopo anni di tentativi, Stigma Invisibile arriva su Discovery+ come documentario il primo dicembre 2021 in occasione della Giornata mondiale contro l’AIDS, e come docuserie lo scorso maggio.

Trovare lo spazio per parlare di HIV, non solo il primo dicembre, è stato un traguardo importante. Pubblicare la serie a maggio è stata una scelta potenzialmente rischiosa, ma doverosa,

commenta l’ideatrice della serie, che però rimane molto critica nei confronti dei discorsi che vengono fatti a livello istituzionale su questo tema.

Manca la volontà di cambiare le cose. Il Ministero della Salute dovrebbe organizzare e finanziare campagne capillari informative e di testing, al passo con il momento storico che stiamo vivendo

Perché chi vive con HIV viene ancora discriminato, anche se, grazie alle nuove terapie, non può trasmettere il virus? Perché non si dice che una donna incinta, che vive con HIV ed è in terapia, non rischia di trasmettere il virus al figlio? Perché se si iniziano ad avere rapporti sessuali a 13 anni, fino ai 18 non ci si può testare senza il consenso dei genitori? Perché la PrEP, uno strumento gratuito in tanti Paesi europei, che ha contribuito ad abbattere drasticamente le nuove diagnosi da HIV, in Italia resta ancora un privilegio per poche persone?», si chiede Chimenti.

Le iniziative proposte dalle associazioni per colmare il vuoto istituzionale non mancano: ad esempio, la Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids (LILA) offre la possibilità di ricevere a domicilio, gratuitamente e nella massima discrezione, il test per l’HIV e un servizio di assistenza gratuito al telefono per chi ha bisogno di supporto morale in attesa del risultato.

Il problema è culturale, ma le soluzioni esistono già. Una serie come Stigma Invisibile nel 2022 non dovrebbe esistere, e il fatto che sia necessaria significa che qualcosa non sta funzionando

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