Pride month: cosa rispondere a chi dice che è una carnevalata

30-05-2022
Laura Libbi
Il prossimo 11 giugno si terrà in varie città l’appuntamento con la parata del Pride che, come suggerisce il termine (letteralmente parata dell'orgoglio), rappresenta la manifestazione pubblica nata con l’obiettivo di celebrare l'accettazione sociale e l'auto-accettazione delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, asessuali, non-binarie e queer, per rivendicarne i relativi diritti civili

Come ogni anno, diverse critiche si scagliano contro la sfilata, accusata di esibizionismo, mancanza di focus rispetto alla causa, aggressività, o più spesso di cattivo gusto. Tuttavia, la parata del Pride nasce con un preciso scopo politico: conoscerne la storia significa capire perché non si tratta di una carnevalata.

Come e perché nasce la parata del Pride

La tradizione del Pride nasce dopo il 27 giugno del 1969, quando la polizia fece irruzione nel club gay Stonewall Inn di New York con il pretesto di controllare la licenza per gli alcolici: in realtà, i clienti abituali del locale vennero intimiditi e allontanati con violenza. Sylvia Rivera, transgender poi diventata attivista simbolo, iniziò la protesta, a cui si unirono tantissime persone, anche accorse dalla strada: la ribellione culminò in una vera e propria guerriglia urbana.

La consapevolezza e la rabbia per la prima volta vennero condivise, e le parate del Pride, ogni anno a giugno nel pride month, ricordano quella protesta sublimandola in un momento di festa, aggregazione e riflessione.

Il messaggio centrale della manifestazione è che un Paese civile e democratico non debba più tollerare discriminazioni e negazioni, ma cercare la piena uguaglianza e libertà per tuttə

Tuttavia, moltissime persone considerano l’atteggiamento festoso poco serio – quindi colpevole – e per niente degno di veicolare qualsivoglia messaggio: il Pride sarebbe, quindi, una sfilata esibizionista che vuole fare dispetto al decoro pubblico, quando invece è la rivendicazione delle identità perseguitate come non colpevoli di per sé, ma vittime di un sistema che è possibile cambiare.

Perché il Pride non è “una carnevalata poco credibile”

La critica più frequente che viene mossa al Pride è quella di essere una carnevalata.

C’è chi contesta, ad esempio, la credibilità delle battaglie civili che vengono portate avanti tutti i giorni e che in occasione del Pride vengono ricordate in base alle mise colorate e festose dei partecipanti:

vi ascolteremmo di più se sfilaste in giacca e cravatta

Questa affermazione, però, ignora due aspetti: il primo è che le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ sono spesso costrette già nel loro quotidiano a vestire abiti neutri o considerati normali per non essere discriminati o per sfuggire ad atti di omofobia. Il secondo ha a che fare con il tentativo di smussare l’identità della comunità: se le persone che vi appartengono sottostessero all’obbligo implicito di seguire – anche nel look  - lo standard ritenuto “neutro” o “normale”,  riuscirebbero a confondersi con le persone che, effettivamente, hanno voce in capitolo per cambiare le cose.

L’idea che il Pride vuole scardinare è proprio questa e affermare, invece, che anche ciò che adesso è considerato uno svantaggio – ovvero la non aderenza allo standard del “normale” deciso dalla maggioranza - può allargare il diritto di parola alle comunità che fino ad oggi hanno dovuto tacere o condannarsi alla non-esistenza.

Non solo si può essere diversə, ma ci si dichiara anche prontə ad accettare qualsiasi modo di essere. L’orgoglio, anzi, sta nel rifiutarsi di accettare di essere invisibili per poter esistere

Decostruire il privilegio

A chi obietta «allora facciamo anche un etero pride» bisogna rispondere che esiste già: tutti i giorni, infatti, ci sfila davanti agli occhi la nostra realtà eteronormata.

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Tra gli obiettivi del Pride, infatti, non c’è certo la provocazione, quanto piuttosto la visibilità, la sicurezza data dalle altre persone alleate e i numeri, che cercano di normalizzare la minoranza agli occhi della maggioranza.

Tuttavia, gli stereotipi sono vivi anche nelle affermazioni di chi appartiene alla comunità e decide di protestare contro la manifestazione perché controproducente: «non ci ameranno mai, così». Una visione cieca, questa, che oltre a non aiutare gli altri membri della comunità è disturbata da un giudizio di forma: l’obiettivo non è farsi amare ma fare rumore; non è diventare la norma ma entrare a far parte di ciò che è accettato; più che piacere per forza, rifiutare un odio sistematico e ingiusto.

In fondo, non c’è colpa ad essere nati dalla parte sbagliata del privilegio. Tuttavia, quando non si nasce maschi, bianchi, etero, cisgender, con un corpo abile e conforme, borghesi e nella giusta parte del mondo, è proprio quel mondo giusto a ricordarlo di continuo.

Infatti, tutte le parole usate per definire identità diverse da quella vincente sono diventate un insulto, poiché il privilegio odia il suo contrario.

I presupposti storici e di commemorazione del Pride non vanno certo svalutati e, anzi, spiegano perché la manifestazione sia necessaria e, soprattutto, perché debba essere visibile e tutt’altro che mansueta o accondiscendente:

i diritti non sono gentili concessioni da parte di una maggioranza a una minoranza che deve dimostrare di avere una moralità maggiore

Il Pride, dunque, non è una carnevalata: prendere parte alla parata significa deporre le maschere, di fronte alle ipocrisie di una società ancora profondamente discriminatoria.

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