Il futuro della medicina è inclusivo: ma che cos’è la medicina di genere?

13-05-2022
Laura Libbi
I corpi di uomini e donne, i loro rispettivi organi interni e le loro reazioni alle malattie sono diversi. Eppure, siamo curati e curate allo stesso modo. Questo accade perché la ricerca scientifica trascura i corpi femminili e di genere non conforme. Le cose, però, potrebbero cambiare.

Le differenze fisiologiche, per davvero

In medicina, uomini e donne non sono uguali. Se da un lato è una falsa credenza che, ad esempio, esista un cervello maschile o femminile, dall’altro siamo abituati a considerare normale che i corpi siano diversi per massa muscolare e massa grassa.

Tuttavia, sembrerebbe che le differenze significative nell’attribuzione delle cure siano state a lungo ignorate.

Per esempio, i farmaci non vengono metabolizzati allo stesso modo: la risposta agli antidolorifici è meno pronta nelle donne che, per avere lo stesso effetto, dovrebbero utilizzarne una dose del 30% superiore.

I luoghi comuni gravano anche sulle patologie: se lo stereotipo attribuisce la depressione soprattutto alle donne, si è pensato per molto tempo che le malattie cardiovascolari avessero una maggiore incidenza sugli uomini.

In realtà, essendo meno studiata, la sintomatologia della donna non veniva tracciata in maniera adeguata, nonostante i decessi nella popolazione femminile sembrerebbero essere addirittura più alti.

La medicina di genere o genere-specifica

Nel tentativo di curare le donne e gli uomini nel modo migliore possibile è necessario riconoscere le differenze davvero importanti, e annullare il gravissimo squilibrio che pesa sulla medicina

Se infatti, la nostra cultura ha esasperato e strumentalizzato le differenze legate a sesso e genere, trasformandole in dogmi, la scienza sembrerebbe averle ignorate. La ricerca e la sperimentazione medica, infatti, è tarata perlopiù sul corpo di un maschio bianco caucasico di circa 70kg. Uno squilibrio gravissimo, che pesa anche sulle diagnosi.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è fatto strada un approccio nuovo, che tiene conto delle specificità del genere. Si tratta della medicina di genere (MdG) o, meglio, della medicina genere-specifica, definita dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) come lo studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socioeconomiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona.

Infatti, anche l’accesso alle cure presenta rilevanti diseguaglianze legate al genere.

Nel 2019, dopo l’approvazione della relativa legge 3/2018, viene approvato il Piano per l’Applicazione e diffusione della Medicina di Genere nel Servizio Sanitario Nazionale, grazie alla quale l’Italia diventa il primo paese in Europa a considerare il genere nelle specialità mediche. È un traguardo importante, considerando che adesso l’interesse per la MdG si sta diffondendo in tutto il mondo.

La MdG non è una branca a sé stante dell’area medica, ma una dimensione interdisciplinare che studia l’influenza del sesso e del genere su come si sviluppano le patologie, quali sono i sintomi, come si fa prevenzione, diagnosi e terapia negli uomini e nelle donne.

Creare consapevolezza

Le aree di intervento previste dalla legge tengono conto dell’importanza della promozione di un approccio di genere anche per la formazione di operatori e operatrici della sanità e per la comunicazione rivolta all’opinione pubblica:

Il futuro della medicina e della ricerca è certamente inclusivo, ma sarà la consapevolezza a cambiare davvero le cose

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Se da un lato, infatti, la nostra società ha un’impostazione culturale rigidamente binaria, la medicina è stata finora poco attenta alle differenze fisiologiche legate al sesso, così come alle conseguenze della disparità di genere sulla salute. Come se alcune differenze fossero importanti e altre invece per niente.

Statisticamente, le donne si ammalano di più, consumano più farmaci e sono più soggette a reazioni avverse.

I rischi sono diretta conseguenza del fatto che, per molto tempo, i soggetti arruolati negli studi clinici sono stati prevalentemente di sesso maschile. Tra le varie ragioni, si preferivano gli uomini per ridurre la variabilità dei dati, a discapito della loro accuratezza. Le donne, infatti, erano considerate soggetti meno stabili a causa del ciclo mestruale e della gravidanza. Nei casi in cui c’era evidenza di dati anche sulla popolazione femminile, venivano analizzati dopo essere stati accorpati agli altri.

In generale, si può registrare una minore considerazione del corpo femminile e di genere non conforme nella storia della ricerca scientifica

Quanto appena detto viene denunciato, tra le altre, da Caroline Criado Perez nel suo libro Invisibili, che ripercorre in un’indagine i tanti e clamorosi casi in cui le donne sono state ignorate, e da Antonella Viola, nel suo Il sesso è (quasi) tutto: Evoluzione, diversità e medicina di genere.

Viola, immunologa di fama internazionale, cerca di liberarci dalla gabbia che il sesso è diventato nel tentativo di riconoscere e dare un nuovo valore alle differenze che contano:

Fare la rivoluzione, scrive, significa avere occhi nuovi per guardare noi stessi e il resto del mondo

Riconoscere il pregiudizio per diventare inclusivi

Quali sarebbero queste differenze? Per esempio, il cuore delle donne è più piccolo e batte più velocemente, mentre i polmoni degli uomini sono più grandi, favorendo la loro resistenza fisica; gli uomini hanno sono più soggetti al rischio di infezioni e l’80% di chi presenta malattie autoimmuni è donna; le donne sono più esposte all’Alzheimer, gli uomini al Parkinson.

Eppure, queste differenze non sono state valorizzate nella sperimentazione. Nel 1977, la Food and Drug Administration (FDA) negli USA, raccomandò di escludere le donne dalle prime fasi degli studi clinici per evitare ripercussioni sulle gravidanze. La mossa fu controproducente, e causò un enorme vuoto nella ricerca: gli effetti collaterali dei nuovi farmaci erano gravi soprattutto per le donne.

Per colmare gli squilibri che si sono venuti a creare, è necessario riconoscere il pregiudizio nella ricerca e nelle terapie e favorire la consapevolezza di chi si fa curare, degli enti e delle organizzazioni finanziatrici. La medicina contemporanea si propone di essere personalizzata, preventiva, predittiva e partecipativa.

Tuttavia, affinché possa dirsi veramente personalizzata ed efficace deve diventare inclusiva.

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