Manspreading: cos’è e perché gli uomini occupano più spazio

06-05-2022
Laura Libbi
Il modo in cui ci sediamo e occupiamo lo spazio non è del tutto spontaneo: in realtà, è determinato da modelli e ruoli di genere. Se noi donne probabilmente siamo abituate a stare composte e costrette nei confini che ci sono stati assegnati; agli uomini, invece, sembrerà normale occupare più dello spazio che hanno a disposizione. Per definire questo fenomeno si parla di manspreading

Manspreading, la postura sui mezzi pubblici

Spesso non pensiamo alle libertà che esercitiamo. Stiamo al mondo come sappiamo e facciamo le cose così come le abbiamo sempre fatte, senza rifletterci: eppure, anche attività semplici come sederci o prendere posto nello spazio, che sia una stanza o un mezzo pubblico, sono determinate dai modelli che abbiamo fatto nostri durante gli anni della crescita.

Si tratta di gesti quotidiani che abbiamo naturalizzato e sui quali, per questa ragione, non riflettiamo mai

Nel 2013, però, molte e molti utenti della metropolitana di New York cominciano a pubblicare sui social media foto di passeggeri, maschi, seduti in maniera particolarmente disinvolta e che non si accorgevano del disagio arrecato alle persone sedute sui posti vicini. Viene coniato anche un termine per descrivere questo modo di sedere scomposto, spesso a gambe divaricate e coprendo più di un sedile, che sembrava essere prerogativa soprattutto degli uomini: è il manspreading.

Quello denunciato attraverso i social è il fastidio e il disagio di passeggere e passeggeri che vedevano invaso il proprio spazio, o si sentivano impossibilitatə ad occuparlo, per via di un’azione altrui apparentemente innocua. Nel 2014, la Metropolitan Transportation Authority ha cominciato ad esporre cartelli con il preciso intento di richiamare chi si allargava.

Un comportamento fastidioso e fonte di disagio

La cosa più interessante è che il disagio non è solo fisico ma, inevitabilmente, anche emotivo. Prima delle proteste, chi provava fastidio non aveva mezzi per rivendicare uno spazio che gli veniva tolto senza che ci fosse l’effettiva intenzione di arrecare un torto: al contrario, l’anomalia non veniva percepita, e la iniqua distribuzione dello spazio era del tutto normalizzata.

Uno studio del 2016 dell’Hunter College di New York City riporta che questo comportamento è attribuibile a utenti maschi della metropolitana per il 26%, rispetto a meno del 5% delle donne.

Questo tipo di dati ha portato a teorizzare un possibile collegamento tra il manspreading e una questione di genere, per la quale lo spazio occupato sarebbe un riflesso dello spazio occupato nella società. A sostenere questa tesi, ad esempio, la professoressa dell’Humber College di Toronto Lyndsay Kirkham e la giornalista Barbara Ellen.

Si tratta di un’idea radicata di territorialità che fa sentire gli uomini legittimati e anzi incoraggiati a “farsi grossi”, contrapposta per contro alle raccomandazioni che vengono ripetute alle donne fin da bambine: da siedi composta a chiudi le gambe a non sgualcire il vestito.

Per molti e molte, invece, un uomo che accavalli le gambe risulta poco virile. Il nostro occhio sarebbe quindi viziato da una questione di natura sociale.

La protesta madrilena

Nel 2015, un gruppo di attiviste madrilene, Mujeres en lucha y madres estresada, cioè Donne in lotta e madri stressate, portano questa questione all’attenzione del dibattito pubblico, lanciando una petizione online: “non lasciare che gli uomini invadano il tuo spazio: né in metro, né nella vita”. La campagna ha un enorme successo, ma solo nel 2017 l'azienda di trasporti pubblici di Madrid EMT ha acconsentito a dispiegare cartelli di divieto sui mezzi, anche se finora compaiono solo sugli autobus e non sulla metropolitana. La speranza dell’associazione di attiviste è che questi cartelli possano essere un punto di partenza per sensibilizzare le persone a rispettare gli spazi comuni.

Soprattutto, è un passaggio fondamentale per rendere visibile un problema che è stato finora ignorato in quanto tale

Infatti, alcuni gesti che ci sembrano innocui possono essere veicolo di maschilismo.

Se il manspreading riguarda specificamente una postura, il disagio riguardo all’invasione del proprio spazio vitale – quello, banalmente, delimitato dal nostro corpo – è della stessa natura di quello che viene provato da chi riceve molestie. Sui mezzi pubblici, infatti, non è raro trovarsi addosso il corpo di qualcuno: secondo un’indagine ISTAT del 2018, il 15,9% delle donne hanno subito contatti fisici contro la loro volontà almeno una volta, di cui il 60% a opera di uno sconosciuto e nel 27,9% su un mezzo pubblico.

È importante osservarci, sentire il nostro corpo e notare lo spazio che prendiamo, quello che cediamo o quello che togliamo

Il problema è stato oggetto dell’attenzione di artisti e designer. The Riot pant project, per esempio, è la proposta di due femministe di Berlino, Elena Buscaino e Mina Bonakdar, che hanno disegnato una linea di abiti con delle scritte stampate sull’inguine: per mostrarle, chi li indossa deve assumere la posizione a gambe aperte.

Il primo effetto ottenuto dalle due è stato, prima ancora che la diffusione del messaggio stampato sui pantaloni, un discreto scandalo per la postura adottata, a conferma della vitalità dei modelli di genere.

Il premio Goya 2008 Abdelatif Hwidar, invece, ha girato un interessante cortometraggio sul tema, dove un passeggero della metro che assiste, finalmente, reagisce. Hwidar dichiara:

Dovrebbero esserci più persone come il nostro protagonista: persone coraggiose che non tengono la lingua di fronte all'ingiustizia di cui sono testimoni

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