Il machismo e le emozioni: quali sono gli spazi concessi?

15-07-2022
Laura Libbi
Un certo tipo di mascolinità ci ha insegnato che provare emozioni non è produttivo, è dannoso e poco virile, ad eccezione di alcuni spazi e contesti in cui viene concesso. Il risultato è che, ancora oggi, per molti e molte diventa complicato decifrare le proprie emozioni, tranne in pochi spazi sicuri. Ecco perché è necessario allargare questi spazi per costruire relazioni e comunità

Si parla spesso del fatto che, in media, gli uomini piangono meno delle donne. Non ci sono ragioni biologiche dietro questo comportamento differente, ma è il risultato dello stereotipo sociale che porta le persone socializzate come maschi ad inibirsi.

Il problema non è solo piangere

Una ricerca del 2002 pubblicata sul British Journal of Developmental Psychology ha stabilito che maschi e femmine piangono allo stesso modo fino al raggiungimento della pubertà, quando cioè smette per gli uomini di essere socialmente accettato.

Fino alla pubertà, bambini e bambine piangono allo stesso modo
Fino alla pubertà, bambini e bambine piangono allo stesso modo

Subentrano poi delle vere e proprie norme di genere, che comprendono l'inibizione dell’emotività, il culto della forza, del potere e dell’aggressività

L’uomo, il macho, non ha paure né debolezze. Deve dimostrare il suo coraggio per contrapposizione, in contrasto con la donna oppure con un altro maschio che però non rispetta lo stesso codice: dimostrare di provare emozioni rende fragili e vulnerabili, caratteristiche associate al femminile. Tra le dirette conseguenze del machismo, infine, c’è la condanna dell’omosessualità come priva di virilità.

Rabbia ma non tristezza: l'unico sentimento concesso

Gli uomini, in realtà, hanno una relazione forte con le emozioni, e lo dimostrano i contesti in cui viene loro socialmente concesso di esprimerle: è il caso di uno stadio durante un derby, oppure una manifestazione di tipo politico. Si tratta, infatti, di emozioni sociali e legate alla corporeità, riconducibili più o meno fedelmente alle sfere della celebrazione di una vittoria oppure della rabbia

La rabbia, infatti, è un sentimento concesso, al contrario della tristezza. L’abitudine a inibirsi rischia di rendere molto più difficile, per i maschi, ottenere aiuto quando soffrono di depressione. Gli uomini che presentano patologie depressive cercano più spesso rifugio nell’alcol o nelle droghe e si suicidano molto più spesso delle donne.

La rabbia è invece considerata funzionale a performare una dimostrazione di forza, ed è quindi un sentimento consentito, perché non espone l’uomo che lo prova ad alcun pericolo

Quale spazio per l’emozione?

Un dato molto interessante che emerge è che, secondo questa narrazione, dimostrare o esternare un’emozione espone a un rischio di prevaricazione. Ne deriva che le persone socializzate al maschile non hanno modo di esprimersi: con gli amici, con le persone, ma nemmeno da soli.

Il modo più efficace di rimanere imperturbabili, infatti, è quello di mettere un filtro tra sé e le proprie emozioni, con il risultato di non essere in grado di spiegare, all’occorrenza, cosa si provi

C’è, tuttavia, un'eccezione abbastanza comune a questo stato di costante allerta: la relazione romantica con una persona socializzata al femminile.

Questa convinzione ha una implicazione importante, e cioè che le emozioni debbano essere confinate in un solo tipo di relazione, quella romantica. Secondo lo stereotipo, sulle altre tipologie di relazioni o rapporti graverebbe una specie di anaffettività o tabù sull’emotività.

Un problema di linguaggio

Questo insieme di implicazioni sociali comporta, per chi le subisce, grandi difficoltà ad avere a che fare con le proprie emozioni.

Tuttavia, il ruolo di genere maschile di questo tipo può essere performato da chiunque, e anzi, spesso viene adottato da persone che non sono socializzate al maschile nel tentativo di sentirsi accettatə o meno vulnerabili. Nel tentativo, cioè, di difendersi.

Il problema è molto più profondo rispetto al riuscire a piangere o a sapersi dire tristi. Senza un’educazione a decifrare le proprie emozioni, che si acquisisce con il tempo e con la possibilità di un confronto, persino capire che cosa si prova risulta complicato

Spesso, dare un nome a ciò che proviamo è difficile anche per noi
Spesso, dare un nome a ciò che proviamo è difficile anche per noi

A volte, il campionario di emozioni che conosciamo è limitato, e non ci rende capaci di individuare l’emozione giusta, o cosa la ha scatenata.

Riuscire ad articolare i propri sentimenti può anzi essere utile, in alcuni casi, proprio a evitare reazioni emotive, come ad esempio uno scontro fisico. Se non ci si allena a verbalizzare, invece, si rischia di diventare sempre più inconsapevoli degli stati emozionali, nostri e altrui.

Conoscere le emozioni per vivere meglio

Il ruolo delle emozioni nelle nostre esperienze di vita e lavoro è cruciale: la mente elabora gli stimoli ricevuti in situazioni emotive, e le emozioni finiscono per determinare, attraverso questa mediazione, i nostri comportamenti, le scelte, il pensiero e la nostra identità.

La ragione e l’emozione non sono quindi antitetiche, anzi: ogni funzione cognitiva racchiude componenti emotive e viceversa, e per questa ragione conoscere e valutare le emozioni ci serve a pensare e decidere meglio.

Le emozioni sono uno strumento importante per prendere decisioni
Le emozioni sono uno strumento importante per prendere decisioni

Al contrario, capita spesso di sperimentare frustrazione e confusione quando ci sentiamo privi degli strumenti per conoscerci da un punto di vista emotivo e intimo. Fin dall’età scolare, quando le imposizioni sociali sono meno radicate, una educazione alla relazione abbinata a una educazione alla sessualità potrebbero rappresentare una importante possibilità per abbandonare questi schemi.

Dare un nome a ciò che proviamo, inoltre, ci serve per costruire le relazioni le comunità solide e funzionali di cui abbiamo bisogno

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