Great Gloom, quell’infelicità che spinge sempre più giovani a lasciare il lavoro

Il video di una giovane tiktoker ha scatenato un dibattito annoso sul desiderio, diventato ormai necessità, di bilanciare equamente vita privata e professionale. Ecco cos'è il "Great Gloom" e perché alcune aziende si stanno muovendo in questo senso

La chiamano “Great gloom”, la “Grande tristezza”, ed è quel sentimento di infelicità che sembra caratterizzare sempre più lavoratori. In un periodo in cui molto si parla del fenomeno del “Quiet Quitting”, delle “Grandi dimissioni”, e del desiderio, caratteristico delle nuove generazioni, di lavorare per vivere e non di vivere per lavorare, questa nuova espressione arriva a dare forma a una sensazione che attanaglia moltissime persone incastrate in un lavoro che le rende infelici e insoddisfatte e lascia loro pochissimo tempo da dedicare a passioni e affetti.

Secondo una ricerca firmata da BambooHR e dedicata all’Employee Happiness Index (il tasso di felicità dei dipendenti), da giugno 2020 la felicità e la soddisfazione dei lavoratori è costantemente diminuita, arrivando a un tasso del 6%, e nel 2023 ha raggiunto un picco negativo del 9%, diminuendo a un ritmo 10 volte più veloce rispetto ai tre anni precedenti. Un altro aspetto molto importante è rappresentato dai continui alti e bassi che i lavoratori intervistati per la ricerca sperimentano, “montagne russe emotive” legate allo svolgimento di attività e impegni quotidiani. 

Le lacrime della tiktoker 21enne Brielle Asero: «Non ho tempo di fare nulla»

Il tema è tornato prepotentemente d’attualità con un video diventato virale su TikTok. Protagonista la tiktoker Brielle Asero, 21 anni, che in una clip di poco più di un minuto si mostra in lacrime e racconta il suo debutto nel mondo del lavoro. Assunta per lavorare in un ufficio nel New Jersey e costretta a fare la pendolare da Manhattan, Asero si dispera raccontando di un turno che la costringe alla scrivania dalle 9 alle 17 e delle due ore necessarie per gli spostamenti: «È il mio primo lavoro dopo il college. Salgo sul treno alle 7.30 e non torno a casa prima delle 18.15. Non ho il tempo né l’energia di fare nulla - dice nel video - Quando arrivo a casa voglio lavarmi, mangiare e andare a dormire. Non ho voglia di cucinarmi la cena o di fare sport. Il turno 9-17 è folle, come si possono avere amici, appuntamenti? Non ho tempo per dedicarmi ad altro che non sia lavorare e riposare».

@brielleybelly123

im also getting sick leave me alone im emotional ok i feel 12 and im scared of not having time to live

♬ original sound – BRIELLE

Il video ha ottenuto oltre 3 milioni di visualizzazioni, ma ciò che colpisce maggiormente è il dibattito che ha scatenato. In molti si sono ritrovati a discutere della necessità di bilanciare lavoro e vita privata, e il tema è diventato generazionale: i rappresentanti della Gen Z, in particolare, si sono ritrovati d’accordo con Asero, comprendendo lo sfogo e andando oltre i toni evidentemente drammatici di una ragazza di 21 anni che, nel 2023, si ritrova a gestire una vita scandita da orari prestabiliti e immutabili. Ovviamente non sono mancate le critiche e gli inviti a «prendere atto della realtà» e a capire «come funziona davvero il mondo del lavoro». Ma è realmente così che funziona il mondo del lavoro? 

Dallo smart working alla settimana corta

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La risposta non è così semplice. Dalla pandemia di Covid in poi, infatti, complice il boom dello smart working, molte aziende hanno abbracciato uno schema di lavoro più agile e meno legato ai tempi, ma concentrato maggiormente sui risultati da ottenere. Una visione che ha conquistato i lavoratori più giovani, ma che non è stata da tutte le aziende mantenuta una volta terminata l’emergenza. Tanti infatti sono tornati alle modalità “originarie”, e chi si è affacciato al mondo del lavoro in periodo di Covid ha inevitabilmente dovuto affrontare il passaggio, mentre chi ha avuto modo di apprezzare una modalità di lavoro più elastica ha fatto fatica ad abituarsi a quella precedente, più legata al tempo trascorso in ufficio.

A questo si aggiunge che sempre più persone hanno preso coscienza della quantità di tempo che ogni giorno si dedica al lavoro, e di quanto influisca sulla vita personale. Tantissimi hanno deciso di cambiare professione (e di conseguenza anche vita), e di cercare un impiego maggiormente in linea con obiettivi e desideri personali. 

Fortunatamente non tutte le aziende hanno fatto “muro” davanti a quello che è diventato una sorta di “movimento”, e hanno preso atto delle mutate necessità dei dipendenti. Nel 2023, sempre secondo lo studio di BambooHR, la quota di aziende che si sono attivate su questo tema è quasi raddoppiata, passando al 18,2 per cento, ma meno di un quarto di questi ha una strategia chiara e ben comunicata. La vecchia dicotomia tra vita aziendale e benessere personale sembra quindi ormai superata, e solo le aziende che riescono a mettere in atto politiche concrete e ad ampio respiro sono in grado di affrontare la perdita di motivazione e il mancato allineamento dei dipendenti ai valori aziendali, alla base dei fenomeni come il "Quiet Quitting" e il "Great Gloom".

La cosiddetta “settimana corta”, in particolare, ha tenuto molto banco negli ultimi mesi, complice la decisione di alcuni grandi gruppi di adottarla. Nell’ultimo periodo in Italia sono stati firmati diversi contratti collettivi aziendali che prevedono la riduzione delle giornate di lavoro dei dipendenti, portandole da cinque a quattro. Luxottica e Lamborghini hanno fatto da apripista tra i “big”: in Luxottica alcuni dipendenti potranno scegliere di lavorare venti giornate in meno ogni anno, sfruttando permessi e politiche di welfare aziendale, mentre in Lamborghini è prevista l’alternanza tra una settimana lunga di cinque giorni lavorativi e una settimana corta di quattro per i dipendenti addetti alla produzione che lavorano su due turni.

Si tratta ovviamente di contratti sperimentali, e per capire effettivamente che tipo di conseguenze avranno sarà necessario attendere un periodo abbastanza lungo da osservare gli effetti sui dipendenti e sulla produzione. La strada sembra però ormai segnata: le nuove generazioni pretendono un equo bilanciamento tra vita privata e lavoro, e non sembrano disposti a scendere a compromessi.

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