Il 10 novembre era l’Equal Pay Day ma in Italia nessuno l’ha ricordato

Nonostante sia uno dei temi più urgenti della politica sociale odierna, ancora oggi la disparità salariale tra uomini e donne sembra non essere una priorità. Eppure la ripresa dell’economica passa anche e soprattutto da qui

Lo scorso 10 novembre si è celebrato l’Equal pay Day, una giornata istituita dall’Unione Europea per sensibilizzare sul tema del divario di genere nelle retribuzioni, una condizione che ancora oggi accomuna, in percentuali più o meno importanti, tutti i Paesi del mondo, nessuno escluso.

A questo punto potreste chiedervi come mai questa giornata simbolo vi sia sfuggita, la risposta è che quasi nessun media nel nostro Paese ha dato risonanza alla notizia.
E questo nonostante proprio nei giorni scorsi si sia segnato un importante passo nella direzione della cancellazione della disparità salariale tra uomini e donne: lo scorso 26 ottobre, infatti, il Senato ha votato la parità salariale e la certificazione della parità di genere per le imprese, un passaggio fondamentale con cui il Testo unificato sulla Parità Salariale diventerà legge.

Un intervento normativo che si è reso purtroppo necessario a causa del persistere delle discriminazioni salariali in base al genere, nonostante già vi fosse in vigore da tempo un principio molto chiaro a riguardo, espresso nell’articolo 37 della Carta costituzionale che stabilisce, a questo punto solo a livello teorico, che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. A livello teorico, appunto, perché se si guarda agli scenari economico-sociali del nostro Paese, non si può che riscontrare un infelice dato che è una costante da anni: l’accesso delle donne al mercato del lavoro si fa sempre più difficile e a parità di competenze ed esperienze, il lavoro femminile viene giudicato inferiore rispetto a quello maschile, con una retribuzione più bassa in ogni settore e grado.

Insomma, nonostante sia uno dei temi più urgenti della politica sociale, ancora oggi la disparità salariale tra uomini e donne sembra non essere una priorità. Eppure la ripresa dell’economia passa anche e soprattutto da qui.

Gender pay gap: i dati della situazione attuale

Come anticipato, attualmente il gender pay gap è un fenomeno globale che tocca ogni democrazia e Stato, anche quelli più illuminati e all’avanguardia. Le stime di Eurostat ci dicono che, sebbene il fenomeno si sia leggermente ridotto negli ultimi anni, la situazione attuale è tutt’altro che incoraggiante.

A livello europeo la media del gender pay gap è del 14,1%: ossia, una donna in Europa viene remunerata in media il 14,1% in meno rispetto a un uomo. In Italia la situazione non sembra così catastrofica se si guardano i numeri: stando ai dati del 2019, infatti, nel nostro Paese il dato scende al 4,7%, che, se confrontato con il 19,9% dell’Austria, il 19,2% della Germania e il 16,6% di Finlandia e Svezia, potrebbe sembrare il Paese dei balocchi.

La situazione però è ben più complessa, perché oltre al mero dato, bisogna guardare ad altri fattori, di cui l’Italia è campionessa indiscussa, tra cui l’assenza di infrastrutture sociali adeguate ed efficienti a sostegno delle famiglie per l’assistenza alla cura, che nel nostro Paese ricade ancora sulle spalle e ai danni delle donne e la annosa questione della maternità, che in Italia rappresenta ancora un prezzo carissimo da pagare, con demansionamenti, part-time forzati o abbadoni volontari per via di quella famosa questione della cura.

Il dato interessante che emerge dall’analisi Eurostat è che più si sale di livello culturale, più la forbice si allarga: ossia, nella maggior parte dei Paesi, Italia compresa, il gender pay gap risulta maggiore per le donne con un titolo di studio universitario. In Italia, infatti, una donna laureata guadagna il 29% in meno rispetto a un uomo con pari istruzione. Si scende al 21% per le donne con istruzione superiore alla secondaria ma non terziaria (ossia non laureate) e al 23% con istruzione inferiore o uguale alla secondaria.

E questo nonostante le carriere universitarie femminili risultino ben più scintillanti rispetto a quelle dei colleghi uomini: i dati del consorzio universitario AlmaLaurea, relativi all’anno 2019, ci dicono infatti che la media delle votazioni è di 101,1/110 per le laureate donne contro il 98,6/110 degli uomini. Non solo, dall’indagine emerge anche che in percentuale è maggiore il numero delle donne che portano a compimento il percorso scolastico rispetto ai colleghi maschi.

Risulta insomma evidente come il meccanismo si inceppi una volta che dai banchi di scuola si esce nella vita reale, dove il talento, le competenze e i risultati brillanti incontrano la barriera del gender gap.

Le cause del gender pay gap

Sono molti i motivi che hanno contribuito a rendere il gender pay gap una costante, tra questi vi è un sostrato culturale quasi ancestrale, eredità del pensiero maschilista e patriarcale, che porta a considerare gli uomini più competenti, ma anche più “idonei” al lavoro, perché più disponibili per via di quella famosa questione della cura che ricade solo sulle spalle femminili e che risulta un handicap per la loro carriera.

A conferma di queste dinamiche, non possiamo non citare come i destini di uomini e donne cambino in maniera differente a seguito della nascita di un figlio: un uomo che diventa padre riceve spesso una promozione, arrivando ad ottenere un aumento salariale medio di oltre il 6% per ogni figlio (il cosiddetto paternity bonus), mentre una lavoratrice in maternità, anche per via di demansionamenti e part-time obbligati, riceve in media una diminuzione del 4% dello stipendio per figlio (la cosiddetta motherhood penalty).

Non è un caso del resto che nel periodo di pandemia, con la chiusura delle scuole, siano state nella maggior parte dei casi le donne a lasciare il lavoro: ben il 77% dei neogenitori che hanno lasciato il lavoro nel 2020 erano donne. E nel 98% dei casi, le motivazioni riguardano ragioni legate ai servizi di cura o all'organizzazione del lavoro, mentre nella maggior parte dei casi per gli uomini la motivazione del licenziamento riguarda il passaggio a un’altra azienda.

Non si può dunque non considerare la questione della cura come una delle ragioni più importanti all’origine del gender pay gap. In Italia più del 50% dei bambini è accudito dai genitori, mentre solo il 18% è affidato ad asili nido. Una situazione drammatica se confrontata con Paesi del Nord Europa, che godono di un’efficiente rete di infrastrutture a sostegno della famiglia, come la Norvegia, dove la percentuale di bambini che frequenta il nido arriva a sfiorare il 60%.

La mancanza di disponibilità di servizi di cura, come gli asili nido, raggiunge le stelle nel Sud Italia, dove siamo ben al di sotto del target Ue, pari al 33% di copertura rispetto al numero dei bambini in età 0-2 anni. Nel Sud e nelle Isole, infatti, siamo rispettivamente al 14,5% e al 15,7% di copertura, con Sicilia e Calabria fanalino di coda.

A questo non possiamo non aggiungere la questione dei part-time femminili, che per il 65% sono involontari, contro l'11% di quelli maschili. Ciò significa che nella maggior parte dei casi, le donne che hanno un impiego part-time - ovviamente remunerato molto meno di un impiego a tempo pieno - lo fanno per necessità, costrette nella maggior parte dei casi da quel famoso impedimento che si chiama questione della cura.

Quando parliamo di gender pay gap, almeno nel nostro Paese, non possiamo dunque prescindere da questo scenario sociale, che più ancora della questione culturale pesa oggi come un macigno sulla disparità salariale tra uomini e donne e sull’annientamento o il rallentamento delle carriere professionali delle lavoratrici.

Un altro aspetto da non sottovalutare – questo sì, legato a motivazioni profonde di carattere culturale – è la propensione delle donne a scegliere campi universitari e professioni non STEM, acronimo inglese che indica le materie di scienze, tecnologia, ingegneria e matematica, notoriamente, ed erroneamente, considerate "cose da uomini". Questo, oltre ad essere uno stereotipo culturale duro a morire, perpetrato dagli strascichi di un’ideologia patriarcale ancora oggi imperante, aggiunge il colpo finale alla situazione del gender pay gap, considerato che i lavori STEM garantiscono maggiore tasso di occupazione, possibilità di carriera e stipendi ben più remunerativi.

Ma in ogni caso, anche all’interno dell’apparente isola felice del mondo STEM, si ricrea la stessa triste dinamica: le donne qui guadagnano in media 300 euro mensili in meno rispetto ai lavoratori maschi, siamo infatti sui 1.300 euro al mese contro i 1.600 destinati agli uomini laureati in materie STEM.
Non solo, nell’ambito delle professioni tecnico-scientifiche, anche a fronte di punteggi e competenze maggiori a favore delle donne, queste ultime si trovano a dover accettare contratti più precari: nel 63% dei casi, infatti, i contratti a tempo indeterminato vengono fatti a uomini.

I benefici dell'equal pay

Il divario retributivo tra uomo e donna costa ogni anno al nostro Paese all’incirca l’8% del Prodotto Interno Lordo. Un dato poco preso in considerazione che rappresenterebbe però un volano per la ripresa economica.

Una parità salariale porterebbe infatti non solo benefici alle vite e alle carriere femminili, ma favorirebbe un aumento dell’economia globale pari al 35%. Secondo il McKinsey Global Institute, una diminuzione del divario retributivo tra uomo e donna potrebbe portare entro il 2025 a un aumento del PIL mondiale pari a 25mila miliardi di dollari.

Un sistema economico-sociale fondato sull’uguaglianza di genere risponderebbe non solo a criteri etici e morali, ma sarebbe la prima via da battere per creare un circolo virtuoso a vantaggio dell’intera collettività.

In definitiva, riconoscere l’uguaglianza delle donne in ogni ambito e settore porterebbe benefici concreti a tutti, uomini compresi.

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