Daniele Regolo

Daniele Regolo: “l’inclusione non dovrebbe essere sofferta e forzata”

Il 3 Marzo si celebra il World Hearing Day, la Giornata Mondiale dell’Udito promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per sensibilizzare sulle modalità atte a prevenire la sordità e la perdita dell'udito e incentivare l'assistenza per le patologie uditive in tutto il mondo. Abbiamo chiesto a Daniele Regolo, scrittore e fondatore di Jobmetoo, primo portale web dedicato al lavoro delle persone con disabilità, di spiegarci come mettere in pratica un nuovo percorso verso l'inclusione

Dovremmo tutti fermarci e riflettere sull'importanza della prevenzione delle disabilità uditive. Questa giornata può rompere il silenzio e noi vogliamo farlo attraverso la voce di Daniele Regolo, papà appassionato di vela e scrittore pieno di talento che, con l'uscita del suo ultimo libro, La formula dell'unicità, un nuovo percorso verso l'inclusione, edito da Mondadori, ci invita a compiere un viaggio capace di aggiornare la nostra prospettiva sull'inclusione.

Cosa s’intende esattamente per “inclusione”? Sicuramente non il dover tollerare, spesso in modo forzato, la diversità altrui, quanto più adoperarsi nell’incessante opera di abbattimento di ogni genere di barriera, che sia fisica o culturale, istintiva o voluta. All'interno del libro di Daniele Regolo, esperienze personali e suggestioni che la natura ispira sono sapientemente mescolati con messaggi delicati e autorevoli al tempo stesso. Diversità, equità, inclusione: dopo la lettura di queste pagine sapremo guardarle in un modo inedito.

Intervista a Daniele Regolo

Prima di parlare del tuo nuovo libro La formula dell’unicità, ci racconti chi è Daniele Regolo?

Solitamente mi presento con un diagramma composto da quattro spicchi: sono un appassionato di vela, sono un padre, ho una disabilità uditiva fin dalla primissima infanzia e mi occupo di diversità e inclusione per il Gruppo Openjobmetis (unica Agenzia per il lavoro quotata in Borsa italiana). Sono, soprattutto, una persona che ha sempre creduto nel lavoro come fonte di autodeterminazione; ho fondato nel 2012 Jobmetoo, il primo portale web dedicato al lavoro delle persone con disabilità, poi acquisito da Openjobmetis nel 2020. Da quel periodo in poi ho esteso le mie competenze in tutti gli ambiti della diversity & inclusion: in particolare entro nelle aziende per supportarle nella costruzione di una cultura D&I e per formare i dipendenti.

Daniele, nel tuo libro parli di un nuovo percorso verso l’inclusione. Ci spieghi il significato di questa nuova visione per te?

Nel momento in cui la D&I è diventata un obbligo, o perfino una moda, abbiamo subito perso di vista la fondamentale importanza dell’inclusione. L’inclusione non è un processo sofferto e forzato, ma un percorso naturale in cui tutti siamo chiamati ad abbattere le barriere fisiche e culturali che impediscono l’autodeterminazione di ciascuno. Costruire questo percorso richiede, prima di tutto, di sapersi mettere in discussione. Proprio questo è il primo interrogativo che poniamo ai nostri interlocutori: i referenti HR delle aziende sono pronti ad aggiornare e far aggiornare i paradigmi culturali alla popolazione aziendale, vertici inclusi? Sono pronti a implementare azioni veramente efficaci? Formarci sulle diverse tipologie di diversità, su cosa sia la discriminazione, fino a toccare dinamiche e processi aziendali non più al passo coi tempi, è il nostro compito (e missione) quotidiano.

In La formula dell'unicità spieghi la tua visione su cosa significhi “inclusione”: c’è una differenza rispetto alla semplice tolleranza della diversità?

Troppo spesso siamo portati a far diventare sinonimi – ed è un errore decisamente grande – la diversità con l’inclusione. Come se un contesto reso “diverso” non per un processo naturale, ma artificialmente, fosse anche una certezza di ritrovarsi in un ambiente inclusivo. La diversità, poi, non deve essere “tollerata”: anche questo è sbagliato! Se, nell’incontro col prossimo qualcosa ci tocca corde profonde fino a turbarci, il problema non sta nel prossimo ma in noi stessi. Insisto molto su questi aspetti altrimenti i processi di inclusione rischiano di restare evanescenti.

Abbattimento delle barriere: un argomento che sta a cuore a molti. Puoi raccontarci un momento concreto di come hai lavorato per abbattere queste barriere?

Questa domanda mi tocca molto. Per abbattere le barriere, bisogna prima sapere quali siano queste barriere. E, per farlo, è necessaria la partecipazione di tutti. Mi spiego: durante l’Università, avrei avuto bisogno di uno strumento che prendesse appunti durante le lezioni per ritrovarmi, a casa, quello che con la lettura labiale mi perdevo in aula. L’Università non mi ha fornito questo strumento. Ma la colpa era solo la mia perché, per un senso di vergogna, non volevo si sapesse della mia sordità! E l’Università non poteva sapere assolutamente nulla di me e delle mie necessità. Ecco perché abbattere le barriere implica uno sforzo concettuale per costruire un percorso condiviso e utile per tutti.

Diversità, inclusione e temi supportive

Il tuo saggio mescola esperienze personali, episodi realmente accaduti in azienda e suggestioni dalla natura. C’è un’idea ispirata dalla natura che ritieni sia particolarmente utile nel contesto dell’inclusione?

La natura, e il mare nel mio caso in particolare, non guarda in faccia a nessuno: nel male così come nel bene. C’è sempre una sfida che puoi giocare: magari vinci o perdi, ma puoi giocare la tua partita, quale che sia il tuo livello. Questo è il messaggio straordinario che dovremmo, tutti, saper importare nella vita quotidiana, in azienda come nella società civile. Spesso ci riferiamo alla “legge della natura”, come a sottolineare che chi non è abbastanza forte soccombe. Esiste una legge molto più profonda, nella natura, che riguarda la possibilità che viene data ad ognuno di essere parte della partita.

Quale messaggio principale speri che i lettori conservino nel loro cuore dopo aver letto La formula dell’unicità?

Mi piacerebbe che soprattutto le persone d’azienda si sentissero privilegiate perché, spesso anche a causa di obblighi normativi, hanno l’occasione di farsi attori di un cambiamento che funga anche di ispirazione alla società civile. E a dirlo è proprio una persona che, a causa della sua invalidità, dalle aziende è stato sempre tenuto a debita distanza.

Sappiamo che sei un velista che ha attraversato l’atlantico, secondo te ci sono più sfide e barriere da affrontare in navigazione o sulla terraferma?

Sulla terraferma, inevitabilmente. E la vita è, soprattutto, sulla terraferma. Vorrei raccontare un aneddoto. In mare, onde e vento ti richiedono di non perdere mai la concentrazione, di cooperare con l’equipaggio in modo sincero perché il tuo destino dipende dagli altri. C’è un forte senso di responsabilità e una consapevolezza sul significato di questa parola. A terra no, o almeno non più. Siamo sempre più impauriti, chiusi in noi, perché stiamo dimenticando di far parte di un equipaggio molto più grande di noi.

Puoi condividere con noi i tuoi progetti per il futuro?

Mi percepisco molto come una persona d’azienda, per cui gran parte dei miei progetti sono dedicati alla diffusione dell’inclusione nel mondo del lavoro. Oltre agli eventi che ruoteranno attorno al libro, poche settimane fa abbiamo ottenuto la Certificazione della Parità di Genere: un percorso istruttivo e impegnativo che non è un traguardo, ma una rinnovata linea di partenza. Così come decisivi sono i Gruppi di lavoro D&I interni al Gruppo Openjobmetis, chiamati a lavorare sul continuo abbattimento delle barriere. Lavorare sull’inclusione può sembrare frustrante perché non si arriva mai a destinazione, ma il viaggio che si compie è veramente denso di significati.

Riproduzione riservata