Angelo Orazio Pregoni

L’arte non binary per abbattere gli stereotipi sull’identità di genere: intervista a Angelo Orazio Pregoni

Angelo Orazio Pregoni è un artista italiano che con le sue opere denuncia le costrizioni sociali a cui le donne sono ancora sottoposte e gli stereotipi legati al binarismo di genere. In particolare ha appena ultimato due cicli di opere dal titolo “Le donne bendate” e “Not binary” che saranno presto presentate al pubblico in diverse esposizioni. A The Wom racconta i il suo percorso e ne approfondisce il pensiero

Il percorso che ha portato Angelo Orazio Pregoni ad affrontare temi come l’identità di genere o le discriminazioni – esplicite e non – che le donne ancora oggi affrontano è strettamente connesso alla presenza dell’arte nella sua evoluzione personale.

Spiega infatti Pregoni:

«Lo strumento “arte” è stato il mio primo accesso all’integrazione e alla comunicazione: sino all’età di sei anni non parlavo, a causa di una forma di sinestesia pura di cui ai tempi si sapeva veramente poco e si confondeva con l’autismo. Il pennello e i tasti di una melodica furono i miei primi discorsi.»

Afferma tuttavia di non essersi mai sentito un artista, sino a quando ha conosciuto alcuni degli esponenti originari del movimento Fluxus, una corrente artistica degli anni sessanta nota per mescolare diversi media e discipline per la propria sperimentazione basata sulle performance.

Dalla profumeria all’arte tangibile

Da qui diversi tipi di sperimentazione in diversi ambiti, in particolare quello della profumeria, da sempre particolarmente affine alla sua sensibilità.

«Il profumo è astratto di per sé, eppure la concretezza dell’olfatto è decisamente più emozionante di qualsiasi altro senso. L’olfatto racconta l’invisibile e, come tale, ciò che non si può vedere si rivela e si interpreta.»

Dopo numerose performance in Europa, l’artista ha superato l’esigenza di creare arte non tangibile.

Le donne bendate, un ritorno alla libertà femminile

Tra le produzioni di Angelo Orazio Pregoni vi è il ciclo artistico delle “donne bendate”, una rappresentazione delle discriminazioni subite dalle donne.

«Quando ho deciso di rappresentare su un telo in cotone di due metri e mezzo “la donna”, ho deciso di renderla libera come è la sua natura. Ho lavorato in due tempi, prima dipingendo e poi “ricalcando” la figura reale con essenze e profumi. Ma c’è una macchia nera su ogni dipinto: una benda sugli occhi che blocca la donna e la rende immobile.

Un'opera dell'artista

Un’opera dell’artista

Un'opera dell'artista

Un’opera dell’artista

Il ciclo Not Binary per abbattere gli stereotipi

Nei dipinti del ciclo “Not binary” o “Donne con Cravatta” la ricerca artistica approfondisce l’universo delle persone non binarie, anche con scelte provocatorie come l’utilizzo di simboli stereotipicamente appartenenti a un determinato sesso.

Un'opera dell'artista
Un’opera dell’artista

Abbiamo chiesto all’artista perché la società, a suo parere, fa così fatica a superare il binarismo di genere:

«Nei miei dipinti non cerco soluzioni concettuali complesse, al contrario cerco di esprimere il banale, forse anche il didascalico… Ma attenzione, lo propongo all’interno di un lavoro vibrante, che scende lungo le viscere, giungendo in profondità. In questo consiste la provocazione: nella “chiamata fuori” di quanto già sappiamo. Il mio compito è solo quello di vestire le emozioni con abiti nuovi.»

Un'opera dell'artista

Un’opera dell’artista

«Per poter superare uno stereotipo bisogna aver la coscienza di non generarne altri. Per questo l’arte ha la capacità di trasformare la cronaca in storia, ma la storia diventa memoria solo se l’artista lascia libera la propria opera da sé stesso: non pretende di incarnare il proprio lavoro, ma semplicemente lo presenta vestito di sensibilità».

Solo non giudicando, bensì ispirando, infatti si genera una eco, e l’eco stessa è già memoria. In sintesi, non credo si debba dipingere “paesaggi”, ma passaggi; non credo si possa più recitare l’astratto senza immergere il fruitore nella realtà, non suppongo che ci possa essere alcuna salvezza nell’arte se l’artista non si sente colpevole in prima persona, e lascia al tempo l’assoluzione dei suoi peccati.»

L’arte come testimonianza sensibile

Ad aprile a Milano, presso la passerella di Porta Genova, Pregoni ha messo in atto una performance artistica dal nome “Cada_veri”, dedicata alle persone ucraine morte a Bucha, durante il massacro avvenuto nel marzo 2022 da parte delle forze armate russe per la conquista della città.

«Il mio lavoro è una testimonianza sensibile che si contrappone al cinismo di chi nega o di chi distorce. Ho riportato una storia dipingendo per strada, a tratti sotto la pioggia. Vicino a me c’erano i morti di Bucha, quei cadaveri “falsi” (ma persone vere) che ho messo a terra, coricati e dormienti come morti. Dentro di me c’erano i morti di Bucha, quei cadaveri “veri”. Solo morti, e solo testimoni».

Un’arte che pone delle domande, non dà risposte.

Nuovi progetti e ambiti di indagine

Il fenomeno della sinestesia spinge Pregoni all’esplorazione continua del mondo sensibile, tentando di rappresentarlo per come lo vive. La sua esplorazione si sviluppa non solo nel mondo dei profumi e dell’arte, ma anche in altri campi come cucina, danza e scrittura.

L'artista Angelo Pregoni
L’artista Angelo Pregoni

«Oramai, ritengo di aver raggiunto quelle strategie di autodifesa utili a schermarmi dalla continua sovraesposizione sensoriale e di essere riuscito a consolidare il fenomeno immateriale della sinestesia in una mia firma autoriale molto intima e altrettanto concreta e riconoscibile. Propongo la mia arte come potrei proporre la mia quotidianità: sommando e sottraendo, ma soprattutto dividendo con il pubblico ogni forma poetica che ho moltiplicato

Attualmente l’artista sta lavorando a un nuovo progetto sul tema del razzismo.

«Ma se dovessi risponderti con estrema sincerità, ti direi che non c’è nulla che mi affascina più della morte: poterla immaginare e raccontare prima di conoscerla, la rende seducente come l’unica scoperta possibile oltre le Colonne d’Ercole, per quanto non sappiamo e quindi temiamo. Comunque sia, è sempre stata l’unica possibilità reale che ho percepito nel mio destino. Se anche riuscissi a evitarla, non sarebbe per molto. Una volta morto, poi, deciderò cosa fare da grande.»

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