Diritti sessuali e riproduttivi, a che punto siamo nel mondo?

A che punto siamo nel mondo rispetto all’accesso alle informazioni e ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva? A rispondere è il Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2024, stilato ogni anno dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) e presentato in Italia da AIDOS (Associazione Italiana Donne Sviluppo) che cura anche la versione italiana

“Vite interconnesse, intrecci di speranza: porre fine alle disuguaglianze nella salute e nei diritti sessuali e riproduttivi”, è il titolo del rapporto che mette a segno nuovi dati analizzando l’effettiva condizione di accesso alle informazioni e ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva nel mondo.

La buona notizia c’è: importanti progressi sono stati fatti da quando il mondo si è riunito al Cairo nel 1994 per definire un'agenda volta a mettere al centro di una idea condivisa di sviluppo la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle persone.

A trainare i passi avanti sono state le leggi, gli investimenti e le richieste della società civile per un'assistenza equa e di qualità: la mortalità materna globale è diminuita del 34%, il numero di donne che utilizzano la contraccezione è raddoppiato, 162 Paesi hanno approvato leggi contro la violenza domestica. Tuttavia, nonostante tali successi, negli ultimi anni il ritmo dei progressi è rallentato o si è arrestato. Milioni di persone rimangono indietro e, a pagarne il prezzo, sono soprattutto le più marginalizzate.

I progressi messi a segno

Dall’accesso all’aborto a quello alla contraccezione: partire dai diritti in cui il report intercetta segnali positivi significa sottolineare l’utilità di leggi e richieste civili che nel tempo hanno messo al centro la salute sessuale e riproduttiva.

Un lavoro che ha dato i suoi frutti: nel 2023, in 115 Paesi era in vigore il 76% delle leggi necessarie a garantire l'accesso a un pacchetto integrato di cure per la salute sessuale e riproduttiva. Tra il 2000 e il 2020, la mortalità materna globale è diminuita del 34%.

Dal 1990 al 2021, il numero di donne che utilizzano metodi di contraccezione moderna è raddoppiato

Dal 2000, le nascite da madri adolescenti sono diminuite di circa un terzo e, nell'ultimo decennio si è registrata una diminuzione del 7% delle adolescenti sottoposte a mutilazioni genitali femminili. Inoltre, più di 60 Paesi hanno migliorato l'accesso all'aborto sicuro: un diritto da non dare mai per scontato e troppo spesso soggetto a restrizioni.

Tuttavia, i progressi ottenuti negli ultimi 30 anni sono stati concretizzati soprattutto rispetto alle persone più facili da raggiungere e lasciando indietro quelle più marginalizzate o con bisogni specifici. 

I rallentamenti in corso

I dati positivi non ridimensionano comunque il lavoro che c’è da fare nel mondo per garantire a tutta la popolazione mondiale i diritti sessuali e riproduttivi: un quarto delle donne nel mondo non può dire di no ai rapporti sessuali con il marito o il partner e 1 donna su 10 non ha la possibilità di scegliere se usare o meno metodi contraccettivi. Una situazione dalla quale conseguono gravidanze non volute e aborti non sicuri. Inoltre, tra il 2016 e il 2020 la mortalità materna ha smesso di diminuire.

Il 40% delle donne nei 32 Paesi di cui si hanno a disposizione i dati, che fanno riferimento al periodo 2015-2022, ha visto diminuire la propria capacità di esercitare il potere decisionale sul proprio corpo

Tra il 2016 e il 2020, la riduzione annuale globale della mortalità materna è stata pari a zero: 800 donne muoiono ancora ogni giorno durante il parto. Queste disparità si accentuano tra Paesi e soprattutto all’interno delle regioni: in Madagascar, le donne più ricche hanno cinque volte più probabilità di quelle più povere di ricevere assistenza qualificata al momento del parto.

La stragrande maggioranza delle morti materne, oltre il 70%, avviene nell'Africa subsahariana. In Albania, solo il 5% delle donne più privilegiate dal punto di vista socioeconomico (generalmente le donne albanesi) ha avuto problemi di accesso all'assistenza sanitaria, rispetto al 91% delle donne meno privilegiate (generalmente donne di origine rom). E ancora: in tutto il continente americano, le persone di discendenza africana hanno maggiori probabilità di subire violenza ostetrica e di morire durante il parto.

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, l'incidenza della mortalità materna è estremamente più alta per le donne nere rispetto a quelle bianche

Negli Stati Uniti, in particolare, per le donne nere il rapporto di mortalità è di 70 decessi ogni 100.000 nascite, tre volte superiore alla media nazionale.

Razzismo e colonialismo: le conseguenze sui diritti sessuali e riproduttivi

Razzismo e colonialismo sono fattori di discriminazione che – intersecandosi con la dimensione di genere - ostacolano, rendendolo selettivo, l’accesso ai diritti riproduttivi. Il colonialismo, denuncia il rapporto, ha imposto il binarismo di genere attraverso leggi e pratiche che hanno coinvolto le popolazioni colonizzate la cui cultura poteva non essere di per sé discriminante e anzi prevedere altre identità rispetto al binarismo uomo/donna.

«Cicatrici particolarmente profonde», cita lo studio, sono quelle che la storia coloniale e razziale del mondo ha inflitto nella sfera della sessualità e della salute riproduttiva delle donne nere e delle donne indigene: le differenze di potere e di opportunità legate a una serie di fattori sociali, quali il genere, la classe e la razzializzazione, continuano a limitare fortemente le opportunità e le scelte di vita delle persone. In un mondo che ha a disposizione ricchezza e soluzioni sicure, sottolinea l’analisi, tali disparità suggeriscono una carenza di volontà e non una mancanza di progresso o risorse.

Donne e ragazze, le più colpite dalle emergenze sanitarie

Come indicato dal rapporto, si stima che oltre la metà di tutte le morti materne prevenibili si verifichi in Paesi con crisi umanitarie e conflitti: vale a dire quasi 500 donne morte al giorno.

La violenza su donne e ragazze aumenta nelle situazioni di crisi. Ciononostante, nel 2023, la comunità internazionale ha stanziato meno del 20% dei fondi necessari per affrontarla

Quando si verifica una crisi, le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci diventano più frequenti in quanto le famiglie le considerano delle strategie utili per soddisfare i bisogni di base. In Yemen, ad esempio, oltre il 65% delle ragazze si sposa prima dei 18 anni mentre prima dell'inizio del conflitto questa percentuale era del 50%.

Perché investire sull’uguaglianza di genere

Per cambiare la situazione, serve investire concretamente e per lungo periodo sull’uguaglianza di genere: secondo un calcolo di UNFPA, spendere 79 miliardi di dollari in più nei Paesi a basso e medio reddito entro il 2030 eviterebbe 400 milioni di gravidanze non pianificate, salverebbe 1 milione di vite e genererebbe 660 miliardi di dollari di benefici economici.

La ricerca di UNFPA mostra anche che l’aumento della copertura dei servizi ostetrici potrebbe evitare circa il 40% dei decessi materni e neonatali e oltre un quarto dei nati morti

Inoltre, sottolinea lo studio, serve raccogliere più dati - e in particolare più dati disaggregati – così da comprendere la specificità delle discriminazioni e dei bisogni ancora da soddisfare. La strada è tracciata: serve perseguirla.

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